La tempesta perfetta

scritto da JANIKI CINGOLI
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Subito dopo le sirene, in tarda mattinata, a Tel Aviv e nella zona limitrofa sono esplosi razzi lanciati da Hamas.
Hamas ha anche annunciato di aver utilizzato nuovi razzi denominati Ayash250 che, sostiene, hanno una gittata di 250 chilometri. Il sistema di difesa israeliano ha intercettato molti dei 130 razzi lanciati nella scorsa notte da Gaza verso Israele, aggiungendo che più di venti sono ricaduti all’interno del territorio di Gaza. Al tempo stesso l’esercito ha risposto colpendo oltre 600 obiettivi militari nella Striscia: tra questi un tunnel di Hamas e anche infrastrutture e centri di comando.
Intensi lanci da Gaza sono ripresi anche stamane in direzione della vicina città israeliana di Sderot e dei villaggi agricoli della zona. La popolazione è stata costretta più volte a correre nei rifugi. A Haifa arabi hanno appiccato il fuoco alle automobili parcheggiate sotto a un edificio abitato da ebrei ortodossi. Intossicate 60 persone. Piani per un possibile ingresso via terra a Gaza saranno presentati al Comando generale dell’esercito israeliano per l’approvazione.
Le speranze di una tregua sembrano esili, anche se gli Stati Uniti di Joe Biden hanno spedito nella regione l’inviato per il conflitto israelo-palestinese Hady Amr per incontrare le parti e cercare una de-escalation. “Israele ha il diritto di difendersi” ha affermato in serata il presidente americano, che poi parlando al telefono col premier israeliano Benyamin Netanyahu ha lanciato un appello perchè venga al più presto ripristinata la calma. [dall’ANSA]
Secondo il Jerusalem Post, sono stati richiamati settemila riservisti

Edifici israeliani colpiti da razzi lanciati da Gaza

La spirale della violenza in atto ha avuto origine all’inizio del Ramadan, il mese in cui i musulmani praticano il digiuno per commemorare la consegna del Corano a Maometto, ed ha avuto il suo epicentro a Gerusalemme. Essa è stata causata dalla convergenza di una serie di fattori, che sono confluiti contemporaneamente determinando l’attuale grave crisi.

Le transenne alla Porta di Damasco

Il 12 aprile, la polizia ha eretto delle transenne davanti alla Porta di Damasco, il più importante accesso alla Città vecchia della Gerusalemme araba, e tradizionale luogo di incontro della popolazione, causando la violenta reazione di giovani palestinesi, che hanno protestato contro quella che hanno considerato un insopportabile arbitrio, con aspri scontri dispersi con drastici mezzi anti sommossa della polizia. Gli incidenti sono andati avanti per molti giorni, degenerando anche in attacchi ad ebrei ortodossi che attraversavano la città vecchia, fotografati e rilanciati su TikTok.

Nei giorni seguenti sono entrati in scena gli estremisti ebraici ultra-ortodossi del gruppo suprematista “Lehava” (Fiamma), con scontri con gli attivisti palestinesi, culminati il 22 aprile con una marcia che ha attraversato la città vecchia cantando “Morte agli arabi”, assaltando botteghe e causando oltre 100 feriti.

Il 25 aprile, nel tentativo di calmare gli animi, la polizia rimuoveva le transenne, ma questo non fermava le manifestazioni dei giovani palestinesi.

Gli sfratti a Sheikh Jarrah

In parallelo agli incidenti alla Porta di Damasco, scontri si accendevano anche nel sobborgo gerolosomitano di Sheikh Jarrah, dove 13 famiglie arabe sono minacciate di sfratto perché le loro abitazioni, abitate da generazioni, sono edificate su terreni la cui proprietà è rivendicata da un’organizzazione estremista ebraica. Della questione è stata investita la Corte Suprema, che avrebbe dovuto emettere il suo verdetto lunedì 10 maggio, ma la cui sessione è stata rinviata a luglio per attenuare la tensione.

La questione di Sheikh Jarrah è divenuta motivo di mobilitazione per tutti gli arabo israeliani e la popolazione palestinese, perché è emblematica del tentativo israeliano di giudeizzare la zona araba di Gerusalemme Est. Proprio per questo ha attirato la condanna non solo di tutto il mondo arabo, ed in particolare della Giordania, ma anche della Ue e degli stessi Usa, che con una presa di posizione insolitamente dura hanno affermato l’esigenza di non alterare ulteriormente lo status quo a Gerusalemme Est con nuovi insediamenti ebraici.

