“La Nato è controproducente per la sicurezza paneuropea”

Un’intervista di ytali con Alexey Gromyko.
scritto da ANNALISA BOTTANI
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Una questione cruciale nell’agenda geopolitica. Ecco cosa sono divenute, nel corso dei decenni, le relazioni tra l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (Nato) e la Russia.  

Nella fase attuale lo scenario è estremamente controverso. Da una parte, gli stati membri della Nato e la Russia hanno avviato progetti congiunti nell’ambito delle organizzazioni e dei forum internazionali (ad esempio, l’ONU e il G20), dall’altra, negli ultimi anni, la tensione militare e politica ha subìto un aumento esponenziale, minacciando lo status quo.  

Per comprendere quali siano le possibili strategie da adottare per garantire una nuova politica di distensione abbiamo parlato con il Professor Alexey Gromyko, direttore dell’Institute of Europe dell’Accademia delle scienze russa (IE RAS). 

Gromyko è, inoltre, professore presso la RAS (Russian Academy of Sciences), ricercatore associato al Ruskin College e al St Antony’s College presso la Oxford University, presidente della Russian Association of European Studies e della Andrei Gromyko Association of Foreign Policy Studies.  

Ha conseguito il dottorato in scienze politiche e gli è stato conferito il titolo di dottore onorario dalla Plovdiv University, dalla Free Varna University (Bulgaria) e dalla Voronezh State University (Russia). Il professor Gromyko è anche membro corrispondente della RAS, membro del Research Council per il ministero degli affari esteri russo, membro del Research Council presso il Consiglio di sicurezza russo, membro del Comitato scientifico dell’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali – EURISPES, membro del Consiglio dei Diplomi presso l’Accademia diplomatica (ministero degli affari esteri russo) e l’Institute of the US and Canada Studies (RAS), direttore della rivista “Contemporary Europe” e direttore esecutivo della rivista “Social Sciences and Contemporary World”. 

Alexey Gromyko

“Le relazioni tra la Russia e l’Occidente hanno toccato il livello più basso dai tempi della fine della Guerra Fredda.” Questo è il principale timore espresso da diplomatici senior e dal personale militare in una lettera a The Times pubblicata, secondo quanto riportato da Forbes, l’8 dicembre 2020. Per ridurre il rischio di eventuali conflitti militari, nel mese di dicembre del 2020 l’Institute of Europe e l’Institute of the US and Canada Studies dell’Accademia delle scienze russa, con il supporto dell’European Leadership Network – ELN, hanno pubblicato un paper denominato “Recommendations of the Participants of the Expert Dialogue on NATO – Russia Military Risk Reduction in Europe”. Un documento firmato da centosessantasei referenti provenienti da almeno venti Paesi, inclusi circa cinquanta membri di ELN. Le “Raccomandazioni” invitano i leader di Stati Uniti, Russia ed Europa a mostrare la volontà politica necessaria a portare avanti azioni urgenti in tale ambito. Qual è la ratio di questo “progetto”?
In effetti, le attuali tensioni tra Russia e Nato hanno raggiunto un livello record dalla fine della Guerra Fredda. Il problema principale è dato non solo dalle dichiarazioni politiche di escalation, ma dalle iniziative promosse sul campo per costruire ulteriori infrastrutture militari e per stanziare maggiori fondi ai fini del contenimento bilaterale. La pianificazione militare ha subìto una rapida evoluzione, rafforzando le linee di contrapposizione tra le parti. 

Illustri esperti non prevedono scontri militari lanciati deliberatamente tra Russia e Nato, ma aumenta il rischio di conflitti locali involontari, che potrebbero poi sfuggire al controllo, soprattutto nel Baltico e nelle regioni del Mar Nero. Il forte sostegno alle “Raccomandazioni” espresso dai massimi esperti russi, europei e americani, tra cui numerosi ex ministri degli affari esteri e della difesa, generali e ammiragli in pensione e rappresentanti dei principali think tank, dimostra che, su tre diversi fronti, si assiste alla presenza di molte persone che comprendono i pericoli attuali e credono nella possibilità di fermare un’ulteriore escalation. Le “Raccomandazioni” non sono castelli in aria, ma passi molto concreti e fattibili per raggiungere questo obiettivo. Quindi, la ratio del progetto è molto semplice: prevenire la guerra che nessuno desidera, porre fine alle percezioni errate, che abbondano da entrambe le parti, e ripristinare, in primis, i meccanismi di base del dialogo tra le forze militari.

Il paper individua sette proposte chiave legate a differenti obiettivi: “ristabilire un dialogo concreto tra Russia e Nato”, “sviluppare regole comuni”, “rafforzare la stabilità mediante un incremento della trasparenza, evitando attività militari pericolose” e “tutelare l’Open Skies Treaty”, solo per citarne alcuni. A suo avviso, quali di queste misure è maggiormente fattibile nel breve e nel medio periodo?
Tutte le misure elencate sono fattibili e tecnicamente non sono difficili da implementare. Negli anni Duemila la Russia, la Nato e l’Ocse hanno creato una fitta rete di strumenti per offrire specifiche misure in termini di trasparenza, prevedibilità e rafforzamento della fiducia. Nella fase attuale non bisogna inventare nulla. È necessario, invece, ripristinare i meccanismi dormienti di interazione militare e il dialogo politico-militare. Inoltre, la maggior parte delle disposizioni del Documento di Vienna del 2011 è in vigore, i contatti tra il Capo di Stato Maggiore russo e il Supreme Allied Commander Europe (SACEUR) della Nato sono regolari e i rappresentanti di ciascuna parte sono invitati a partecipare a diverse esercitazioni militari. L’importante dialogo avviato non viene, dunque, ostacolato. Si possono trarre molti elementi utili dall’eredità del periodo storico precedente, ad esempio, l’Iniziativa di cooperazione aerospaziale, l’Accordo USA – Unione Sovietica del 1972 sulla prevenzione degli incidenti in mare aperto e nello spazio aereo sovrastante o l’Accordo tra Stati Uniti e Unione Sovietica del 1989 sulla prevenzione di attività militari pericolose. 

L’Open Skies Treaty, invece, è un’altra questione. Gli Stati Uniti hanno abbandonato il trattato nel novembre del 2020, una decisione che non è stata sostenuta da nessun altro stato membro né dal vincitore delle elezioni presidenziali Joseph Biden. All’inizio del 2021 Mosca ha deciso di concedere alla nuova amministrazione più tempo, fino all’estate, per chiarire la propria posizione sull’OST. Purtroppo, dopo aver atteso invano per quattro mesi, a maggio la Russia ha avviato la procedura di ritiro dal trattato. Tuttavia, Washington dispone ancora di un po’ di tempo per salvarlo. 

Il controllo degli armamenti rappresenta uno strumento strategico per mantenere e rafforzare la sicurezza e la stabilità. Dal mese di dicembre del 2020 alcune proposte sono divenute realtà: ad esempio, il New START Treaty è stato esteso per altri cinque anni. Secondo quanto riportato da Steven Pifer, il 3 febbraio 2021, il segretario di stato americano Antony Blinken ha dichiarato che Washington vorrebbe “perseguire con la Federazione Russa, dopo aver consultato il Congresso, gli alleati e i partner statunitensi, il controllo degli armamenti includendo tutte le armi nucleari.” Un processo che richiederà tempo e “una revisione dei programmi e della dottrina americana.” La Federazione Russa è disposta a ripensare le proprie strategie e policy in materia?
Apprezzo il punto di vista di Steven Pifer, che è un membro di spicco nell’ambito del progetto delle “Raccomandazioni”. A proposito, il progetto sta andando avanti e con un po’ di fortuna il Gruppo sarà in grado, quest’anno, di predisporre un nuovo documento. La Russia non solo è disposta ad avviare un nuovo ciclo di consultazioni sul controllo degli armamenti con gli Stati Uniti, ma lo ha richiesto ripetutamente. Ad esempio, nell’ottobre del 2020 Mosca ha consegnato a Washington una serie di proposte sull’attuazione del processo. È basato sul principio di una “nuova equazione della sicurezza”, che corrisponde a un nuovo scenario nell’ambito della stabilità strategica in termini sia quantitativi sia qualitativi. Nella fase successiva, dopo l’inaugurazione della presidenza di Joe Biden, Mosca ha confermato che le sue proposte sono valide e in attesa del riscontro statunitense. Come noto, durante la telefonata tra Biden e Putin del mese di febbraio del 2021 è stato discusso il tema del nuovo ciclo di colloqui sul controllo degli armamenti.

