22 maggio 1996: l’ultima Juve veramente grande

Venticinque anni fa, sul prato felice dell'Olimpico, aveva luogo l'apoteosi dell’ultima, grande Juventus che si ricordi. C’era ancora l'Avvocato, c’era ancora il dottor Umberto e nell’Italia che viaggiava speranzosa verso l'euro e verso il Duemila, nell’Italia ulivista che un mese prima aveva sconfitto quella berlusconiana, la compagine di Lippi era lo specchio di un paese desideroso di volare.
ROBERTO BERTONI
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Venticinque anni fa, sul prato felice dell’Olimpico, aveva luogo l’apoteosi dell’ultima, grande Juve che si ricordi. C’era ancora l’Avvocato, c’era ancora il dottor Umberto e nell’Italia che viaggiava speranzosa verso l’euro e verso il Duemila, nell’Italia ulivista che un mese prima aveva sconfitto quella berlusconiana, la compagine di Lippi era lo specchio di un paese desideroso di volare.

È stata l’ultima volta, non ce ne sarebbero state altre. Quella Juve operaia, quasi tutta italiana, in cui un falegname che giocava nella Caratese, al secolo Moreno Torricelli, si issò da protagonista sul tetto d’Europa, quella compagine bellissima a vedersi, grintosa e battagliera, era l’emblema di un’Italia in cui ancora funzionava almeno un po’ l’ascensore sociale e anche un altro figlio dell’antica classe lavoratrice veneta, con i calli alle mani e una nobile tradizione di fatica, impegno e risparmio, al secolo Alessandro Del Piero, poteva realizzare a pieno i propri sogni. Senza contare Peruzzi, Ravanelli, il già affermato Gianluca Vialli, l’indomito Pessotto, il veterano Vierchowod e Ciro Ferrara, sempre con l’animo dello scugnizzo anche quando era ormai un giocatore affermato: uomini prima ancora che campioni, presi per mano da un viareggino permaloso ma capace di motivare i suoi ragazzi come nessun altro, supportato da una società che ancora non si era lasciata andare alle smanie falsamente globaliste e drammaticamente provinciali cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio.

La Juve che ebbe la meglio sul magno Ajax campione uscente, in cui facevano furore un giovane Davids e un’altra futura conoscenza del calcio italiano come Edwin van der Sar, per non parlare poi del finlandese Litmanen e del funambolico Kluivert, quella Juve vinse innanzitutto a livello mentale, scendendo in campo a viso aperto, dettando legge per centoventi minuti e presentandosi all’appuntamento fatale con i rigori convinta dei propri mezzi ed entusiasta come non era, ad esempio, nella triste notte di Manchester.

Una Juve grintosa e mai arrendevole, dunque, iconica di una nazione che ancora credeva nel futuro e desiderava mordere i giorni e proiettarsi verso il domani con passione. Non avevamo capito, non potevamo, che quell’acuto sarebbe stato l’ultimo squillo di tomba di una stagione fatalmente destinata a esaurirsi, di un tempo già allora arreso, di un mondo che esisteva ancora solo nei nostri sogni mentre la realtà ci proiettava verso tante, troppe sconfitte, delusioni e incomprensioni, non certo solo sportive, che avrebbero condotto il nostro paese lontano dai fasti di quando ancora era possibile coltivare un’illusione. Quella notte romana, ormai distante un quarto di secolo, da rivivere con le lacrime agli occhi e un groppo in gola, anche perché adesso conosciamo il dopo, quella notte ci è rimasta dentro come una stilla di felicità che non ha avuto seguito.

La Juve ha continuato a vincere ma ha smesso di essere grande. L’Italia ha smesso persino di vincere, di crescere, di credere in se stessa. L’Avvocato e il Dottore non ci sono più, gli eredi non sembrano essere all’altezza, gli stadi torneranno a riempirsi ma forse solo di rabbia, la Champions per le nostre squadre è diventata un miraggio e per la Juve un’autentica maledizione e l’ultimo protagonista di quella stagione, l’immortale Buffon, che allora però giocava nel Parma, ci sembra ancora più straordinario di quanto non sia perché ha conservato quella carica agonistica ed emotiva che i ventenni di oggi, di solito, non possiedono, neanche quando sono milionari e indubbiamente privilegiati. Quella notte romana rivive in noi come un ricordo dolceamaro, probabilmente perché sappiamo che di emozioni così autentiche, sincere e condivise con ragazzi non ancora del tutto consegnati alla dimensione innaturale di divi, non possiamo più permettercele. E, forse, nemmeno immaginarle.

22 maggio 1996: l’ultima Juve veramente grande ultima modifica: 2021-05-23T13:42:55+02:00 da ROBERTO BERTONI

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1 commento

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Biagio De Marzo 26 Maggio 2021 a 12:41

In quel mitico 1996 Roberto Bertoni forse non aveva compiuto sei anni: sbaglio se penso che la sua splendida pagina sulla Juve è tutta amore e fatica in biblioteca e videoteca?

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