Scrittura inclusiva, davvero per tutti·e

Una lingua attenta alla parità di genere? Troppo complessa per chi ha difficoltà d’apprendimento. Lo scontro che scuote la politica francese.
MATTEO ANGELI
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È un passo avanti presentato come un divieto. Giovedì scorso il ministro dell’Istruzione francese, Jean-Michel Blanquer, ha emesso una circolare in cui proibisce l’impiego della cosiddetta scrittura inclusiva nelle scuole. Al contempo, però, nel documento il ministro incoraggia l’uso del femminile nei nomi di professione.  
Oltralpe, l’écriture inclusive divide la società e soprattutto la politica. Il termine indica una serie di accorgimenti mirati a rendere la lingua francese più neutra da un punto di vista di genere, per favorire la parità e combattere il sessismo. Regola numero uno: usare il genere grammaticale femminile per indicare i ruoli istituzionali, così come per le professioni per le quali l’accesso alle donne è normale solo da qualche decennio.  

Si deve quindi dire: la presidente, la sindaca, la ministra, la senatrice, la deputata, l’avvocata, l’architetta, la magistrata ecc. Un’indicazione, questa, ribadita anche dalla circolare del ministro dell’Istruzione. Non era scontato, soprattuto, se si tiene conto che l’Académie Française, guardiana della purezza della lingua francese, s’è pronunciata solo due anni fa a favore dell’utilizzo del femminile per “mestieri, funzioni, titoli e gradi”.  

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Tuttavia, i sostenitori di un linguaggio inclusivo chiedono molto di più. Innanzitutto, la fine della regola, valida anche in italiano, che in francese è definita con la formula “le masculin l’emporte sur le féminin”, ovvero “il maschile ha la meglio sul femminile”. In altre parole, quando due nomi sono di genere diverso, l’aggettivo a essi connesso si declina al maschile plurale, anche nel caso in cui il gruppo in questione è costituito da un solo uomo e più donne (vedi, ad esempio “gli uomini e le donne impegnati…”)

Chi si batte per l’écriture inclusive individua in questa regola uno dei baluardi più macroscopici del sessismo nella lingua francese. Anche perché le cose non sono sempre state così: fino al Diciassettesimo secolo, prevaleva la concordanza per prossimità, secondo la quale l’aggettivo prendeva il genere del sostantivo più vicino a cui si riferiva (secondo l’esempio precedente “gli uomini e le donne impegnate…”).  

S’incoraggia poi il ricorso a formule inclusive, dette “epicene”, che restano invariate al maschile e femminile, come ad esempio: Bonjour à vous – buongiorno a voi –, termini come “gente”, “persone”, in uno sforzo più ampio di sostituzione delle parole “uomo” e “donna” con locuzioni più universali: ecco che allora i famosi droits de l’Homme, i “diritti dell’Uomo”, diventano “diritti umani”.  

L’oggetto della disputa però è un altro: il cosiddetto “punto mediano”, segno che separa e mette in evidenza le desinenze del maschile e del femminile: “Buongiorno a tutti·e”, “gli·le insegnanti”, “molti·e dirigenti competenti”. In francese, il punto mediano viene principalmente usato per aggiungere la lettera “e”, che indica il genere femminile.  

Les élu·es”, i·le deputati·e, è un termine neutro che indica al contempo i politici di sesso maschile e femminile e che nelle intenzioni dei sostenitori di questo tipo di scrittura dovrebbe sostituire il tradizionale “les élus”, termine maschile che indica in maniera generica tutte le persone che occupano una carica elettiva.   

L’obiettivo è di rendere le donne visibili all’interno della lingua. Il ministero dell’Istruzione francese, però, ha fatto propria una tesi dei detrattori dell’écriture inclusive, sostenendo che il suo funzionamento apparentemente complesso, soprattutto per quanto riguarda il famigerato “punto mediano”, “costituisce un ostacolo alla lettura e alla comprensione scritta”, appesantendo l’apprendimento dei più giovani, soprattutto quelli affetti da disturbi come la dislessia.  

Nell’emettere la sua circolare, Blanquer ne ha ricordato un’altra, quella con cui nel 2017 l’allora primo ministro Edouard Philippe invitò i suoi ministri a restare fedeli alle regole tradizionali del francese, così come difese dall’Académie Française, che nello stesso anno definì – confermando la sua fama d’istituzione reazionaria – la scrittura inclusiva un’“aberrazione” che pone una “minaccia mortale” alla lingua del paese.  

La posizione della maggioranza governativa è quindi di timida apertura all’inclusione delle donne nella lingua, con l’impiego del femminile per le professioni e cariche, ma di netto rigetto per il “punto mediano”, che viene percepito come un ostacolo per coloro che hanno maggiori difficoltà d’apprendimento, ma anche come un qualcosa che potrebbe rendere oltremodo complesso il francese, indebolendolo a livello internazionale.  

A destra, come a sinistra della maggioranza, le posizioni sono molto più ideologiche, con sinistra·e ed ecologisti fieri di essere “élu · es”, e conservatori barricati sul tradizionale “élus”. Non è solo una questione di grafia: da qui passano tante altre battaglie, per la parità di genere e per l’inclusione delle minoranze LGBTQI.  

La decisione di Blanquer resta in ogni caso meramente simbolica, dato che la scrittura inclusiva non è insegnata nelle classi. Ma segna una nuova tappa in questo dibattito culturale. È vero, il “punto mediano” pone dei reali problemi all’orale. Tuttavia, esistono molti altri strumenti per liberare la lingua dal predominio del genere maschile, come le già citate parole epicene. Un modo, quest’ultimo, per rendere il linguaggio un po’ meno esclusivo e per sfuggire al costante accento sulla differenza tra i sessi, che, forse, il punto mediano, nel suo sforzo d’inclusione, rischia a volte di esasperare.   

Scrittura inclusiva, davvero per tutti·e ultima modifica: 2021-05-10T20:11:58+02:00 da MATTEO ANGELI

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