Nuovi villaggi cinesi. Ma non in Cina

Pechino sta lentamente ma con decisione militarizzando le sue frontiere sulle montagne dell’Himalaya. Recentemente ha addirittura costruito nuovi insediamenti sul territorio del confinante Bhutan.
scritto da BENIAMINO NATALE
Condividi
PDF

In una replica del suo comportamento nel Mar della Cina Meridionale, dove ha occupato una serie di minuscole isole e ne ha create di artificiali per favorire i movimenti della sua marina, la Cina sta lentamente ma con decisione militarizzando le sue frontiere sulle montagne dell’Himalaya. Recentemente, Pechino ha addirittura costruito dei nuovi villaggi sul territorio del confinante Bhutan. L’ha rivelato il giornalista americano Robert Barnett, esperto di Tibet e di buddhismo, con un lungo articolo pubblicato dalla rivista Foreign Policy. L’ articolo è ben scritto ed è il risultato di ricerche approfondite fatte da Barnett e dal suo team; l’unica cosa che si può fare per i lettori di lingua italiana è cercare di sintetizzarlo e di proporne ampie citazioni.

L’articolo comincia così:

Nell’ottobre 2015, la Cina annunciò che un nuovo villaggio, chiamato Gyalaphug in tibetano e Jieluobu in cinese, era stato fondato nel Tibet meridionale…

Barnett precisa che la costruzione di nuovi villaggi, da parte dell’esercito cinese e di pastori tibetani spinti dalle autorità, è in corso da decenni. “Comunque, Gyalaphug [nell’immagine di apertura] è diverso: si trova in Bhutan”.

E prosegue:

Questa nuova costruzione è parte di una forte spinta del presidente Xi Jinping volta a fortificare le frontiere del Tibet in una decisa accelerazione degli sforzi che la Cina compie da molto tempo per mettere in difficoltà l’India e i suoi vicini lungo le frontiere dell’Himalaya. 

Il Bhutan è un piccolo paese di meno di quindicimila chilometri quadrati e con una popolazione di etnia tibetana di meno di 800mila persone. È una monarchia costituzionale e la sua religione di Stato è il buddhismo Vajrayana. Un piccolo paradiso tra le nuvole che però, per sua sfortuna, si trova in una posizione strategica sulla frontiera tra India e Cina, come il vicino Sikkim – un altro paradiso di montagna – e il Nepal, che era anch’esso un paradiso prima di essere rovinato da un turismo aggressivo e soprattutto da una classe dirigente irresponsabile.

La catena formata da Nepal, Sikkim e Bhutan segna i confini tra le due potenze asiatiche sull’Himalaya e da molto tempo è teatro della guerra di posizione tra Cina e India.

Il Nepal è oggi sconvolto da una devastante seconda ondata di coronavirus. Come i dirigenti politici della vicina India, anche quelli nepalesi – divisi in tre partiti comunisti di varia ispirazione e tutti sottomessi a Pechino, oltre al Partito del Congresso, sclerotico e male invecchiato come il suo partito/padre indiano e un paio di formazioni delle minoranze etniche – hanno gridato vittoria sul virus troppo presto, riaprendo il paese al turismo. Migliaia di scalatori di varie nazionalità sono infatti rimasti bloccati al campo base dal quale si parte per raggiungere la vetta dell’Everest. Inoltre, sono decine di migliaia i nepalesi che lavorano in India e la frontiera tra i due paesi è tutt’altro che ermetica. 

La monarchia nepalese è stata eliminata con un referendum nel 2008, dopo essere stata indebolita dai drammatici fatti del 2001, quando il principe della corona Dipendra Shah, impazzito, sterminò gran parte della sua famiglia prima di rivolgere contro sé stesso la sua pistola Glock. Il massacro di Kathmandu lasciò via libera all’ala più ambiziosa della famiglia stessa rappresentata da Gyanendra Shah, zio del principe assassino, e dal figlio di questi, un bullo chiamato Paras, che oggi si è trasferito con i suoi sgherri a Bangkok, in Thailandia, dove continua a fare le cose che in passato l’avevano reso il terrore dei nottambuli di Kathmandu: guidare ubriaco fradicio per le vie della metropoli, minacciare i disgraziati che si trovano sulla sua strada e a volte anche i poliziotti che devono intervenire per fermarlo. 

La repubblica è stata fino a oggi caratterizzata da interminabili lotte tra i leader dei vari partiti. Molti di questi, come abbiamo visto, sono comunisti e questo, insieme a un antico risentimento vero il Grande Fratello indiano, ha permesso alla Cina di aumentare a dismisura la sua influenza sulla politica del piccolo paese himalayano.

Aree rivendicate dalla Cina in Buthan (da Foreign Policy)

Durante la recente crisi politica, Pechino ha inviato a Kathmandu il suo esperto di Nepal Guo Yezhou, che sta cercando di mediare tra i vari partiti comunisti, per il momento senza successo.

L’India conserva comunque un notevole peso, grazie ai legami storici e culturali tra i due paesi, molto più profondi di quelli del Nepal con la Cina.

Quanto al Sikkim, che dal 1975 fa parte dell’India, è stato teatro di alcune delle numerose battaglie combattute nel corso degli anni tra le guardie di frontiera indiane e cinesi, tra cui l’ultima della quale si è avuta notizia nel gennaio 2021.