Su di essa si sono ovviamente avventati gli esponenti di Religious Zionism (partito di ultra-destra alleato di Netanyahu), i parlamentari Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir. Quest’ultimo è arrivato a stabilire un suo ufficio nel quartiere, poi rimosso in seguito alle insistenze dello stesso Netanyahu. 

Gli scontri sulla spianata delle Moschee

L’epicentro degli scontri si spostava gradualmente sulla Spianata delle Moschee, dove un iniziale tentativo della polizia di limitare gli accessi a 10.000 fedeli, effettuato venerdì 16 aprile e subito dopo ritirato, infiammava gli animi. I venerdì successivi i fedeli affluivano sempre più numerosi, ed iniziavano gli scontri.

L’ultimo venerdì di Ramadan, il 7 maggio, il loro numero arrivava a circa 70.000, e nella massa comparivano numerose bandiere verdi di Hamas. I poliziotti reagivano con estrema durezza, arrivando a scagliare granate dentro la Moschea di Al Aqsa, il terzo luogo santo dell’Islam, e ad entrare con gli scarponi nella Moschea, dissacrandola. Bilancio della giornata, 205 palestinesi e 17 poliziotti feriti. Il giorno dopo, l’8 maggio, gli scontri continuavano, con circa 100 feriti palestinesi, mentre le forze dell’ordine bloccavano numerosi pullman di arabi israeliani che tentavano di raggiungere la Spianata, e centinaia di essi inscenavano una marcia a piedi per arrivarci. Lo stesso giorno, un corteo di ebrei ultraortodossi attraversava la città vecchia, cantando slogan anti arabi.

Lunedì 10 maggio, secondo la mezzaluna rossa, i feriti arrivavano a 520.

Edificio a Gaza colpito dall’aviazione israeliana

La marcia del Jerusalem day

Lunedì 10 maggio era il Jerusalem Day, che commemora la riunificazione di Gerusalemme dopo la Guerra del ’67. Da diversi anni, gli ebrei nazionalisti e ultraortodossi organizzano una marcia attraverso il quartiere arabo della città vecchia, che parte dalla Porta di Damasco per arrivare al Muro del Pianto, e in qualche anno è arrivata a penetrare anche dentro la Spianata delle Moschee. Data la attuale esplosiva situazione esistente, numerose autorità di sicurezza avevano consigliato un diverso itinerario, attraverso la porta di Jaffa, tradizionalmente riservata agli ebrei, evitando le strade arabe e soprattutto la Spianata delle Moschee.

Ma fino a lunedì mattina la marcia era stata confermata nel suo itinerario originale, e la decisione sulla Spianata delle Moschee sospesa. Poi, con l’acuirsi della tensione e degli scontri, e di fronte alla prima salva di razzi piovuta sulla città, la marcia veniva prima spostata alla porta di Jaffa e poi definitivamente annullata (anche se un gruppo di ebrei ultraortodossi attraversava ugualmente il quartiere arabo fino al Muro del Pianto). Ma oramai il danno era stato fatto, e altra benzina era stata versata sul fuoco.

Il rinvio delle elezioni palestinesi

Il 29 aprile, il presidente palestinese Mahmoud Abbas annunciava il rinvio sine die delle elezioni legislative palestinesi, previste per il 22 maggio, e delle successive presidenziali del 31 luglio, attribuendone la responsabilità ad Israele, che non si era ufficialmente impegnato a permettere la partecipazione degli abitanti di Gerusalemme Est alle elezioni, come garantito dagli accordi di Oslo del 1993. Anche Hamas si accodava alla condanna di Israele. In realtà, le motivazioni del rinvio sono state altre: Abbas era preoccupato per la spaccatura in più liste di Fatah, a fronte della lista unica presentata da Hamas, denominata “Gerusalemme è il nostro destino”.

Al contrario, alla lista ufficiale di Abbas, si aggiungeva una lista, denominata “Freedom”, capeggiata da Nasser al-Qudwa, nipote di Arafat, e appoggiata da Marwan Barghouti, il leader della seconda intifada, in carcere dopo essere stato condannato a cinque ergastoli, la cui moglie, Fadwa, figurava come numero due della lista. Barghouti poi aveva preannunciato l’intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali, e secondo i sondaggi era destinato a battere con un largo margine sia lo stesso Abbas, sia il Presidente di Hamas, Ismail Haniyeh. Altra lista concorrente a quella di Fatah era “Futuro”, ispirata dall’arcinemico di Abbas, Mohammed Dahlan, consigliere del principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed, e tra i registi dell’accordo di pace con Israele. Numero 2 della lista era Sari Nusseibeh, fondatore e già presidente della Università di Gerusalemme Est Al-Quds, appartenente ad una delle più nobili e influenti famiglie palestinesi della città.

