Occidente, memoria, “Storia circolare”

ALBERTO MADRICARDO
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Crisi della memoria – crisi d’identità 

Diversi episodi di distruzione o di sfregio a monumenti – in particolare a quelle di Cristoforo Colombo nelle Americhe, ma anche di molti altri, esploratori, colonizzatori o schiavisti, simboli di un passato detestato, sono avvenuti in diverse parti del mondo, accendendo un dibattito che, oltre le contingenze che l’hanno provocato, va preso molto seriamente. 

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Le questioni direttamente o indirettamente sollevate da alcuni di essi si distinguono da quelle del passato e meritano tutto l’impegno di cui siamo capaci per un loro chiarimento. Per quanto possano essere considerati in sé deprecabili, come ogni gesto di soppressione violenta di memoria, essi hanno l’effetto di segnalare che sta presentandosi, per l’Occidente, un gigantesco problema di ripensamento della memoria.

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La memoria è il fulcro delle identità: una sua crisi coinvolge direttamente l’identità da essa definita. L’attacco alla memoria dell’Occidente si rivolge contro suoi simboli. I simboli sono vitali per la memoria: una realtà fluida che proprio intorno a questi si aggrega e si stabilizza. L’abbattimento dei simboli, privando la memoria dei suoi punti di riferimento, confonde e rende incerta l’identità che in essa si riconosce. 

La contestazione dei simboli è un dato permanente di tutte le società storiche, non statiche. Di per sé non è un fenomeno negativo: può essere il segno di una memoria vitale che si rinnova. Le ragioni delle contestazioni possono essere, secondo i tempi e le situazioni, le più varie (religiose, politiche, sociali, ecc.). Ora, almeno in alcuni casi, la contestazione si è fatta più radicale che mai, rivolgendosi anche contro un personaggio come Colombo, che fu il protagonista dell’evento centrale nella formazione, cinque secoli fa, dell’Occidente: la scoperta dell’America. Prima di questa, l’Occidente (inteso come Europa occidentale più le Americhe) non esisteva. C’era solo l’Europa, con il suo baricentro nel Mediterraneo, in lotta con l’Islam per il suo controllo. La contestazione dei monumenti eretti in onore dell’uomo che ha posto la prima base della creazione dell’Occidente apre la strada al rifiuto dell’Occidente tout court, dei cinque secoli della Modernità e della sua storia.

Dal momento della sua costituzione, l’Occidente è stato sempre all’offensiva, ha diffuso la sua religione (nelle sue varianti), la sua cultura, la sua scienza e la sua tecnologia e – soprattutto – la sua economia. Ora questa fase di espansione “universale” si è arrestata per aver raggiunto i confini ultimi del mondo. I principali popoli della Terra si sono appropriati – o stanno per farlo – di quanto può essere loro utile per raggiungere standard di vita analoghi a quelli occidentali. La proiezione mondiale dell’Occidente è esaurita, e con essa, forse, potrebbe diventare obsoleta anche la stessa nozione di esso, e indigeribile la sua memoria di conquiste e sopraffazioni. In gioco non è dunque un congedo, che per molti versi appare necessario, da quello che esso è stato per cinque secoli, ma le sue modalità. 

Gli episodi di contestazione della memoria di cui dicevo dovrebbero essere letti e interpretati in questo quadro problematico. 

La statua di Cristoforo Colombo decapitata a Boston

Iconoclastia e non

Le azioni contro i monumenti di cui dicevo sono state chiamate “iconoclastiche”, ma per la verità esse non hanno motivazioni iconoclastiche. L’iconoclastia (la “distruzione delle immagini”) è un movimento che nasce nel mondo cristiano-bizantino nel secolo VIII per influenza della nuova religione dell’Islam. Sorge da un’esigenza religiosa: che sia rispettata l’incommensurabilità di ogni immagine sensibile (di per sé relativa) con la natura assoluta di ciò che pretende di rappresentare.

I movimenti iconoclastici – di là dalle loro commistioni con altre motivazioni “mondane” (politiche o altro) – aspirano a liberare le menti da ogni rappresentazione del divino, per favorire la rigenerazione delle anime nella piena libertà dalla tirannia dei sensi. 

Le distruzioni o contestazioni di monumenti storici di oggi hanno perciò solo qualche analogia superficiale con quelle provocate da movimenti attivi secoli fa anche nel mondo cristiano. In Italia, per esempio, ricordo quello dei Piagnoni di Fra’ Gerolamo Savonarola che ebbe certamente motivazioni iconoclastiche. Nel “falò delle vanità” da essi promosso nel Carnevale del 1497 a Firenze vennero bruciati, accanto a vestiti e suppellettili di lusso, libri, quadri, strumenti musicali e ogni altra cosa che potesse mettere in gioco la superiorità assoluta del divino invisibile sui beni sensibili.

Nei nostri tempi, motivazioni propriamente iconoclastiche si possono ritrovare nell’integralismo e nel fondamentalismo soprattutto – ma non solo – islamico. Quello di Al Qaeda, per esempio, dei Talebani o dell’ISIS. 

L’attacco alle Torri gemelle di New York nel 2001 distrusse un simbolo della Modernità occidentale, anzi, forse il suo simbolo per eccellenza. Fu certamente un atto di guerra, ma ebbe anche una grande valenza iconoclastica, volta cioè alla confutazione di quel “trionfo del visibile sull’invisibile” che il superbo svettare verso l’alto delle Due Torri affermava. Forse questo resterà il gesto più spettacolarmente iconoclastico di tutti i tempi, esso stesso massimamente visibile. Quindi simbolico: quello della distruzione di un simbolo è sempre di per sé un atto simbolico. Qui – detto di passata – sta il punto debole, l’insuperabile autocontraddittorietà dell’iconoclastia.

Diverso è il caso della rimozione di simboli d’un passato vicino o lontano considerato storicamente inaccettabile o indigesto. Questa è un’azione costante, molto diffusa e – si può dire – permanente di ogni epoca, praticata sia a livello personale sia collettivo, sociale. Si attua con gesti eclatanti, oppure, più spesso, attraverso una damnatio memoriae: la lenta, silenziosa erosione di una certa memoria, dei suoi simboli ed emblemi. Vere e proprie strategie di cancellazione o di sostituzione di simboli e testimonianze diventati “scomodi” sono attuate non solo da movimenti e gruppi, ma anche da istituzioni ufficiali e stati. Specie dopo avvenuti cambi di regime. 

Cambi di regime e riscritture della memoria 

Rappresentativi di cancellazioni della memoria alla fine di regimi sono – per esempio – l’abbattimento della statua di Saddam Hussein nel 2003, la demolizione del palazzo della Volkskammer (il parlamento della DDR) a Berlino nel 2006, la deposizione di quella di Lenin, la più grande dell’Ucraina, a Kharkiv nel 2014, ecc. In Italia molte insegne, statue del duce, monumenti del fascismo, furono eliminati subito dopo la Liberazione.

In altri casi le azioni di rimozione dei monumenti fanno parte di più generali strategie di denazionalizzazione o di pulizia etnica. Ciò avvenne, per esempio, con la cancellazione di molte tracce della presenza italiana sulle coste della Dalmazia dopo il ’45 in concomitanza con l’esodo delle popolazioni istriane e dalmate dalle coste orientali dell’Adriatico, o di quella araba in Palestina in seguito alla formazione dello stato di Israele e all’espulsione dai territori delle popolazioni autoctone. 

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Altre volte ancora le distruzioni di monumenti di valenza simbolica sono provocate da rivolte sociali, come quella, celebre, della Bastiglia a Parigi avvenuta nel 1789, o quella, meno nota ma più vicina a noi, della statua di Gaetano Marzotto nel ’68 da parte degli operai di Valdagno. 

Non paragonabili a tutto ciò sono le motivazioni dei movimenti che sono oggi impegnati nella contestazione di certi monumenti del passato dell’Occidente. Essi non intervengono sui segni materiali e visibili della memoria in nome di una fede nella supremazia dell’invisibile, né si propongono cambiamenti di regime o l’imposizione di nuove dominazioni. Il loro interesse è per la memoria stessa: vorrebbero che essa venisse riformata, purificata dai pregiudizi razzisti ed eurocentrici che la tengono asservita alla supremazia occidentale nel tempo in cui questa sta vistosamente tramontando. Esprimono il bisogno di una memoria autenticamente universale, ben distinta, e alternativa, a quella nata e cresciuta con la dominazione imperiale occidentale mondiale, che pure ha reso oggi possibile la formazione di questa aspirazione.

Nel 2018 a Palermo il collettivo Wu Ming aggiunse queste “note” a molte insegne toponomastiche della città

Dialettica tra universalismi e memoria 

Tra gli universalismi, bisogna distinguere due tipi. Quelli “politici”, che puntano all’espansione fino ai confini del mondo di una potenza “locale” (perché nata in una parte del mondo), e quelli “idealistici”, di origine umanistica, illuministica ecc. Chiamerei “di sintesi” questo secondo tipo, perché auspica in vari modi l’affermazione di universalità istituite non attraverso la dominazione di una parte sul tutto, ma per libera partecipazione di tutte le parti alla formazione dell’universalità. Una dialettica plurimillenaria è in atto tra loro. 

Alessandro Magno conquistò l’Asia con la forza proiettiva di una civiltà “locale” (nata nell’Ellade) ma praticò poi la sintesi, quel sincretismo che avrebbe dato luogo alla civiltà non più (solo) ellenica ma ellenistica in cui si sarebbe formato il concetto di ecumene, ripreso in età imperiale romana – divenuta anch’essa crogiolo di sincretismi – come suggello “nobile” di uno spietato ma vittorioso imperialismo. Transitò poi via via dall’universalismo politico cristiano – nel concetto di Christianitas – e in quello di Umma islamico, anch’essi proiettati a formare universalità da una preminenza “locale”. 

Pico della Mirandola, l’Umanesimo e poi l’Illuminismo – dall’Abbé di S. Pierre, a Voltaire, a Kant, ecc. – proposero in vario modo, invece, universalismi “di sintesi”. Gli universalismi realmente operanti sul piano storico furono però – oltre ai religiosi – quelli che marciarono insieme alla creazione degli imperi coloniali moderni. Anche l’universalismo della Rivoluzione francese s’identificò ben presto con la proiezione imperialista napoleonica. 

Fino ad oggi, dunque, tutti gli universalismi non puramente ideali ma storicamente operativi – e le loro relative memorie – sono stati proiezioni mondiali da basi locali, imposizioni che coprivano con enunciazioni generali interessi di parte (o “localisti”: parzialità e localismo sono in un certo senso concetti coincidenti). 

Le stesse istituzioni “universali” nate nel Novecento (la Società delle Nazioni, dopo la prima guerra mondiale, l’ONU dopo la seconda) sono state quasi sempre ostaggio degli interessi dei paesi più forti. Eppure un reticolo sempre più fitto di relazioni – e di obbligazioni – economiche, comunicative, culturali e giuridiche, ha legato tra loro le diverse aree del pianeta. Certo, gli intrecci relazionali locali e regionali – e le identità che li suggellano – restano ancora più forti, più densi, però per la prima volta percepiamo – per la globalizzazione e soprattutto per l’irrompere delle urgenze della questione ambientale – che la situazione si sta rovesciando: viviamo in un mondo oggettivamente unificato in cui sui blocchi relazionali locali – e le loro identità – tendono a prevalere (non senza incontrare resistenze accanite) le interdipendenze. Com’è stato detto da più parti, l’umanità costituisce ormai una sola comunità di destino. 

Si tratta però di un’universalità che si è costituita malgrè nous, negativa, per lo sviluppo di un’interdipendenza che, per essere di tutti da tutti, non è meno dipendenza, meno subita e “alienata”. Abbiamo creato qualcosa di troppo grande che le nostre idee ancora – troppo ristrette o troppo astratte – non riescono a elaborare, e che perciò subiamo. Mancano una memoria sufficientemente comprensiva e un quadro di articolazioni ideali, e di pratiche a esse corrispondenti, in grado di mutare il segno al soffocante viluppo di relazioni da cui siamo sempre più strettamente avvolti. Non sappiamo ancora come trasformare la generale dipendenza di tutti da tutti in un’universale libertà di tutti con tutti: in un’universalità vissuta liberamente e consapevolmente. Sappiamo, in base all’esperienza della tarda Antichità, quanto un’universalità imposta, generando un’interdipendenza solo subita, possa essere cupa, alienante e oppressiva. 

In questo contesto problematico, si pone all’ordine del giorno il problema della formazione di una memoria autenticamente universale. Le azioni dissacranti che sono state compiute in diverse parti del mondo, sia pure ciecamente e in modo solo negativo, segnalano quest’assenza. Esse si limitano a mettere a nudo il peccato d’origine di un Occidente che, senza rinunciare alle sue origini faziose e “localiste”. È vero che esso è impegnato anche con alcune delle sue istituzioni in una certa autocritica. Ma una memoria – e un’identità – autenticamente universali non possono realizzarsi solo attraverso autocritiche, per amputazioni e “sacrifici di sé”. 

