Tutti i Venerdì del mondo

La cultura non va cancellata, ma provare vergogna per la propria potrebbe essere una buona terapia critica.
ALFONSO  M. IACONO
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C’era una trappola nell’universalismo. Esso non si è fatto strada come un’ideologia libera, ma è stato propagato da coloro che detenevano il potere economico e politico nel sistema-mondo del capitalismo storico. L’universalismo è stato offerto al mondo come un dono del potente al debole. “Timeo Danaos et dona ferentes!“ Il dono stesso nascondeva in sé il razzismo; perché il dono dava al ricevente due possibili scelte: accettarlo, e con ciò riconoscersi più in basso nella gerarchia della saggezza acquisita; rifiutarlo, e con ciò privarsi delle armi che potevano rovesciare la situazione di un potere reale diseguale. (Immanuel Wallerstein, “Il capitalismo storico“).

Nell’ottimo articolo che ha scritto il 17 aprile scorso su Repubblica a proposito della cancel culture e del dibattito che attraversa i dipartimenti americani di studi classici, Maurizio Bettini conclude osservando come, al di là della critica della cancel culture che vuole togliere, per apologia del femminicidio, Ovidio nei cui versi Apollo incenerisce Coronide perché lo ha tradito, occorra chiedersi perché questo accade e, in particolare, negli USA. Ancora, sempre negli USA il bacio del principe a Biancaneve è stato criticato perché senza consenso.

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Alberto Asor Rosa ha ripreso le riflessioni di Bettini allargandole a tutta la cultura occidentale, da Platone a Dante a Philip Roth, per arrivare alla conclusione, piuttosto ovvia, che essa è intrisa di odio e di violenza. E si chiede: “Si poteva fare altrimenti? È un danno tutto questo? A giudicare dai risultati si direbbe di no”. All’importante domanda critica di Bettini, Asor Rosa sente il bisogno di rispondere con l’apologia dell’Occidente (nel rapporto tra costi e benefici, prevalgono realisticamente e cinicamente i secondi) e della sua cultura e con il vecchio discorso sulla maggiore forza dinamica del suo potere espansivo, un tema che riprende non tanto alla lontana l’immagine coloniale, nata nel Settecento, di un Occidente atto al movimento e al mutamento e un Oriente statico e immutabile (per non parlare dell’Africa che nel XIX secolo Hegel mise fuori dalla storia, a eccezione dell’Egitto, naturalmente, che per lui non era Africa).

Fermo restando che Asor Rosa ha ragione quando dice che abbattere le statue di Colombo è un’idiozia, il problema è cercare di capire cosa vi sia dietro l’ideologia della cancel culture. A mio parere essa è una risposta sbagliata a una domanda vera. Che rapporto c’è tra cultura, potere e sopraffazione? Vi è un solo modo non dico per rispondere a questa domanda, ma almeno per affrontarla. Questo modo è la storia, una forma di conoscenza, giustamente invocata anche da Maurizio Bettini, che si sta perdendo in quanto strumento critico atto a far affiorare ciò che è stato annientato o nascosto. Una delle ultime cose che scrisse e pubblicò Walter Benjamin fu la presentazione di uno scritto di un illuminista sconosciuto sui generis, Carl Gustav Jochmann, il quale aveva osservato che quando si esaltano i templi egiziani ci si dimentica sempre delle migliaia di morti che ci sono voluti per edificarli.

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Se si dovesse fare in questo caso un calcolo tra costi e benefici, siamo sicuri che la conclusione sarebbe a favore dei benefici (cioè di quelle cose meravigliose che sono le piramidi)? Se uno storico tentasse di immaginarsi di entrare nella testa (il punto di vista interno) di uno degli schiavi che sono morti durante la costruzione, a quali conclusioni potrebbe arrivare in termini di costi e sacrifici? Qualche giorno fa una giovane donna e madre, Luana, è morta a Prato massacrata da una macchina tessile. In cosa consiste la differenza tra la sua morte e quella degli schiavi in Egitto o dei milioni di morti sul lavoro? Una differenza c’è. Degli schiavi non si sa quasi nulla, di Luana abbiamo saputo perfino cosa mangiava. In un caso il silenzio, nell’altro il passaggio dal dolore alla superflua curiosità social per una persona che sarà presto dimenticata. Al silenzio si sostituisce oggi la (non) notizia ed è la (non) notizia che si sostituisce alla storia. Questo è il risultato dell’ideologia della fine della storia e delle ideologie. La sopraffazione del silenzio e il dominio della curiosità superflua. Quando l’altro entra nella storia è sempre sotto le forche caudine dell’uno. 

