City-Chelsea: ma non si era detto Brexit?

ROBERTO BERTONI
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Innanzitutto, consentiteci di esprimere viva soddisfazione per il fatto che la finale di Champions League sia stata spostata dalla UEFA da Istanbul a Oporto. C’entra il Covid e l’obbligo di quarantena per chi torna in Gran Bretagna dalla Turchia, non i diritti umani e l’assoluta mancanza di rispetto nei confronti dei principî minimi di civiltà da parte di Erdoğan, ma diciamo che si tratta comunque di una buona notizia. E poi andiamo ad analizzare le due formazioni che si affronteranno il prossimo 29 maggio all’Estádio do Dragão. Il City di Guardiola non fa più notizia: ha stravinto la Premier e parte nettamente favorito, anche perché il Pep, cui la scelta di una compagine senza storia e sostanzialmente artificiale non gliela perdoneremo mai, è riuscito comunque a venare di poesia l’odore acre dei petrodollari dello sceicco al-Nahyan.

Come ha sempre fatto ovunque sia stato, il nostro ha chiesto e ottenuto i giocatori che voleva, confermandosi un manager di livello mondiale, abilissimo nel selezionare la squadra che desidera e nel plasmarla a sua immagine e somiglianza. Certo, è facile quando non si ha alcun problema di bilancio e si ha a disposizione un reddito annuo che supera ampiamente i venti milioni netti; fatto sta che per veder giocare una formazione inglese con il tiki-taka e il falso nueve, peraltro senza disporre di un funambolo come il Messi al massimo del suo fulgore che ebbe a disposizione a Barcellona, serviva un profeta rel gioco come questo Cruijff senza sigarette e senza arroganza.

Josep Pep Guardiola

Il Pep, in quel di Manchester, ha saputo forgiare una squadra che ormai lo segue con fede quasi messianica, assecondando i suoi desiderata, muovendosi come un’orchestra perfetta e regalando al mondo sinfonie incantevoli come la duplice esibizione contro gli al-Khelaïfi boys del Paris Saint-Germain.

Nel derby degli sceicchi dal patrimonio illimitato ha prevalso il City per il semplice motivo che se Pochettino è un ottimo allenatore, Guardiola è il migliore in assoluto. E così, Neymar e compagni sono usciti a un passo dalla gloria, non riuscendo, neanche quest’anno, a mettere le mani sull’agognata coppa, sfumata un anno fa contro il Bayern Monaco e quest’anno a poche miglia dalla finale, per via dell’imbarazzante superiorità manifestata da De Bruyne e compagni.

È incredibile come il Pep, senza urlare alla Conte, senza rubare la scena alla Mourinho e senza la superbia tipica del maestro Cruijff, riesca a infondere ai propri giocatori la forza e il coraggio necessari per superare ogni ostacolo. Fin dai tempi di Barcellona, il suo carisma è la componente essenziale, ciò che fa la differenza in squadre oggettivamente fortissime ma che senza una guida così illuminata difficilmente sarebbero riuscite ad abbinare risultati e bel gioco, fino a trasformarsi, talvolta, in pura arte.

Di contro, il pragmatismo del Chelsea di Tuchel, gettato alle ortiche con troppa fretta dal già menzionato al-Khelaïfi e sbarcato a Londra per alimentare i sogni di gloria di un altro oligarca: il russo Roman Abramovič, stramiliardario vicino a Putin, con notevoli interessi nel settore energetico, il quale ha avuto, tuttavia, il merito di non innamorarsi solo della bellezza di Stamford Bridge ma anche di un progetto sportivo nel quale ha creduto davvero negli ultimi diciotto anni.

Non a caso ha speso per il Chelsea montagne di soldi, conquistando numerosi titoli nazionali, una Champions nel 2012, grazie alla sapiente guida di Roberto Di Matteo, e ora è determinato a riprovarci, con Tuchel sulla plancia di comando e uno scatenato Kanté a dettare i ritmi a centrocampo. È vero che il Real Madrid visto in semifinale era ormai a fine ciclo, è vero che l’impero del Re Sole di Marsiglia è ormai giunto al tramonto, almeno in terra di Spagna, è vero che Florentino Pérez, fra una supercazzola e l’altra, a fine stagione dovrà mettere mano al portafogli per rinnovare una rosa ormai arrivata, tutto quel che vi pare, ma è altrettanto vero che, fra andata e ritorno, il Chelsea ha letteralmente surclassato il Real, colpendolo con rara efficacia e impedendogli, di fatto, di giocare.

L’aspetto incredibile della vicenda è che, da quando si è concretizzata la Brexit, con il referendum e la conferma di Johnson alla guida del Regno Unito, le compagini inglesi hanno preso a far manbassa in Europa, realizzando una Brenter più che una Brexit che ha momentaneamente spodestato la Spagna dal trono di regina del Vecchio Continente e acuito il divario con un’Italia che non è più egemone ormai da una ventina d’anni. Non bisogna dimenticarsi, infatti, che ai sudditi della regina, a quanto pare, anche l’Europa League, da noi considerata l’emblema del fallimento di una stagione, non dispiace affatto, come testimonia l’altro Manchester, il ben più titolato United, che da quando è caduto leggermente in disgrazia si è comunque tolto la soddisfazione di conquistarne una nel 2017 e parte favorito quest’anno contro il Villareal (finale a Kiev il prossimo 26 maggio). Il che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che con la programmazione, la pazienza, il buonsenso, una più equa ripartizione delle risorse economiche e un pubblico meno assatanato di vittorie del nostro tutto è possibile. Persino vincere giocando bene, avere un torneo accattivante, combattuto e senza padroni prestabiliti e dire no alla Superlega, al netto di una sbandata iniziale, mandando a ramengo i piani di chi ha vissuto troppo al di sopra delle proprie possibilità e ora, anche a causa delle conseguenze della pandemia, non sa più a che santo votarsi.

A tal proposito, un modesto consiglio: meno “colpi”, più acquisti mirati, ingaggi che non sfocino nell’amoralità e, se qualche fenomeno di cartapesta proprio non ci sta, tanti saluti e nessun rimpianto. Così facendo, non si vince di meno: si vince di più, specie in Europa.

City-Chelsea: ma non si era detto Brexit? ultima modifica: 2021-05-16T16:54:51+02:00 da ROBERTO BERTONI

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