Il segretario di stato statunitense Antony Blinken

Dopo sette anni l’Ucraina è ancora una questione aperta. Nel 2014, in risposta alla crisi ucraina e dopo l’annessione della Crimea, la Nato ha deciso di sospendere ogni forma di cooperazione concreta, civile e militare, con la Russia. Tuttavia, il dialogo politico nell’ambito del Consiglio Nato-Russia è stato mantenuto sia a livello diplomatico sia in altri ambiti, per consentire lo scambio di opinioni su questo tema. Anche il Consiglio Nato-Russia, quale piattaforma di dialogo, non è mai stato sospeso. Alla fine di marzo, è stato riportato da diverse fonti un movimento significativo di truppe russe vicino ai confini dell’Ucraina e il 22 aprile il ministro della difesa russo ha annunciato il ritiro delle truppe dall’area entro il 1° maggio. A suo avviso, la crisi ucraina potrebbe determinare una grave rottura nei rapporti tra Nato e Russia?
Ovviamente, ci tengo a precisare che l’espressione “annessione della Crimea” è inaccettabile per i russi perché, in primo luogo, nel marzo del 2014 la stragrande maggioranza dei cittadini in Crimea, attraverso un referendum libero, ha deciso di lasciare l’Ucraina e, in secondo luogo, dopo questo evento la Crimea si è unita alla Russia. Fondamentalmente, questa è stata la conseguenza della crisi ucraina, non la sua causa. La causa è stato il colpo di stato del febbraio del 2014 messo in atto dalle forze nazionaliste ucraine, che ha posto fine all’accordo firmato il giorno prima dal presidente Viktor Yanukovich e dalle forze di opposizione. A proposito, l’accordo era stato ufficialmente sostenuto da Francia, Germania e Polonia.

In realtà, l’NRC non è stato sospeso, ma il suo funzionamento è stato paralizzato dalle decisioni dei suoi partecipanti occidentali.

Sul tema del recente dispiegamento di truppe: purtroppo, i media occidentali trascurano totalmente la reale situazione sul campo nel Donbas. È stata diffusa solo la notizia che la Russia ha ammassato le proprie truppe al confine meridionale.

Nessuno ha detto, invece, che l’Ucraina aveva dispiegato le proprie truppe sulla linea di contatto nel Donbas. La verità è che il presidente Volodymyr Zelenskiy cercava disperatamente di attirare l’attenzione di Washington dopo le elezioni e, avendo aspettato invano per due mesi, ha deciso che il modo migliore per farlo era quello di provocare la Russia in tutti i modi possibili per dimostrare a Joe Biden che la Russia gli stava addosso. Parallelamente, gli ucraini hanno intensificato i loro sforzi per far fallire il funzionamento del Gruppo di contatto di Minsk e per sabotare la tregua sulla linea di contatto. Nei media occidentali non è stato menzionato neanche una volta il fatto che Kiev, a differenza di Lugansk e Donetsk, dall’estate dello scorso anno, non è riuscita a rispettare neanche uno dei punti cardine dell’accordo per il cessate il fuoco: proibire ai comandanti locali presenti lungo la linea di contatto di dare ordine di aprire il fuoco e di riservare questo diritto esclusivamente al comando centrale di Kiev. Lugansk e Donetsk hanno impartito e reso pubblici tali ordini, ma non Kiev. Per quale motivo? Nella struttura dell’esercito ucraino vi sono unità note come “battaglioni di volontari”. La maggior parte dei loro membri è costituita da esponenti dei movimenti ultranazionalisti in Ucraina che, di tanto in tanto, organizzano fiaccolate che ricordano le parate naziste e compiono atti vandalici contro l’ufficio di Volodymyr Zelenskiy a Kiev con petardi, vernice e scritte degradanti. De facto, questi battaglioni non rispondono a V. Zelenskiy, ma ad A. Avakov, ministro dell’interno che rientra tra le figure chiave degli eventi del colpo di stato avvenuto nel febbraio del 2014. 

