Franco Battiato. Il violino e la selce

L’artista recentemente scomparso diresse il festival di musica contemporanea, messo in scena nelle Marche dal 1996 al 2004.
scritto da MARTINO BRANCA
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Particolare commozione per la morte di Franco Battiato a Fano, città dove l’artista siciliano diresse il festival “Il violino e la selce” dal 1996 al 1999.

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Tre criteri, assunti per scienza e per ideologia, hanno intenzionato il progetto del festival musicale Il Violino e la Selce. Conducevano tutti a Franco Battiato.

Il primo ha a che fare con la condizione culturale italiana e con le sue patologie. Dapprima una distorta partecipazione alla vicenda delle avanguardie del Novecento, poi una spropositata ingerenza della politica nell’attività culturale hanno fatto dell’Italia un mercato unidirezionale, nel quale s’importano regolarmente prodotti di attualità in cambio di materiali storicizzati. Da questo Il Violino e la Selce voleva veleggiare lontano. Occorreva anzitutto ritessere la trama delle relazioni col presente, risalire il tempo per approdare allo spazio. Come dire reintraprendere il viaggio iniziatico di Franco Battiato e, preso atto del proprio isolamento, cioè di una condizione insulare, riconoscersi con lui nell’inevitabile contraddizione dell’isolano, teso tra le necessità della storia del luogo e il richiamo della geografia. Per ritentare sotto la sua guida il tragitto dal Mediterraneo al pianeta, con l’obbiettivo di tornare a Itaca da cittadino del mondo. Questo è stato in effetti l’esordio del festival: un percorso che, partito dal rito sufi rivisitato da Nidaa Abu Mrad è approdato alla Tempesta di Shakespeare-Nyman (Noises, sounds and sweet airs), che mette in relazione i simboli della cultura italiana con la vicenda di quella anglosassone, e non per caso ha un’isola per teatro.

Il secondo criterio è di indole specifica, riguarda cioè i caratteri della musica contemporanea, innanzitutto gli effetti di una tendenziale dissolvenza delle distinzioni tra musica colta – di avanguardia o storicistica – e musica popolare. Si trattava di far progetto e metodo con quello che in Battiato è stato pratica di vita: un elegante andirivieni tra un canzoniere e un’Opera, tra un premio Stockhausen e un palasport, tra un santuario dello spettacolo e del culto e i luoghi metropolitani e laici della vita biologica e psicologica di tutti. Dunque non l’incursione estemporanea di una rock-star in ambiente colto, né l’astuto pescare delle avanguardie novecentesche nel folklore. Ma una qualità altissima regolarmente espressa nelle forme popolari, e una popolarità regolarmente raggiunta anche nell’uso di categorie tipologiche desunte dalla cultura alta, coniugando gli uomini con gli dei (le Zap Mama con Giacinto Scelsi, Jan Garbarek con lo Hilliard Ensemble).

C’è infine un terzo indirizzo, o meglio un non indirizzo, un comportamento caratteriale del festival più che uno schema caratteristico. Il Violino e la Selce ha voluto appartenere con forza alla categoria della ricerca, la stessa alla quale si ascrive l’opera di Battiato. Come il suo sacerdote il festival ha desiderato ascoltare tutte le sirene, s’intende restando saldamente legato all’albero maestro, ubbidire all’imperativo del cambiamento senz’altro centro di gravità permanente che il rigore dell’impegno e la qualità del risultato. Per questa via il vascello de Il Violino e la Selce è stato condotto dal suo nocchiero agli approdi più diversi: il melodramma contemporaneo, le ricerche minimaliste, la tradizione dell’avanguardia europea, la sensualità del misticismo sufi, la cultura pigmea e il suo rapporto con l’Occidente, il fragore delle sonorità metropolitane, le nenie di geografie lontane, gli intrecci della musica col cinema, con la danza, con la vita.

Tutto questo e altro, ma non oltre questo, è stato Il Violino e la Selce di Franco Battiato. Tuttavia un’altra interpretazione è possibile, una lectio difficilior della quale quella fin qui raccontata rappresenta il capovolgimento ideale. È fondato il sospetto che non sia stato il festival a giustificare Franco Battiato. Sembra più vero il contrario. È altamente probabile che i contenuti del festival, la sua forma mutevole, la varietà dei punti di applicazione siano stati gli effetti e non le cause della scelta del direttore artistico e che all’origine di tutto abbiano giocato due semplici pulsioni: occuparsi di musica contemporanea chiedendo a Franco Battiato la sua versione dei fatti. Sicché più che collezioni di oggetti intenzionati da una funzione critica i programmi de Il violino e la Selce appaiono come materiale semilavorato, frammenti di pensieri di un compositore, suggestioni cercate o trovate nel corso del processo creativo. A testimonianza del fatto che nelle Marche si è dispiegato non tanto un dispositivo per la ricognizione musicale del mondo, quanto un osservatorio puntato sull’universo fantastico di un artista del nostro tempo.

Martino Branca, soprintendente del festival

Franco Battiato. Il violino e la selce ultima modifica: 2021-05-19T16:34:01+02:00 da MARTINO BRANCA

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