Collegare Burano salvaguardando la biodiversità della laguna

Il progetto comunale per migliorare i trasporti tra l’isola e la terraferma va a toccare un’area di grande pregio naturalistico, una delle ultime a mantenere tipiche condizioni lagunari. L’allarme forte e argomentato di MareVivo.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO
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Come un fiume carsico, la richiesta emergeva da anni di tanto in tanto, con l’effetto di far discutere per poi rientrare silenziosamente nel libro di quei sogni a lungo accarezzati, ma destinati a rimanere inappagati. Un po’ perché a non crederci era forse in primo luogo chi allora avrebbe dovuto decidere. Molto, di certo, perché a mancare erano proprio quelle risorse che avrebbero permesso la sua realizzazione e che nessuno forse si peritava di ricercare. 

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E del progetto di una via che garantisse un collegamento di Burano con la terraferma non se n’è fatto niente, magari incrementando quel fenomeno di esodo dei suoi abitanti che ormai ha portato le generazioni dei quaranta, cinquantenni a risiedere fuori dall’isola, dove ancora vivono i genitori, e dove quotidianamente si recano per esercitare le loro attività economiche che sempre ruotano attorno alla pesca, ma ormai quasi solo del turista. 

È così, quindi, che sotto l’incalzare di un fenomeno che ha fatto di Burano un polmone che si riempie di giorno per svuotarsi la sera, la trasformazione dell’isola in un paradiso mordi e fuggi si sposa con le strategie di un’amministrazione cittadina la cui visione principe prevede di spalmare quanto più possibile e acriticamente sul territorio la ricchezza che da esso proviene. 

Questo era, ed è di fatto, il patto che ha spinto l’estuario a premiare elettoralmente in modo consistente l’attuale maggioranza che governa Venezia. E se da una parte ad essa va probabilmente riconosciuto il merito di aver prestato maggiore attenzione ai problemi che assillano gli abitanti delle isole, dall’altra le va imputato di essere in profonda contraddizione con quell’idea di città sostenibile che ha pur varie volte sbandierato. Una sostenibilità, che al di là di interventi di facciata, riconduce e si riduce al tornaconto economico. 

Può essere spiegato quindi in quest’ottica il bando con cui entro un anno il Comune di Venezia, individuato il tecnico da incaricare, potrà dar vita al progetto già finanziato di una via d’acqua che collegherà Burano alla terraferma del Montiron. Insufficiente il trasporto esistente che permette di raggiungere l’isola da Treporti che, oltre ai buranelli, porta il turismo dei campeggi. 

Scontata l’inadeguatezza del trasporto pubblico via vaporetto dalle Fondamente Nuove, esposto, com’è, al collasso ogni fine settimana. Se si vuole, forse anche un modo di alleggerire il traffico umano che gravita su Venezia insulare, da annoverare tra le buone intenzioni del Comune. Con cui favorire l’afflusso diretto all’isola da una gronda che promette vari servizi, oltre a quelli offerti dal vicino aeroporto, dalla rete autostradale, da un futuro stadio, da centri commerciali e da cinquanta posti per bus turistici.

Tutto apparentemente più o meno bene, quindi, se non fosse che quel progetto va a toccare un’area di grande pregio naturalistico, una delle ultime a mantenere tipiche condizioni lagunari, permesse dal fatto che vi sfocia il Dese, l’unico fiume che ancora versa le sue acque in laguna. Una caratteristica che permette alla zona della foce e delle paludi di assolvere un ruolo determinante per la conservazione di importanti equilibri ecologici.

Tutto ciò premesso, era quindi del tutto naturale che nascesse un dibattito. E che in tale contesto si contrapponessero gli interessi di chi, di fatto, nell’operazione vede un’occasione d’oro per incrementare il già notevole flusso turistico. Interessi contrari alle sensibilità dell’ambientalismo e alla riflessione o agli indugi della politica. Di quella, perlomeno, che ancora intende affrontare il problema in un quadro di relazioni più ampio, seguendo un concetto di bene pubblico altro dalla banale somma aritmetica degli interessi privati.