Questa parte della classe politica ucraina non è interessata a riavvicinarsi in alcun modo al Donbas e desidera rendere carta straccia gli accordi di Minsk. Ultimamente l’indice di gradimento di Zelenskiy è pari al 20 per cento circa e, a differenza di due anni fa, ora è molto vulnerabile rispetto alla parte nazionalista dell’elettorato. La situazione attuale è simile a quella della Georgia prima che Mikheil Saakashvili decidesse di attaccare l’Ossezia del Sud nell’agosto del 2008. Il suo obiettivo era quello di provocare un grave conflitto militare tra Russia e Nato. La differenza è che Saakashvili faceva sul serio, mentre Zelenskyj ha solo finto.

Alexey Gromyko riceve la laurea ad honorem alla VSU, 18 maggio 2017

E ora un breve sguardo al passato. Come noto, dopo il crollo dell’Urss, nel 1991, la Russia ha perso il controllo su 5,3 milioni di chilometri quadrati. Secondo diversi testimoni, Michail Gorbachev aveva ricevuto rassicurazioni sul fatto che gli Stati Uniti non avrebbero tentato di estendere la Nato in quei territori. Tuttavia, in questi anni, la Nato stessa, con diverse modalità, ha ampliato la propria area di influenza in molti Paesi. A suo avviso, professore, qual è il primo fattore che ha provocato l’iniziale deterioramento dei rapporti tra le parti? L’inclusione delle ex repubbliche sovietiche o altri eventi tra cui, ad esempio, l’intervento della Nato in Kosovo?
Mi consenta di esprimere, prima, una piccola, ma importante osservazione. Sotto la presidenza di Boris Yeltsin, quando la Repubblica socialista federativa sovietica russa [N.d.R.] era ancora all’interno dell’Urss e ne costituiva la struttura portante, la leadership russa stava lavorando per rovesciare deliberatamente Mikhail Gorbachev come presidente dell’Unione Sovietica. Puntavano intenzionalmente a far scomparire l’Urss per proclamare la Russia stato sovrano e, dunque, hanno sostenuto altri movimenti separatisti nelle repubbliche sovietiche. Quindi, dal loro punto di vista, la Russia non ha perso territori a causa della disgregazione dell’Unione Sovietica, ma mirava a sbarazzarsi di questi ultimi volontariamente. Naturalmente, per coloro che si opponevano a Yeltsin, questa logica era profondamente sbagliata. Per quanto riguarda la frattura tra Russia e Nato, tutto è iniziato a metà degli anni Novanta quando Washington ha deciso di annunciare la policy “open-door” della Nato, dando inizio all’espansione dell’Alleanza. In Russia ci si illudeva ancora che l’espansione del blocco militare, di cui la Russia non faceva parte e che era stato creato durante la Guerra Fredda per combattere l’Urss, non avrebbe determinato criticità per la sicurezza del Paese. Tuttavia, a distanza di breve tempo è avvenuto il bombardamento della Jugoslavia, poi il caso del Kosovo e le speranze si sono infrante. I richiami della Russia alla Nato hanno ricevuto il colpo di grazia con la dichiarazione di supporto della Nato stessa a Mikheil Saakashvili nel 2008 e il nuovo regime politico a Kiev nel 2014.