Buthan sul mappamondo

Barnett identifica quattro aree nella sezione occidentale del Bhutan, tre in quella settentrionale e una in quella orientale che sono rivendicate dalla Cina. Al contrario delle rivendicazioni su Taiwan e sul Mar della Cina Meridionale, che il Partito comunista cinese ha “ereditato” dai nazionalisti del Kuomintang e che risalgono agli anni Quaranta del secolo scorso, quelle su porzioni del Bhutan sono più recenti e sono state sviluppate a partire dagli anni Sessanta; in seguito sono state precisate e approfondite fino a divenire almeno in parte esplicite negli ultimi decenni.

L’esperto americano sottolinea che solo recentemente queste porzioni sono mostrate come parte del territorio cinese sulle mappe ufficiali. La rivendicazioni cinesi e la costruzione di villaggi, strade, edifici per ospitare le guardie di frontiera ecc. si fanno forti delle abitudini dei pastori, per i quali lo sconfinamento dall’una o dall’altra parte dei confini è da sempre un fatto normale. Quindi spesso pastori, tibetani etnicamente che però sono cittadini cinesi, passano la frontiera col Bhutan con i loro yak. Il governo di Pechino ha incoraggiato alcuni di questi pastori a stabilirsi sul territorio bhutanese in modo permanente in modo da fungere da “battistrada” per gli operai che costruiscono le strade e i villaggi e per i soldati.

La spinta di Xi Jinping è stata particolarmente forte nella Menchuma Valley e in un’area chiamata Beyul Khenpajiong nel nord del Bhutan.

Beyul, scrive Barnett,

è uno dei luoghi più sacri del Bhutan, dove la maggior parte della popolazione segue le tradizioni del buddhismo tibetano. La parola “beyul” significa “valle nascosta”, un termine usato nella letteratura tradizionale tibetana per almeno sette aree dell’Himalaya circondate da alti picchi (in tutte queste zone l’altezza media è di circa 4000 metri) che, secondo la leggenda, furono nascoste dal maestro tantrico Padmasambhava e che possono essere scoperte solo da chi ha un forte potere spirituale.

La Cina non ha pubblicamente spiegato o rese pubbliche le sue rivendicazioni sulla valle di Menchuma ma fin dal 1980 ha fatto menzione di quelle che riguardano il Beyul. Fu allora, secondo un certo numero di scrittori e attivisti cinesi, che funzionari cinesi scoprirono un editto dell’Imperatore Jiaqing (che ha regnato dal 1796 al 1820) che concedeva il diritto di portare i loro yak a pascolare nel Beyul a pastori che facevano riferimento al monastero di Lhalung, nel Tibet del sud. Questo documento ancora non è stato diffuso e non è stato trovato negli archivi tibetani. Potrebbe esistere ma i repicroci sconfinamenti per i pascoli erano la norma nell’Himalaya e nel Beyul prima dell’invasione cinese e dell’annessione del Tibet negli anni cinquanta.

Dal 1984 la Cina e il Bhutan hanno tenuto 24 sessioni di colloqui e lo scorso aprile si sono accordati per tenerne una venticinquesima presto… in questi colloqui il Bhutan ha mostrato una notevole flessibilità – in precedenza, probabilmente negli anni Ottanta, Thimphu ha silenziosamente rinunciato alle sue rivendicazioni sull’area di 154 chilometri quadrati chiamata Kulha Khari (o Kulha Kangri) che si trova sulla frontiera con la Cina, definendo quelle rivendicazioni “un errore cartografico”.

Secondo Barnett, per Pechino lo scopo dell’occupazione delle aree di Beyul e di Menchuma è quello di usarle come moneta di scambio col governo bhutanese per ottenere concessioni nell’ovest del paese.

Fin dagli anni Novanta la Cina ha offerto di rinunciare alle sue pretese sui 495 chilometri quadrati di Beyul se Thimphu [la capitale del Bhutan] darà alla Cina 269 chilometri quadrati nel Bhutan occidentale. 

Il Bhutan finora ha rifiutato lo scambio che gli è proposto da Pechino. Il piccolo paese, stretto tra due vicini grandi (e prepotenti) cerca di mantenere buone relazioni sia con Pechino sia con New Delhi, evitando di pubblicizzare le sue divergenze con l’una e con l’altra. Cedere alle richieste di Pechino vorrebbe dire darle un importante vantaggio strategico: dalle aree reclamate da Pechino nel Bhutan occidentale – tra cui Dolkam, già teatro di scontri tra soldati cinesi e indiani – si può infatti controllare il cosiddetto “corridoio di Siliguri”, cioè la stretta porzione di territorio che collega l’India alle sue regioni del nordest (l’India è una federazione e quelle che in Italia si chiamano “regioni” sono chiamate “stati”, per esempio “lo stato del Punjab” o “lo stato del Tamil Nadu” ecc.)

Tra queste c’è l’Arunachal Pradesh, uno stato dell’India che Pechino rivendica nella sua interezza e che chiama “Tibet meridionale”. Siccome Pechino ritiene che il Tibet sia territorio cinese, anche questa parte del Tibet “storico” le apparterrebbe di diritto. La resistenze del Bhutan alle offerte cinesi si deve probabilmente al fatto che New Delhi non potrebbe accettare passivamente una costante minaccia su Siliguri.

Foreign Policy sottolinea di aver chiesto commenti all’articolo sia alle autorità cinesi sia a quelle indiane e bhutanesi, senza ottenere alcuna risposta.

Nuovi villaggi cinesi. Ma non in Cina ultima modifica: 2021-05-17T14:09:10+02:00 da BENIAMINO NATALE

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento