A Venezia le case ci sono. Idee e proposte per renderle abitate

“Fin dall’inizio di questa consiliatura come Partito Democratico abbiamo proposto all’amministrazione in carica misure per affrontarlo. Tutte rigettate e rispedite al mittente. Eppure le leve sulle quali intervenire sono molte”.
scritto da GIUSEPPE SACCÀ, ENRICO VIANELLO, TOMMASO BORTOLUZZI
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Il calo degli abitanti in Città storica e in tutto il Comune di Venezia continua. Una vera e propria emergenza. Eppure le politiche sulla residenza messe in campo dall’amministrazione in carica sono insufficienti, sia per quanto riguarda la gestione del patrimonio pubblico, sia per quanto attiene al governo del libero mercato con interventi a favore della residenzialità, stabile o temporanea.

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Partiamo dai dati. Dall’unità d’Italia al 1970 tutte le aree che oggi fanno parte del nostro Comune crescono in termini di abitanti: città storica +30 per cento, raddoppio della popolazione nell’estuario ed esplosione della terraferma con un +400 per cento. Se ci focalizziamo invece sul secondo Novecento, fermandoci all’inizio del nuovo millennio, l’estuario si stabilizza, la terraferma continua ancora a crescere mentre la città storica inizia a spopolarsi. I primi vent’anni del terzo millennio ci danno infine un calo generalizzato, pesantissimo nella Venezia d’acqua. Il quadro complessivo è drammatico. 

Il saldo naturale negativo è una delle cause a cui si somma un saldo migratorio incapace di contrastare il rapporto nati/morti. Tutto il Comune è sempre più vecchio. È solo grazie all’apporto della popolazione straniera che si mantiene una certa vitalità, anche perché questa conta soprattutto cittadini in età lavorativa e riproduttiva e di conseguenza bambini. Se avessimo fatto affidamento solo sulla demografia naturale del territorio comunale, il totale dei residenti non sarebbe oggi di molto superiore alle 200mila unità e avrebbe una composizione molto più anziana. Allargando lo sguardo ai territori limitrofi si nota come solo i Comuni che gravitano verso Padova e Treviso e quelli dell’area del Veneto Orientale crescono numericamente. La centralità del Comune di Venezia è messa sempre più in discussione, anche in ottica metropolitana.

Per invertire la rotta, riportando persone a vivere e abitare nel Comune di Venezia, non si può certo parlare solo di “casa”, o di mancanza/indisponibilità della stessa, in senso stretto. Bisogna affrontare una serie di tematiche che potremmo includere nel termine più generale di “vivibilità” di un territorio: servizi diffusi, qualità degli spazi pubblici, sicurezza integrata, in cui la prevenzione e il sociale giochino un ruolo molto forte e, ovviamente, opportunità di sviluppo e di lavoro.

In questo breve intervento però vorremmo concentrarci proprio sul problema della “casa”.

Fin dall’inizio di questa consiliatura come Partito Democratico abbiamo proposto all’amministrazione in carica misure per affrontarlo. Tutte rigettate e rispedite al mittente. Eppure le leve sulle quali intervenire sono molte. I flussi di pendolari in entrata (seppur datati), soprattutto per la Città storica, mostrano, ad esempio, che già solo trovare gli strumenti per trattenere le persone che vi lavorano o studiano aiuterebbe a scrivere un bilancio demografico ben diverso. 

Quali sono dunque gli interventi che potrebbero e dovrebbero essere messi in atto per evitare lo spopolamento con tutto ciò che ne consegue in termini sociali, economici, storici e culturali?

Partiamo dalle risorse. Nel Bilancio di previsione 2021-2023, approvato dalla maggioranza, le somme destinate al patrimonio residenziale pubblico non arrivano al due per cento del piano degli investimenti per l’intero Comune. Meno di sei milioni e mezzo di euro totali: circa 25 ad abitante su base triennale, meno di dieci all’anno.

A fronte di questo stanziamento risibile, non si può affermare che manchino i fondi. Basti pensare, ad esempio, ai sei milioni di euro spesi per acquistare il Teatro Toniolo da IVE, una società di proprietà del Comune medesimo. O ancora ai trenta milioni di avanzo di bilancio 2020 che vanno oltre il principio generale di buona gestione, soprattutto in questo periodo difficile che dovrebbe essere affrontato anche iniettando maggiori capitali nel tessuto economico e sociale. Ma non solo. Prima della pandemia, la tassa di soggiorno valeva entrate per 37 milioni di euro annui. Per non parlare del fatto che dei 457 milioni di euro del Patto per Venezia solo il sei per cento è stato destinato alla residenza.

Dati, cifre e numeri rispetto ai quali l’attuale amministrazione mostra un nervosismo che ha superato anche il livello del normale scontro politico: l’assessore al Bilancio Michele Zuin non ha trovato di meglio che attaccare in contumacia, visto che in qualità di consigliere di Municipalità non partecipa ai lavori del Consiglio comunale, Tommaso Bortoluzzi, uno degli autori della presente riflessione. Ovviamente l’assessore non ha mai ritenuto opportuno presentarsi alle sedute della Municipalità di Venezia così da confrontarsi con lo stesso e più in generale con tutti i membri dell’organo locale di rappresentanza. Ma andiamo avanti restando sui numeri e su cosa questi ci raccontano.

Secondo quanto dichiarato dall’assessore Venturini il 5 maggio, durante i lavori della V commissione, negli ultimi sei anni poco più di 42 milioni sono stati stanziati in questo settore. Vogliamo spalmare questa somma pro capite? Si capirà subito come si stia parlando di briciole per una emergenza assoluta. Fondi, per altro, non certo comunali, come ha messo in rilievo OCIO (Osservatorio CIvicO sulla casa e la residenza), ma per lo più di provenienza statale e comunitaria.

Solo per restare nel novero delle case direttamente di proprietà del Comune il patrimonio edilizio ammonta a circa 5.500 alloggi. Sempre a febbraio 2021 risultano in assegnazione, manutenzione, da recuperare, da ristrutturare o in valutazione ben 1.001 di questi appartamenti: quasi sessanta in più rispetto al luglio dell’anno precedente quando erano 942 quelli non utilizzati o non utilizzabili. Si tratta di dati, inoltre, che non prendono in considerazione il patrimonio ATER, ente regionale che l’attuale maggioranza governa da sempre e che vede oltre il 27 per cento dei suoi immobili inutilizzato. 

La sola notizia positiva di questi primi mesi di consiliatura è la decisione di usufruire delle opportunità offerte dall’Ecobonus anche per gli edifici residenziali di proprietà comunale. Ci sono voluti sei mesi, la richiesta costante portata avanti dal Partito Democratico di approntare un piano complessivo, che comunque ancora non è stato steso, ma finalmente qualcosa si muove. In questo modo si potrà rinnovare e riqualificare questo patrimonio immobiliare, dando contestualmente un impulso all’economia cittadina connessa. 

In questo giocherà un ruolo importante Insula sulla quale è necessario aprire un ragionamento per capirne veramente le potenzialità. Sempre OCIO ha messo in evidenza come tra il 2015 e il 2019 Insula abbia incassato circa quaranta milioni di euro dai fitti versati dagli inquilini delle case comunali. Al netto dei costi di struttura della Società stessa, forse anche da questo ente si possono ricavare delle risorse da investire in politiche per la residenza. Un tema da riprendere quando sarà approvato il rendiconto del bilancio 2020 che consentirà, dati alla mano, di avviare delle riflessioni più approfondite.

Spostando lo sguardo dalla situazione del pubblico a quella del patrimonio e del mercato privato, la mancanza di volontà di questa amministrazione ad intervenire con provvedimenti che mettano in moto un circolo virtuoso a favore della residenzialità si manifesta con ancora maggiore chiarezza. Ne è dimostrazione lampante il non aver nemmeno preso in considerazione la proposta di creare un’Agenzia pubblica per la locazione a uso residenziale sull’esempio di quanto fatto a Milano: una struttura che, grazie a un apposito fondo, funga da garante per i proprietari, assicurando il reintegro degli eventuali mancati canoni degli inquilini morosi.

Sempre per restare sul mercato privato, si potrebbe anche intervenire sulla tassazione per incentivare chi affitta a residenti. Ipotizzando una rendita catastale pari a mille euro (approssimativamente corrispondente a quella di un appartamento di cinque vani), se si dimezzasse l’aliquota IMU per gli immobili locati a residenti, il risparmio per il proprietario ammonterebbe a 924 euro, mentre se venisse azzerata salirebbe a ben 1.848 euro, sempre su base annua.

Nell’ambito del mercato privato, merita poi un discorso articolato e approfondito il tema delle locazioni turistiche, settore che per essere regolato richiede interventi legislativi specifici oltre a maggiori controlli. Aspetti entrambi quanto mai urgenti per un settore articolato che, cresciuto negli anni scorsi a dismisura, ha portato con sé fenomeni che potremmo definire espulsivi rispetto alla residenzialità. È necessario dunque affrontarlo con un ragionamento specifico e articolato che parta da una riflessione sulla delibera n. 25 del 15 giugno 2017 recante “Provvedimenti per la tutela dell’integrità fisica, funzionale e sociale della Città Antica”.

Nel campo delle politiche per la casa non mancano quindi né idee né possibilità, ciò che manca è la volontà politica di intervenire mettendo rapidamente in atto una serie di misure che potrebbero davvero aiutare a invertire la tendenza in atto. Anche in questo aspetto della “vita” cittadina è urgente agire, non c’è più molto tempo per fermare l’emorragia!

Un capitolo a parte, ma parimenti importante, di questa analisi sulla residenzialità è rappresentato dalle esigenze di particolari target di cittadini, dagli anziani alle fasce più fragili, da alcune specifiche categorie professionali agli studenti universitari, utenze per cui si rende necessario immaginare modelli abitativi alternativi a quelli canonici.