In totale, erano state ammesse 36 liste, con centinaia di candidati, e la decisione di annullare le elezioni ha sparso un largo malcontento, anche dentro Fatah.

Gaza

Il rilancio di Hamas

Hamas, che aveva sperato di trarre profitto dalle divisioni di Fatah per affermarsi come primo partito alle elezioni, è stata spinta a cercare altre vie per affermare la sua presenza in Cisgiordania e a Gerusalemme, e si è inserita nei diversi momenti di tensione, gli scontri alla Porta di Damasco, a Sheikh Jarrah e sulla Spianata delle Moschee, diventandone un punto di riferimento.

Con le centinaia di razzi che hanno colpito Israele, ha voluto proporsi come la forza che non solo a parole difende i palestinesi e la Città Santa, evidenziando la marginalità dello stesso presidente Abbas e il suo collaborazionismo con le autorità israeliane.

Coloni armati si dirigono verso Lod (e nell’immagine d’apertura gli scontri nella città)

Il protagonismo dei giovani

I teenager, gli shebab palestinesi, sono stati al centro degli avvenimenti di questi giorni, ne sono stai il cuore. Sono stati loro a sfidare la polizia alla Porta di Damasco, a Sheikh Jarrah, sulla Spianata delle Moschee. Sta nascendo una nuova generazione di militanti, che non si riconosce in alcuna delle organizzazioni tradizionali, ed è alla ricerca di nuove vie e di nuovi orizzonti di vita.

Lo stesso dicasi per i giovani ebrei ultraortodossi, che hanno guidato le manifestazioni e gli attacchi anti arabi di questi giorni.

Il nuovo attivismo degli arabi israeliani

Tradizionalmente, gli arabi israeliani sono stati poco inclini a farsi coinvolgere in manifestazioni politiche, ed hanno evitato di farsi coinvolgere troppo in questioni legate al conflitto israelo-palestinese, ivi compresa Gerusalemme. Ma in questo mese essi sono stati in prima fila a Gerusalemme, e hanno organizzato manifestazioni ad Haifa, a Nazareth, a Umm al-Fahm e nei maggiori centri arabi della Galilea, nel Centro del paese e nel Negev. Probabilmente questo è dovuto anche al ricambio generazionale in atto, ed alla ricerca di una nuova identità, radicata dentro Israele ma con una piena consapevolezza e rivendicazione dei propri diritti.

Il legame con la crisi politica israeliana

Gli avvenimenti di questi giorni hanno un forte impatto sui negoziati in corso per formare un nuovo governo, rendono più difficili gli accordi tra i partiti ebraici del “blocco del cambiamento”, guidati da Yair Lapid e Naftali Bennett, e i partiti arabi. Non a caso, dopo il positivo incontro dello scorso lunedì tra Naftali Bennett, aspirante primo premier secondo l’accordo di rotazione stabilito con Lapid, e Mansour Abbas, leader della United Arab List (UAL), questi ha disdetto un nuovo incontro previsto per ieri, con Bennett e Lapid, in attesa dell’evolversi della situazione. Ed ancora più complesso sarà ottenere sotto qualsiasi forma il supporto di alcuni dei membri della Joint List, ancora più ancorati alla causa nazionale palestinese, proprio nel momento in cui viene programmata la nuova operazione contro Gaza, Guardiani del Muro. Quanto a Netanyahu, questi certamente non si precipiterà nell’avviare negoziati per ristabilire una tregua, conscio che l’attuale situazione complica la vita al blocco avversario e fa perdere giorni preziosi al presidente incaricato Lapid, il cui mandato scade il 2 giugno.

I giorni cruciali non sono finiti

I prossimi giorni segnano nuove date cruciali, per israeliani e palestinesi, e possono fornire un fertile terreno per nuovi scontri ed ulteriori escalation.

Nelle giornate di ieri e di oggi, 12 e 13 maggio, termina il Ramadan, con la festività di Id al-Fitr (la seconda più importante dell’Islam), che celebra la fine del digiuno.

Il 14 maggio ricorre la celebrazione della Dichiarazione di Indipendenza israeliana, proclamata da David Ben Gurion.

Il giorno successivo, i palestinesi e gli arabi israeliani ricordano la Nakba, il disastro e l’esodo palestinesi dopo la guerra del 1948.

C’è solo da augurarsi che questo rischio non divenga realtà.


[dal blog di Janiki Cingoli su Huffington Post]

La tempesta perfetta ultima modifica: 2021-05-13T16:41:53+02:00 da JANIKI CINGOLI

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