Venerdì si chiama Venerdì perché Robinson l’ha chiamato così. Il suo vero nome non lo conosciamo. Di più, l’unica lingua di comunicazione tra i due è, of course, l’inglese. E ancora, quando Robinson dice il suo nome a Venerdì, non è Robinson, ma Master, Padrone. Questo vuol dire che lo straordinario romanzo di Daniel Defoe deve essere bandito dai Dipartimenti di Letteratura Inglese? Lo riterrei studipo! Ma ricordarsi criticamente del contesto storico, sociale ed economico in cui quel romanzo fu scritto, checché ne abbia potuto pensare un critico letterario che io adoro, Harold Bloom, ha un senso, un senso storico-critico, quello stesso senso che ebbe Voltaire quando il suo Candide raccontò del nero del Surinam:

Quest’è l’uso: ci vien dato un par di brache di tela per vestito due volte l’anno: quando lavoriamo alle zuccheriere, e che la macina ci acchiappa un dito, ci si taglia la mano; quando vogliam fuggire ci si taglia la gamba; a questo prezzo voi mangiate dello zucchero in Europa. Intanto, allorché mia madre mi vendé per dieci scudi patacconi sulla costa di Guinea, ella mi diceva: figliuol mio, benedici i nostri feticci, adorali tutti i giorni, essi ti faran vivere fortunato; tu hai l’onore d’essere schiavo de’ nostri signori i bianchi, e tu fai la fortuna di tuo padre e di tua madre. Ah! io non so se ho fatto la lor fortuna, so bene che essi non han fatto la mia: i cani, le scimmie, i pappagalli son mille volte meno disgraziati di noi. I feticci olandesi che mi han convertito, mi dicon tutte le domeniche che noi siamo tutti figli d’Adamo, bianchi e neri; io non sono genealogista, ma se quei predicatori dicono il vero noi siam tutti fratelli cugini; or voi converrete che non si possono usare tra parenti trattamenti più orribili.

Eppure, è sempre un bianco occidentale che parla. Venerdì e il “nero del Surinam” sono visti dal Padrone. Dov’è il loro punto di vista? Dov’è la loro cultura?

Adriano Prosperi in uno scritto recente (Identità) ha ricordato la storia dell’uomo europeo che va da Colombo a Robinson come storia della trasformazione dell’altro in una copia di se stesso.

Toccherà poi a tutti i Venerdì del mondo moderno cercare di risalire alla cultura perduta e riscoprirne i valori cancellati per liberare se stessi e il loro popolo da una servitù non solo politica ma culturale: da Gandhi a Malcom X ai figli di seconda e terza generazione degli immigrati indiani in Inghilterra e di quelli algerini in Francia, ecco dove si aggrovigliano i fili della storia e diventano problemi del presente (p. 32). 

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I due grandi movimenti che hanno posto la questione dell’eguaglianza nei termini del rifiuto della colonizzazione e in quelli del riconoscimento della diversità sono stati quello dei neri e quello femminista. Può darsi che la cancel culture o il bacio del principe a Biancaneve facciano sorridere, ma come ebbe a osservare il signor Palomar: “Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile”. Nelle trame della superficie vi è qualcosa che sarebbe sbagliato sottovalutare o peggio ancora negare. Se dovessimo sempre giustificare la storia trasformando la sua irreversibilità in ineluttabilità, non potremmo aspirare a nessun futuro possibile di liberazione. Resteremmo fermi, occidentalisti e globalizzati, a gridare in modo sicuro e arrogante, il detto thatcheriano: “There is no alternative”.

Ha scritto Ernesto de Martino a proposito di coloro che vivevano oltre Eboli, là dove Cristo non si era fermato:

Se la democrazia borghese ha permesso a me di non essere come loro, ma di nutrirmi e di vestirmi relativamente a mio agio, e di fruire delle libertà costituzionali, questo ha un’importanza trascurabile: perché non si tratta di me, del sordido me gonfio di orgoglio, ma del me concretamente vivente, che insieme a tutti nella storia sta e insieme a tutti nella storia cade… provo vergogna di aver io consentito che questa concessione immonda mi fosse fatta, di aver lasciato per lungo tempo che la società esercitasse su di me tutte le sue arti per rendermi ‘libero’ a questo prezzo, e di aver tanto poco visto l’inganno da mostrare persino di gradirlo. (Note lucane)

La cultura non va cancellata, ma provare vergogna per la propria potrebbe essere una buona terapia critica.

Tutti i Venerdì del mondo ultima modifica: 2021-05-11T13:13:49+02:00 da ALFONSO  M. IACONO

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