Per quanto riguarda il settore degli studenti si stima siano oltre seimila quelli fuorisede dimoranti tra la Città storica e il restante territorio comunale, circa il doppio degli abitanti residenti appartenenti alla stessa fascia di età (19-25 anni) e ben oltre un decimo degli abitanti complessivi di Venezia che, vale la pena ricordarlo, conta oggi meno di 51.000 unità. A questi va aggiunto un numero altrettanto grande di ragazzi che sarebbero disposti a viverci qualora ci fossero realtà abitative adeguate. 

L’offerta residenziale studentesca deve necessariamente fornire spazi non generici, bensì fortemente connotati e capaci di rispondere anche a bisogni associativi, formativi, creativi e lavorativi, oltre che a costi sostenibili. Alle forme dell’abitare studentesco si possono assimilare quelle legate ad altri tipi di utenti, con simili necessità di residenzialità temporanea o tematizzata. Sono i cosiddetti young professionals, ovvero i giovani che si affacciano al mondo del lavoro una volta terminato l’iter di studi o durante successivi percorsi di specializzazione accademica. Il carattere spesso instabile della condizione lavorativa in questa fascia di età richiede soluzioni che favoriscano la possibilità di rimanere a vivere a Venezia, attraverso formule assimilabili a quelle dello student housing in strutture ibride e flessibili, capaci di assorbire e soddisfare questo tipo di domanda per inserirla nel tessuto sociale cittadino.

I poli universitari presenti a Venezia rappresentano quindi una grande opportunità, sia in termini di diversificazione dell’economia urbana – con lavori qualificati e professionalizzanti che escono dal solo ambito lavorativo apparentemente esistente, ossia quello turistico – sia di apporto demografico perché la popolazione studentesca costituisce un segmento anagrafico che la città non è più in grado di produrre da sé.

Se pensiamo comunque al solo campo degli spazi casa tradizionali sappiamo che molte locazioni oggi a uso turistico potrebbero essere riconvertite per fasce di popolazione stanziali seppure in forme temporanea, come gli studenti appunto. Un esempio in tal senso è il progetto legato al momento pandemico Study in Venice: un’idea interessante, ma che per essere davvero valida va potenziata e resa durevole. Anche qui, tenendo presente che allo stato attuale l’accordo ha un limite enorme perché non impegna né tutela i proprietari per periodi lunghi, c’è la volontà politica di renderlo permanente? Con le debite implementazioni potrebbe aiutare anche i molti ricercatori che non riescono ad accedere nemmeno ai bandi pensati dal Comune per residenti stanziali, in quanto borse di studio e forme contrattuali simili non rientrano nel conteggio ISEE. 

Un’ampia carrellata che ci porta a ribadire con forza un dato evidente per chi lo vuole vedere: a Venezia non mancano case private, mancano le politiche per renderle abitate da residenti stabili o temporanei. 

Inoltre, riuscire a incidere in maniera più marcata sul mercato privato permetterebbe di gestire al meglio il patrimonio pubblico: i dati diffusi recentemente sempre da OCIO dimostrano come oltre 800 nuclei familiari che hanno partecipato agli ultimi bandi per la casa sono sotto i 6.000 euro ISEE, 332 famiglie sono senza casa da almeno un anno, cento hanno uno sfratto esecutivo e 280 vivono in gravi condizioni di disagio abitativo. 

Le politiche che abbiamo tratteggiato quanto potrebbero impattare? Impossibile stabilirlo a priori con certezza. Questo perché da un lato anche le poche misure adottate dall’amministrazione in carica non vengono portate avanti all’interno di un disegno strategico complessivo, dall’altro perché per governare un settore come questo è importante costruire e mantenere un’attività di studio e monitoraggio molto forte. 

E qui arriviamo all’ultima riflessione: per governare una città è necessario avere un cruscotto di indicatori al fine di calibrare e ricalibrare le politiche messe in campo con grande velocità. In questo settore, come in altri, non è ammissibile che l’amministrazione non si sia dotata di strumenti per ragionare in termini strategici. È da inizio consiliatura che lamentiamo la necessità di avere dati precisi e puntuali su diversi ambiti.

Per restare alla casa, crediamo sia importante quindi attivare subito un Osservatorio dedicato, attività che non può essere di fatto demandata all’attivismo, seppur meritorio, della società civile, né a ricerche e pubblicazioni di carattere universitario. Conoscere il mercato della casa aiuterebbe anche a prendere decisioni su eventuali nuove urbanizzazioni che devono rispondere agli standard calcolati dall’ISPRA sull’abbattimento del consumo di suolo. Ogni riferimento al progetto di cui tanto si parla in questi giorni in viale San Marco a Mestre è del tutto voluto. Un progetto che da qualunque parte lo si voglia prendere non ha nulla a che vedere né con azioni di rigenerazione urbana e né con interventi per il rilancio della residenzialità.

A Venezia le case ci sono. Idee e proposte per renderle abitate ultima modifica: 2021-05-22T13:34:25+02:00 da GIUSEPPE SACCÀ, ENRICO VIANELLO, TOMMASO BORTOLUZZI

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