Brahms, con lui finì il Romanticismo tedesco ma non l’odio dei detrattori

Dopo il classicismo “tardo barocco” di Bach e la monumentale rivoluzione di Beethoven, il compositore amburghese completò la “triade divina”, le “tre B” che, tra il Settecento e l’Ottocento, fecero del mondo musicale tedesco l’espressione suprema di quell’incorporea dimensione dell’animo umano nota come “seconda arte”.
scritto da MARIO GAZZERI
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Fu una delle ”tre B” che, tra il Settecento e l’Ottocento, fecero del mondo musicale tedesco l’espressione suprema di quell’incorporea dimensione dell’animo umano nota come “seconda arte”. Dopo il classicismo “tardo barocco” di Johan Sebastian Bach e la monumentale rivoluzione del “titano di Bonn”, Ludwig van Beethoven, l’amburghese Johannes Brahms completò la “triade divina” contribuendo anche, soprattutto nei Lieder e nella musica corale, a recuperare antiche canzoni popolari e leggende germaniche musicate in un lontano passato. E a ritrovare un linguaggio musicale inizialmente molto condizionato dalla severa tradizione nordica ma che, dopo il suo definitivo trasloco a Vienna, ritrovò la dolcezza solare del sud, dai Lieder schubertiani al “Belcanto” della musica operistica italiana. Tutto ciò si tradusse anche in un indiretto contributo all’idea di una unità nazionale tra i vari stati che allora componevano la Germania.

Uomo “pacato e tranquillo”, come venne definito da molti suoi contemporanei, animato per tutta la vita da un segreto e devoto amore per la vedova di Robert Schumann, Clara Wieck, Brahms fu un gigante che, al pari di Beethoven (Quinta Sinfonia), dialogava con il Destino, come risulta con chiara evidenza in una delle sue opere più note e complesse, Ein Deutsches Requiem (il testo del coro è basato su versetti biblici), in molti Lieder come lo Shicksahllied, la ”canzone del destino”, ma anche nel primo movimento del primo concerto per pianoforte (Maestoso-Poco più moderato), che peraltro ci appare più ”tragico“ che ”maestoso” con il piano che subentra dopo diversi minuti nel drammatico fraseggio dell’orchestra.

Come è noto, e come Freud ci ha insegnato, in un motto di spirito così come in un lapsus si nasconde una verità. Al riguardo ci piace ricordare quanto riferito dal grande musicologo e direttore d’orchestra Kurt Pahlen nella sua fondamentale Musikgeshichte der Welt (in italiano Storia della musica, Martello editore).

Riferendosi alla malinconia delle sue melodie, un intelligente contemporaneo disse: ‘Quando Brahms è di buon umore compone ‘La tomba è la mia gioia‘.

Ma in realtà, Brahms era un uomo di grandi passioni anche se di passioni ben nascoste e tenute sottochiave in un ambiente dominato dal perbenismo della buona borghesia. Egli era un “conservatore progressivo”, secondo l’indovinata formula del critico Angelo Foletto. Da parte sua, il musicologo Daniele Mastrangelo ha scritto in una sua recente pubblicazione sulla vita e l’opera del grande amburghese che

non esiste forse tra i compositori che hanno fatto la storia della musica europea, un autore che abbia così profondamente assimilato e rivissuto le tradizioni: nessuno che ebbe una tale capacità di sintesi o che scese così in profondità nel pozzo del tempo.

Johannes Brahms, 15 giugno 1896. Fotografia di Maria Fellinger (1849–1925), appartenente al cerchio delle amicizie del compositore. Brahms-Institut, Musikhochschule Lübeck (da OSI)

Ma non tutti la pensarono così. Forse perché portatori di una nuova concezione musicale, forse per ostilità verso i canoni immutati (a loro parere) dai tempi di Beethoven o forse più semplicemente per personale invidia, molti musicisti, dal russo Ciaikovskij all’austriaco Gustav Mahler all’inglese Benjamin Britten, formularono giudizi a dir poco negativi su Brahms.

Ho suonato la musica di quel mascalzone (Sic!) di Brahms. Che bastardo privo di qualità! Mi infastidisce che la sua tronfia mediocrità sia recepita come opera di un genio.

Così il grande compositore russo. Non più tenero fu Gustav Mahler:

ormai conosco la musica di Brahms molto bene. Di lui posso solo dire che si tratta di un piccolo, gracile nano.

Per denigrare il grande amburghese, Benjamin Britten (che fu un grandissimo ammiratore di Giuseppe Verdi) fece sfoggio del suo British humour affermando:

Non mi infastidisce la musica “cattiva” di Brahms… è il “buon” Brahms che non posso tollerare.

La sala della musica di Johannes Brahms (da OSI)

Giudizi estremamente negativi anche da parte dello sfortunato liederista Hugo Wolf (malato come Schumann e come lui morto in manicomio), del commediografo irlandese George Bernard Shaw e di Friedrich Nietzsche. Giudizi incomprensibili oggi, ma (secondo Georg Predota del sito di musica classica Interlude) accettabili, anche se non giustificabili, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso quando la ‘nuova’ musica stentava ancora a trovare lo spazio che meritava. Ma a dispetto dei suoi critici Brahms fu, a suo modo, un innovatore e non si limitò, come fu detto dai suoi detrattori, a sfruttare la musica dei primi grandi romantici, Schubert, Schumann, Mendelssohn e Liszt, ed eventuali echi di questi autori sono solo la prova della vivace osmosi creativa che caratterizzò la musica austro-tedesca dell’Ottocento.

Le gioiose e trascinanti Danze ungheresi sono un’ulteriore prova della sua capacità di ‘assorbire’ altre culture musicali e altro folklore. E poi, come osservava Claude Lévi Strauss (citato dallo psicologo junghiano Augusto Romano nel suo libro Musica e psiche):

il privilegio della musica consiste nel saper dire quello che non può essere detto in nessun altro modo.

E questo vale per Brahms come anche per i suoi detrattori.

Vier Lieder für Singstimme und Klavier, op. 46, no. 1, Die Kränze, Baden-Baden. Spartito scritto a mano da Johannes Brahms (Library of Congress)
Brahms, con lui finì il Romanticismo tedesco ma non l’odio dei detrattori ultima modifica: 2021-05-18T12:19:31+02:00 da MARIO GAZZERI

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