Perché, quanto all’amministrazione in carica, la scelta pare già ben fatta, e porterà allo scavo del canale senza che prima si sia precisato se la viabilità sarà appannaggio del servizio pubblico, o se sarà permessa anche a quella privata e ai taxi acquei. Un dettaglio che impensierisce e che fa sospettare che il progetto non sia altro che la foglia di fico per occultare maldestramente il famoso patto di cui più sopra si parlava. 

E che lo scopo in verità non sia quello di garantire la pur sacrosanta viabilità degli isolani, quanto un vero e proprio incentivo allo sviluppo del mordi e fuggi. Modello al quale, a quanto pare, al di là dei buoni propositi spesi in pandemia e della trovata dei tornelli per fermare i turisti, questa amministrazione non sa rinunciare. 

Così, come da prassi, la polemica continua, a tal punto che ai consessi naturali in cui normalmente si svolge si è aggiunta in questi giorni anche una petizione che gira in change.org promossa dal Comitato per la biodiversità della Laguna, che ha già raccolto quasi millecinquecento firme. 

È invece una assoluta new entry la relazione con cui la neonata Delegazione regionale Veneto di MareVivo ha deciso di dare il proprio contributo alla discussione.

Costituitasi nello scorso gennaio, la Delegazione Veneto si è mossa avviando operazioni di pulizia al Lazzaretto Nuovo, adottando la spiaggia del Bacan nell’isola di Sant’Erasmo che ripulirà il 5 giugno, raccogliendo pneumatici a Chioggia, facendo partire RenOils, la campagna per la raccolta di olio alimentare esausto nelle marine. Presenterà infine alla prossima Mostra del Cinema una campagna contro l’abbandono di mozziconi di sigaretta. Uno dei peggiori inquinanti dell’ambiente.

La relazione, che sarà pubblicata a breve sul sito di MareVivo Veneto, affronta il problema dello scavo del canale del Montiron in un modo articolato partendo da una premessa scritta da Alessandro Dissera Bragadin, in cui l’autore ricostruisce la storia recente degli interventi di scavo in laguna, citando in particolar modo Il Canale Malamocco Petroli,

un canyon profondo circa 11 metri – in un ambiente che ha una quota media di fondale di 60-80 cm – che ha generato una gravissima erosione di sedimenti lagunari, assorbendo tutta la barena presente in laguna sud che ormai sta diventando un braccio di mare…. È così aumentato l’invaso per un milione di metri cubi d’acqua all’anno che, con la scomparsa delle barriere che frenavano l’entrata dell’acqua, costituite da canali, viemi e barene, ha visto la città aggredita delle maree come mai in passato.

Venezia è una delle città più inquinate in Italia, dove “non vengono nemmeno proposte le domeniche ecologiche” e dove non esiste una legislazione che tuteli l’ambiente, e chiunque può usare qualsiasi imbarcazione senza alcuna minima regola sulle carene, che sono alla base della causa del moto ondoso. A tal punto che

al Canale di Tessera e al Canale degli Angeli – dove taxi e mezzi pubblici navigano con velocità altissime al servizio delle migliaia di turisti che si spostano tra aeroporto e città, provocando rimestamento acqueo e grandissime e continue onde – non cresce più nulla. Non c’è più vita nel fondale, si tratta di un cranio senza alghe, habitat naturale per le uova dei pesci lagunari, non c’è barena, non vi nidificano più le specie.

La laguna nord, dove andrebbe scavato il canale per il Montiron, contribuisce maggiormente ai servizi di regolazione. Dalla mitigazione del clima, al trattamento delle acque, dalla prevenzione dell’erosione dei fondali al mantenimento dei cicli vitali delle specie ittiche. Ma anche di approvvigionamento, come pesca artigianale e caccia, e culturali.

