Il Cadore, dalla fiction all’overtourism il passo è breve

La serie TV “A un passo dal cielo” porta il turismo del selfie (anche) tra i monti. Verso una Cadore “over touristizzato” come Venezia.
scritto da MARIO SANTI
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Giovedì 20 maggio 2021 sul primo canale si è conclusa la serie tv “A un passo dal cielo”, che nel sesto anno di trasmissione ha aggiunto il nome “I guardiani”. Mi permetto due parole di commento, da alpinista e amante della montagna, senza pretese di improvvisarmi critico televisivo. Mi soffermo perciò più sui fenomeni di costume indotti dai ciak alpini che su un giudizio sulla serie. Prendo lo spunto da un’esperienza personale.

Il 21 giugno del 2020, all’uscita delle chiusure pandemiche, tornavo alla montagna estiva con alcuni amici. L’approccio era abbastanza impegnativo, con i 1400 metri di dislivello della salita alla Croda del Becco, sopra il lago di Braies. Escursione di grande soddisfazione. Panorami come sempre impagabili nelle Dolomiti con di fronte – oltre la rottura geologica della Val Pusteria – la cresta di confine tra Italia e Austria.

Come sempre partenza di buon mattino e arrivo, con bagno ritemprante a fine gita nelle acque appena post primaverili e ancora fredde del lago di Braies. Tutto bellissimo e tanta gente lungo il percorso, a dimostrazione che il turismo montano, di valle e di quota, era vivo e vegeto, dopo le chiusure dovute al Covid-19.

Solo una cosa strana, che ci pareva di vedere per la prima volta in un posto da noi sufficientemente frequentato nel corso degli anni. Al ritorno verso le macchine, durante il giro del lago nel primo pomeriggio, oltre alle solite famigliole con bambini che sempre lo contornano, c’era qualche nota che ci pareva stonata. Gruppi con signore vestite non “da montagna” che in città sarebbero apparse a metà tra l’elegante e il pacchiano, ma che lì erano certamente fuori luogo, ad esempio per le donne viste camminare con tacco alto su un sentiero di montagna.

Avevamo con noi Grazia, alpinista e studiosa dei segni, che ci ha dato la spiegazione. Si trattava di pullman di turisti, convogliati a Braies un po’ per godere del lago e dei monti che lo circondano, ma molto anche per sentirsi nei luoghi di una fiction televisiva, che in effetti sono richiamati e segnalati da cartelli e indicazioni.

A Braies troviamo infatti gli edifici che nei primi anni di “A un passo da cielo” hanno ospitato il commissariato di polizia. Per questo ora troviamo foto di attori e note sulla storia accanto ai segnavia bianchi e rossi del Cai. Ce lo aveva annunciato e abbiamo potuto constatarlo.

“A un passo dal cielo” è un titolo (forse eccessivamente pretenzioso, specie quest’anno che ha aggiunto “I guardiani”, quasi qualificandosi come custode dell’integrità ambientale) per trame che si svolgono per lo più nella “parte bassa” (o addomesticata) delle “terre alte”. Una location che consente di intrecciare trame blandamente noir a storie da fotoromanzo, che vorrebbero muoversi tra il divertente e il didascalico, ma non di rado cadono nell’improbabile. Con una coppia di protagonisti maschili volutamente fuori luogo.

Gli sceneggiatori hanno pensato dovesse far simpatia affiancare un commissario di polizia napoletano trapiantato tra i monti a un (ex) forestale vocato alla difesa di persone e vallate (tra le quali, anziché in jeep o a piedi, si aggira a cavallo e affiancato dai lupi: la sigla iniziale introduce bene all’inverosimiglianza del racconto). E per movimentare il quadro attorno a loro hanno costruito storie che intrecciano indagini e pasticci, combinati in gran numero dalla compagnia di giro che li circonda. Trame di consistenza relativa, ma che puntano sulla bellezza dei luoghi per accattivare lo spettatore.

Ma non voglio entrare più di tanto nel merito dei contenuti o giudicare la qualità della serie. M’interessa valutare il suo modo di presentare la montagna come un set e le conseguenze che questo può avere sull’immaginario di chi la vive. So bene che abbiamo avuto la crisi e che albergatori, ristoratori, commercianti hanno la necessità di ricominciare a lavorare, a vivere e a far vivere l’economia di montagna. 

Frequento il Cadore da troppo tempo per non capire la necessità per i suoi abitanti di rilanciare quella fonte di reddito (ormai da tempo la prima e principale, quando non per molti l’unica) che è costituita dal turismo.

La mia presenza porta un contributo alla sua economia. Sono da tanti anni suo ospite, d’estate e d’inverno; tanto che per me le stagioni sono due: quella in cui mi muovo con gli sci e le pelli di foca e quella in cui passo a pedule e scarponi. Quest’anno di tanta neve la prima è stata più lunga della seconda (con la prima uscita il 17 ottobre e l’ultima – dopo sette mesi – che deve ancora venire).

Ma torniamo a noi.

Il sindaco di San Vito di Cadore, paese quest’anno divenuto centrale (nel suo territorio sono localizzati molti degli accadimenti principali, ma ci sono anche molti altri comuni della Val Boite) esprime una grande gioia e spera che

il richiamo che la serie eserciterà porterà dalle sue parti più turisti, che porteranno nuove risorse a settori fortemente penalizzati dalla crisi.

Mah, forse farebbe bene a valutare la situazione di Braies (il comune precedentemente al centro degli avvenimenti). 

Tra l’altro, è sintomatico che nell’ultima puntata della serie “I guardiani” compaiano due luoghi diversi per la stessa sede del commissariato (il campo base dell’intera compagnia di giro che gravita attorno al racconto): la nuova sede presso il lago di Mosigo, ma anche un recupero della vecchia location sul lago di Braies (da cui una delle protagoniste si allontana alla ricerca del suo futuro: forse uno spunto buono per le prossime serie). 

A dimostrazione che se l’inverosimiglianza paesistica ne è una delle cifre narrative, il marketing turistico è il principale obiettivo dell’operazione (la tv come mezzo di promozione di massa). Il fatto è che questa serie televisiva fin dai primi anni ha portato sì a una crescita del turismo, ma di un turismo “mordi e fuggi”. Si arriva, ci si fa un selfie e si torna indietro, lasciando ben poco all’economia locale: forse un panino – raramente un pasto – quando non si portano entrambi da casa (il posto è ideale per un picnic). E quelli che restano sono i rifiuti da smaltire.

Sono dinamiche che, come veneziano, conosco bene perché vivo sulla mia pelle il turismo che ti toglie (come città) molto più di quanto ti dà. Perché non va bene quando ad affermarsi è l’overtourism, e non il turismo legato alle vocazioni dei territori.

Consiglio perciò al sindaco di San Vito e a quelli che la pensano come lui di valutare con attenzione cosa sta succedendo a Braies, prima location della serie, il cui trasferimento in Cadore li ha così entusiasmati. I dati (che prendo da una pubblicazione del febbraio 2020) sono chiari:

A fronte di 650 abitanti, a Braies ci sono giornate in cui arrivano 15.000 turisti. E se in un anno sono 1,6 milioni le persone che trascorrono un paio d’ore in valle, i pernottamenti sono appena 140.000.

Ecco allora che si è posta l’esigenza di dire “basta con il turismo mordi e fuggi che punta solo al selfie sui set televisivi. È interessante al riguardo che tre imprenditori di Braies abbiano presentato un progetto che mira a dissipare queste ondate. Si prevedono diverse infrastrutture, come un centro visite all’ingresso della valle dotato di parcheggio, una zona ricreativa sulle rive del rio di Braies e persino una stazione ferroviaria che permetterà di raggiungere la vallata con i treni della linea della Pusteria. Per poi muoversi in valle solo a bordo di bus a idrogeno (prodotto in loco grazie a una propria centrale elettrica). Il centro visite sarà allestito come una struttura museale, destinata a far conoscere il patrimonio naturale delle Dolomiti e della valle di Braies.

Forse non il massimo. Siamo nella logica che, per usare la terminologia della lotta al cambiamento climatico, chiameremmo di adattamento (cioè dell’adeguamento a un impatto già avvenuto) e non di mitigazione (che tenta cioè di contenere l’impatto). Ma tant’è: a danno ormai fatto, limitare e ordinare flussi distruttivi nella parte più delicata dell’ecosistema territoriale è già qualcosa (piuttosto che niente è meglio “piuttosto”, dice chi si accontenta).

Magari con gli anni il turismo diverrà meno “televisivo” e la calma verrà progressivamente restituita a quei luoghi, con la natura che tornerà a prevalere. E allora si potrà anche ricordare che “di qui è passata anche la TV”. Se non avrà fatto “piazza pulita” di tutto il resto.

Ma torniamo alla fiction televisiva, che anche quest’anno ha avuto grande successo.

Il Lago di Braies

Come dicevo la sesta serie ha cambiato nome, aggiungendo “I guardiani” a “A un passo dal cielo”. Un cambio di nome che “si riferisce al fatto che i nostri personaggi sono un po’ dei guardiani delle montagne ma anche dell’ambiente”. Si potrebbe prenderli sul serio, malgrado loro e i loro modelli di montagna come set televisivi. Possiamo farlo se partiamo dal come e dal perché andiamo in montagna come turisti, e dai nostri comportamenti. Ma anche in relazione a ciò che ci viene offerto. La scelta di amministrazioni e operatori economici locali è tra due ipotesi, e credo dovrebbero prevedere per ognuna cosa prende e cosa lascia a economie e territori.

Si può pensare che sia bene avere tanta gente (sempre di più) subito, ma il rischio è che passi con la velocità di un selfie e se ne vada. Oppure si può puntare su un numero sufficiente e motivato di visitatori, il più possibile stanziali, che comunque vengono, si fermano, tornano.