In questi anni sono stati firmati diversi accordi tra la Nato e la Russia (il Partenariato per la Pace, il Nato – Russia Founding Act del 1997 etc.), mentre il Consiglio Russia – Nato è stato istituito nel 2002. Inoltre, le parti sono riuscite a garantire assistenza reciproca in diversi scenari, dall’Afghanistan all’esercitazione antiterrorismo “Vigilant Skies 2011”, solo per citarne alcuni. L’idea dell’adesione della Russia alla Nato è stata inizialmente discussa, ma poi è stata respinta. Qual è stato l’ostacolo principale? La “visione” russa post-imperiale o l’approccio degli alleati occidentali
L’idea dell’adesione della Russia, in qualità di membro, alla Nato ha una lunga storia. Già nel 1954 l’Urss presentò una proposta ufficiale di adesione alla Nato. Tale richiesta fu riproposta nel 1955 durante il vertice tra Urss, Usa, Francia e Regno Unito a Ginevra. La risposta fu negativa. Poi l’idea è emersa nuovamente un paio di volte negli anni Novanta e nei primi anni della presidenza di Vladimir Putin. Ma ogni volta era chiaro che si trattava di un esercizio futile, in quanto la Nato non avrebbe mai ammesso la Russia. Riuscite a immaginare una situazione in cui gli Stati Uniti concedono alla Russia il diritto di veto all’interno della Nato? E viceversa, si può immaginare una situazione in cui la Russia entra a far parte di un’altra organizzazione in cui gli Stati Uniti dettano le regole? In qualche modo, questo scenario ricorda la questione dell’adesione della Turchia all’Ue. Indipendentemente dalla condizione della democrazia in Turchia, agli occhi di molti stati membri dell’Ue, almeno non ufficialmente, il problema principale è che questo è un grande Paese con una popolazione che, in termini numerici, supera quella della Germania. Se diventasse membro dell’Ue, cambierebbe drasticamente l’equilibrio di potere al suo interno.

Ora focalizziamo l’attenzione sul futuro. Nel 2019 il presidente francese Emmanuel Macron dichiarò che la Nato stava andando incontro a uno “stato di morte cerebrale”, avvertendo i Paesi europei che non avrebbero potuto fare affidamento sull’America per difendere gli alleati della Nato stessa. L’ex presidente Donald Trump considerava l’Alleanza dei 30 membri ormai obsoleta. Tuttavia, dopo le elezioni del 2020, lo scenario è cambiato. Secondo il presidente Joe Biden, l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della Nato è “irremovibile” e “un attacco a uno è un attacco a tutti”. Quali saranno l’evoluzione della Nato in futuro e il ruolo della Russia nel nuovo ordine globale?

Il presidente Macron aveva ragione nel senso che il fondamento dell’esistenza della Nato non è cambiato dalla fine della Guerra Fredda e la sua efficienza è ridotta. È uno strumento per promuovere, principalmente, gli interessi in materia di sicurezza degli Stati Uniti e quelli del suo complesso militare-industriale. È un’organizzazione il cui obiettivo costante è quello di contenere la Russia sotto Vladimir Putin o sotto qualsiasi altro presidente russo. Prima o poi gli Stati Uniti coinvolgeranno la Nato in uno scontro con la Cina, cosa che sta già accadendo. La Nato ha dimostrato di essere controproducente per la creazione di un’architettura di sicurezza paneuropea, che era uno degli ideali alla base della Carta di Parigi del 1990. La policy “open-door” della Nato ha indotto Mikheil Saakashvili ad attaccare l’Ossezia del Sud e ora sta spingendo Kiev a comportarsi in modo irresponsabile. In un passato non troppo lontano Russia e Nato hanno compiuto una mossa intelligente e pragmatica stabilendo determinate regole del gioco e meccanismi di base (il Consiglio Russia – Nato, il Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa etc.), gestendo le diversità e promuovendo persino la cooperazione su alcune questioni di reciproco interesse. Rovinare questi meccanismi è stato un grave errore per la Nato. Le “Raccomandazioni” sulla riduzione dei rischi militari Nato-Russia in Europa, di cui abbiamo discusso in precedenza, mostrano che molte persone nei Paesi Nato l’hanno compreso.

“La Nato è controproducente per la sicurezza paneuropea” ultima modifica: 2021-05-18T12:52:15+02:00 da ANNALISA BOTTANI

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