Durs Grünbein, poeta tedesco, archeologo dell’anima

La sua poesia è una sfida a quel mondo dove pensiamo di vivere e sapere, un invito alla ricerca di altri modi ed altri mondi la cui esistenza ci si palesa in momenti e situazioni inaspettate.
scritto da MARIO GAZZERI
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Una interpretazione scontrosa della vita, labirinto senza vie di fuga dove le illusioni si perdono in delusioni, dove ciò che vediamo esiste solo nell’intreccio di altre realtà, nei richiami di un comune passato remoto, nella “contemplazione dei pini romani”, nel significato delle parole “che non dormono nei dizionari”. Dove solo la Storia sembra avere un senso nella plastica solidità delle cose passate. La poesia di Durs Grünbein, tedesco di Dresda (di cui è da poco uscita per Einaudi Schiuma dei quanti, un’antologia comprensiva anche di alcuni inediti), è una sfida a quel mondo dove pensiamo di vivere e sapere, un invito alla ricerca di altri modi ed altri mondi la cui esistenza ci si palesa in momenti e situazioni inaspettate. Così come accade nei sogni dove il nostro autentico “essere” si esprime in un linguaggio criptico, da decifrare.

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Decifrare dunque il mondo per capirne l’essenza così come i fisici della meccanica quantistica decifrano l’immensamente piccolo per potersi avvicinare alla immensità del cosmo. Una poesia spesso urticante che si addolcisce a volte, quasi all’improvviso, grazie anche alla severa musicalità della lingua tedesca. Nato un anno dopo la costruzione del Muro di Berlino (1961), figlio di due scienziati dai quali ereditò la passione per la fisica, Grünbein, già noto nei pochi e sorvegliati circoli intellettuali della DDR, subito dopo la caduta del Muro si recò a Berlino dando poi inizio ad una infinità di viaggi di studio e ottenendo molti riconoscimenti tra i quali, in Italia, il Premio Pasolini per la poesia. Con l’Italia ebbe, ed ha ancora oggi a 59 anni, un rapporto di particolare amore, visitandola spesso dopo aver inizialmente trascorso un anno come borsista all’Accademia Tedesca di Villa Massimo a Roma. Roma, le sue rovine, la sua storia e poi un importante viaggio a Pompei, che si rivelerà determinante nello sviluppo della sua opera, misero il poeta di Dresda in diretto contatto con lo “scavo” trasformandolo in una sorta di archeologo dell’anima. Archeologia e poesia, psicoanalisi e musica, un perimetro culturale che ha affascinato anche da noi diversi protagonisti della scena letteraria e artistica come, per citare forse il più famoso, il compianto direttore d’orchestra Giuseppe Sinopoli, colpito da infarto mentre dirigeva l’Aida alla Deutsche Oper di Berlino e morto poco dopo in ospedale.

Foto: stephan-roehl.de

“Sempre più lunghe si fanno le code d’attesa/ dei rosei pellegrini sui gradini, alla Galleria Nazionale./ Ma tu, povero maestro, con la tua fobia per le code/ te ne vai deluso, fra stracci di pensieri” (Doch du, armer Meister, mit deiner Schlangenphobie/ Ghest düster voruber, im Gedankenfetzen gehüllt…). L’attesa, un altro tema caro a Grünbein, “Quando di pomeriggio le fasi del silenzio/ si fan più lunghe delle ombre invernali, viene l’idea della natura morta…” (Kommt die Idee des Stillebens auf… e ancora “La notte dell’assenza di motivi/ irruppe di qua del cancello dentro l’albergo”).

Alla capitale il poeta ha dedicato una intera raccolta di poesie, Aroma, un album romano, Ein roemisches Zeichenbuch, 2010). Giocando sul nome della città, Grünbein ha voluto sottolineare anche un elemento che più di altri si tradurrà in avvenire, in lontananza, in un ricordo stringente e struggente: i profumi, gli odori, gli aromi della città dove cammina “lungo le arcate sbrecciate/ i capitelli dal tempo decapitati/ i torsi, sbucciati dal sole/ fino all’arrivo alle spalle di fradicie naiadi”. Ai pini, alberi prediletti, il poeta ha poi dedicato molti componimenti in versi “Pino italico, protettore, un baldacchino/ su migliaia di chilometri: come Plinio/ tramanda, il giorno di Pompei sopra il Vesuvio/ c’era una nube con la forma di un pino”. (Überm Vesuv eine Wolke in Form einer Pinie…). Nella Storia, sembra voler dire il poeta, ci si specchia per dare un senso alle nostre fragili vite e, in qualche modo, ad accettare i suoi rischi, i suoi pericoli. Per dirla con le parole di Grünbein, “Fu la settima onda a rovesciarci, veniva da lontano, un vecchio frangente grigio,/ sfatto come la rupe di Gibilterra… Ma non era la fine… Quel che c’era era il cambio delle maree nella psiche,/ le forze intermittenti dentro il corpo,/ Era il migrare in cerca di un nome uguale…” (War die wandernde Sucht gleichen Namens.).

Durs Grünbein, poeta tedesco, archeologo dell’anima ultima modifica: 2021-05-12T18:37:03+02:00 da MARIO GAZZERI

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