La statua di Colombo, a Saint Louis, Missouri, imbrattata di vernice rossa.

Le scuse dell’Occidente, l’Angelo della Storia e lo spirito dell’Europa 

Per quanto possano apparire lontane nei modi, le azioni dissacratorie della memoria dell’Occidente cui ho accennato hanno ragioni non molto dissimili da quelle che hanno indotto il Senato Americano a chiedere scusa per i dieci milioni di Nativi sterminati nelle “Indian Wars” dell’Ottocento, l’Australia agli aborigeni del continente, la Chiesa cattolica per i crimini commessi o avvallati contro le popolazioni indigene durante la conquista spagnola e portoghese, per la scomunica di Lutero cinquecento anni fa, ecc. 

Ma – come ho detto – non basta voler farla finita con una Storia di sopraffazioni e violenze presa in blocco, così come l’abbiamo attuata. La Storia, vista panoramicamente come interminabile “successione di faziosità e prepotenze”, presenta l’oscuro profilo del “cumulo delle rovine che sale al cielo” che si presenta all’Angelo di Klee citato da Walter Benjamin nelle sue Tesi sul concetto di Storia

L’Angelo – scrive Benjamin ancora nel tempo del pieno dello sviluppo dell’industrialismo – con gli occhi rivolti al passato è “spinto irresistibilmente nel futuro, nella tempesta che chiamiamo progresso”, perché ancora non ha trovato un punto di arresto. Ma ora il progresso, inteso come crescita lineare, non ha più l’aperto davanti a sé: è chiuso e schiacciato dal limite invalicabile delle risorse della Terra. L’Angelo della Storia, che guarda indietro, è costretto a fermarsi da questo limite alle sue spalle, a tornare sui suoi passi, verso l’inizio, alle origini di quel groviglio insanabile che chiude e occlude l’umanità nella dipendenza di tutti da tutti, nella prigionia di se stessa. 

Una Storia “circolare”

Oltre che della pars destruens, critica e autocritica, c’è bisogno di una catarsi derivante dal riconoscimento del carattere essenzialmente tragico del processo con cui l’umano diventa umano. E di una pars construens, che – come ho detto – sappia tradurre le reciproche dipendenze in reciproche libertà. 

In questa prospettiva si muove l’Europa di oggi: a costruire un’unione che guarda al passato per guardare al futuro. Che parte dal cavo della sua memoria, dal cul de sac catastrofico in cui, nella logica della reciproca contrapposizione e sopraffazione, si è andata a cacciare con due guerre mondiali. Certo, oggi le nazioni europee dialogano tra loro principalmente attraverso i loro vertici, e appaiono perciò ancora blocchi relativamente impenetrabili gli uni agli altri, ma una rete sempre più densa di relazioni orizzontali transnazionali sta mettendo direttamente in rapporto tra loro regioni e luoghi, quelle comunità locali, nelle quali scorre, senza troppe astratte mediazioni, la fluidità del “mondo della vita”, base immemore di ogni storicizzazione. 

È già qui che le relazioni interumane cominciano sempre di nuovo a prendere quella “brutta piega” i cui effetti si ripercuotono poi, potenziandosi via via a tutti i livelli, nelle mediazioni superiori. Ed è da qui, perciò – alla luce dei loro nefasti effetti ultimi – che è forse più facile cominciare a districarle. Con l’occhio consapevole di chi sa già – ha memoria – di come tutto andrà a finire, se si lasciano spontaneamente intricarsi. E allora questo, di creare non solo un’economia, ma anche una “Storia circolare”, è il nuovo compito. Per dipanare con pazienza la matassa delle relazioni che la vita, nella sua immediatezza localista, faziosa e inconsapevole, sempre di nuovo aggroviglia. Da qui, dalla base di una quotidianità immemore, è necessario ripartire per ricostruire dalle fondamenta l’edificio di una convivenza planetaria non alienata: un compito che, certo, è infinito e “sovrumano”. Ma niente di meno oggi, dalla “ultimità dei tempi” in cui viviamo, è richiesto.

Occidente, memoria, “Storia circolare” ultima modifica: 2021-05-22T16:47:23+02:00 da ALBERTO MADRICARDO

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