Basta guardare una qualsiasi immagine satellitare della laguna, scrive nel suo intervento Fabio Pranovi, docente a Ca’ Foscari, per verificare la diversità paesaggistica di questa porzione di laguna, in confronto con le aree centrali e meridionali, profondamente modificate, proprio da un punto di vista di eterogeneità spaziale.

Da qui, secondo lo studioso,

la necessità di attuare politiche di gestione dell’ambiente lagunare che siano in grado di considerare la stretta relazione tra morfologia e funzionalità, basandosi su una visione complessiva, almeno a livello di sottobacino. Focalizzarsi su singoli elementi, perdendo di vista il quadro complessivo, può portare infatti a assumere decisioni e effettuare interventi potenzialmente in grado di modificare processi a scale spaziali decisamente superiori a quelle considerate, che spesso poi si rivelano irreversibili.

Ne consegue, conclude Pranovi, che

l’aumento del traffico acqueo, con conseguente incremento dell’erosione, sia dei fondali che delle residue strutture barenali, della risospensione di sedimenti e degli scarichi e delle emissioni di vario genere, potrebbero […] determinare profonde ed irreversibili modificazioni dell’intero bacino, arrivando anche a compromettere alcuni processi ecologici importanti. 

Nel suo contributo, Luigi D’Alpaos, docente emerito di idraulica e massimo esperto di Laguna, muove l’accusa contro

i barbari allevati in casa, che pensano di poter calare impunemente le loro “soluzioni” su Venezia e sulla laguna, delle quali dimostrano di non conoscere minimamente i caratteri ambientali.

Seguendo il principio della “mano libera sulla laguna”, essi, proponendo lo scavo del canale Burano-Montiron, porrebbero

il primo tassello per distruggere anche la laguna nord-orientale, l’unica parte finora a superare senza subire danni disastrosi le iniziative degli uomini che da cento anni a questa parte hanno determinato i destini della laguna stessa.

Tanto più che ormai sono numerosi i contributi scientifici che evidenziano i processi idrodinamici e morfodinamici negativi riconducibili allo scavo in laguna di canali artificiali da parte dell’uomo.

Il quarto e ultimo contributo si deve a Carlo Beltrame, professore di Metodologia della ricerca archeologica a Ca’ Foscari, e riguarda l’importanza della zona in cui dovrebbe nascere il nuovo canale, che collegando Torcello ad Altino, la fa diventare

un contesto ad alto potenziale (o rischio a seconda della prospettiva da cui si guarda la questione) archeologico all’interno del quale possono essere conservate tracce di occupazione di età romana e successiva.

Ne consegue che

qualsiasi attività di scavo o qualsiasi attività potenzialmente in grado di provocare fenomeni erosivi può impattare importanti contesti archeologici sepolti lungo le sponde o nei fondali dei canali di questo zona della laguna. È fortemente auspicabile quindi che venga mantenuta la fisionomia di questo ambiente o che, nell’ipotesi funesta che si intenda procedere con scavi o attività nautica ad alto impatto, si proceda con indagini archeologiche preventive, prima della fase di progettazione, come prescritto dalla normativa, e con eventuali interventi di messa in sicurezza dei contesti insediativi che dovessero emergere.

Queste le considerazioni di MareVivo. Resta da aggiungere, per citare ancora Dissera Bragadin, che

la variante PRG 2010 per la laguna di Venezia e isole minori prevede proprio un collegamento Burano Tessera che consiste nello scavo di un tratto di canale a nord di Murano [già provvisto di valutazione impatto ambientale positiva]. 

A questo punto ci sfugge che senso abbia allora dragare e devastare zone di barena ancora intatte, se lo scopo è quello di dare un servizio sacrosanto ai buranelli. Non c’è già un ramo di un vecchio canale che da San Giacomo in Paludo porta verso Tessera? 

servizio fotografico di Davide Pesavento

Collegare Burano salvaguardando la biodiversità della laguna ultima modifica: 2021-05-19T13:18:32+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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