Suggerisco ai sindaci di San Vito e del Cadore (e in particolare della bassa valle del Boite) di puntare su due risorse: la valorizzazione del paesaggio e della cultura. Il turismo in Cadore (e in generale nelle “terre alte”) può crescere in modo “sano” se si basa sulle vocazioni del territorio. Le Dolomiti sono patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

A Cortina si sono svolti i Mondiali di sci 2021. Sono tra coloro che più che per l’“impeccabile organizzazione in un periodo difficile” li ricorderà per gli impatti in termini di alberi abbattuti per allargare le piste. E che teme che le imminenti Olimpiadi invernali del 2026, con il pezzo assegnato a Cortina, possano provocare disastri ancora peggiori. Salendo in auto in Cadore da Longarone i lavori in corso per strappare pochi lembi di allargamento alla statale danno già un’idea di come ci si stia muovendo in questa direzione.

Ma continuo a credere che la montagna sia una dei (pochi) posti dove si possa realizzare un turismo nel quale i valori d’uso possono affiancare i valori di scambio. Dove cioè nel “turista che paga” ci possa essere un visitatore che entra in relazione con i luoghi (e data la loro natura, con sé stesso).

Il Cadore dispone di risorse che gli consentono di liberarsi del pensiero di essere il “parente povero” di Cortina. E di mettere in campo iniziative che vanno oltre la “logica del selfie” (turismo di passaggio o mordi e fuggi) e dei “grandi eventi” (passati i quali restano le devastazioni provocate).

È un discorso lungo. Se faccio solo un paio di esempi – uno ambientale e uno culturale – è per indicare le direzioni possibili. La rete dei sentieri è già oggi molto buona e ben segnata – salve le devastazioni provocate dalla tempesta Vaia.

Il Monte Pelmo

Ma non si potrebbe lavorare (comuni, proloco, Cai, guide, rifugisti e gestori di baite che offrono ristoro) per qualificarla, oltre che dal punto di vista escursionistico, da quello che fa conoscere le valenze naturalistiche, storiche, culturali e ambientali – oltre che alpinistiche – che si incontrano percorrendoli? Non è una operazione utile offrire percorsi tematici e mete da raggiungere? Adatti a tutte le gambe e a tutte la età e con segnalazioni (in partenza e lungo il percorso) che consentano di capire cosa è negli interessi e nelle possibilità di chi li percorre. E non solo attorno a Cortina, anche nei gruppi meno conosciuti ma non meno interessanti (e ricchi di storia). 

Ogni anno l’Associazione organi storici del Cadore organizza un “itinerario concertistico alla scoperta di un prestigioso patrimonio organario” che porta i migliori maestri organisti europei a eseguire negli organi storici delle chiese cadorine (accompagnati in alcuni casi da altri strumentisti e voci) programmi di livello per un pubblico sempre numeroso di locali e villeggianti.

Non dimenticherò mai la prima esecuzione bellunese della Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach eseguita qualche anno fa nella splendida chiesa progettata da Edoardo Gellner e Carlo Scarpa per il villaggio Eni a Borca di Cadore. Magnifica esecuzione, ma di coro e orchestra, perché purtroppo l’organo della chiesa è tuttora in attesa di un restauro.

Giunta nel 2019 alla XXVI edizione, la rassegna nel 2020 ha resistito al Covid-19 – riducendo l’usuale trentina di date a una decina concentrata nelle chiese più grandi nelle quali è stato possibile mantenere il distanziamento – e gli organizzatori sono in attesa dell’evoluzione della disciplina delle “riaperture” sanitarie per valutare se mantenere anche per quest’anno il programma “ridotto” o tornare alla usuale estensione. Questa consente – tra luglio e i primi di ottobre – di unire il piacere dell’ascolto a quello del sentirsi in contesti storici e ambientali di grandissimo valore, sia quando si tratta di grandi chiese sia quando si trova un organo nelle tante chiesette disseminate tra i comuni cadorini.

Ho citato solo due esempi – potevo soffermarmi sulla ciclabile delle Dolomiti, sui murales di Cibiana o su moltissime altre cose che già oggi ci sono – solo per sostenere che il Cadore (ma il discorso vale per tante altre situazioni delle nostre montagne) può puntare ad attrarre e (ri)lanciare un turismo che attrae visitatori interessati alle sue grandi risorse, ambientali e culturali. È puntando si questo che si costruisce un futuro. Non “reclamizzando” singoli luoghi per essere stati set televisivi.

Tremo già all’idea di trovare il “laghetto delle tose” a Lagole o l’eremo di Romiti e tutti gli altri luoghi per i quali è passata la fiction invasi da torme di selfisti e sottratti al ruolo di calma e ristoro che fino a ieri hanno riservato a me e agli altri frequentatori. Amici cadorini e della montagna: pensiamoci. Detto da un veneziano che si considera almeno un po’ uno di voi.

Cibiana di Cadore
Il Cadore, dalla fiction all’overtourism il passo è breve ultima modifica: 2021-05-24T10:36:08+02:00 da MARIO SANTI

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