La Creazione

Venezia tra Philip K. Dick, Empedocle, Felice Cimatti e Sergio Bettini
scritto da FRANCO MIRACCO
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Tornerà più faticoso di prima l’immutabile Cambiamento da decenni compenetratosi con Venezia. Lo si capisce già, giorno dopo giorno, fiumana dopo fiumana, con la redenzione della pizza e l’inferno delle bottiglie di plastica cadenti in acqua, al di là del timore per lo Shining degli alberghi ridestati e potenziati dopo letarghi serpentiferi, o da chi sarà travolto da Orfeo che si è perso nella Selva degli Appartamenti Turistici cercando Euridice, senza dubbio precipitata nell’orrore di vaporetti con accumulo di soli trolley mentre fuggiva da biennali già avvenute prima (ancora adesso si resta seduti fuori dai padiglioni nei giardini della Biennale per aspettare che vi entri, prima o poi, “il destino e la necessità interna”, ma di che cosa?). Di sicuro, con un sorriso tra Kant e Goethe, se lo sarebbe chiesto Wilhelm von Humboldt, che avrebbe invece preferito parlare di epoche con diluvi di applicazioni e di linguaggi sconosciuti, in attesa di miliardi di vaccini dopo vaccini, di virus dopo virus, anno dopo anno. Tutto questo a Venezia, “città sostituita” ormai da molto tempo. La città sostituita, che è il titolo italiano di un angosciante romanzo di Philip K. Dick in cui leggi ciò che a Venezia sappiamo non essere più fantascienza: “Per qualche minuto rimasero lì fermi, a ricordare il passato: il parco con il suo cannone, e la città. La vera città, che era esistita sino al Cambiamento”.

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Vale la pena allora – l’ho fatto più volte anch’io alzando il dito imbronciato del “maestro” o col ritrovarmi nell’ironia dei più saggi – sorprendersi del sindaco della Città Sostituita, furtivo sull’espediente di un vernacolare impinguimento per i 1600 anni di una fondazione che non ci fu? D’altra parte, la stessa elezione di un tale sindaco è la riprova di un Cambiamento che ci riporta alle pagine di Philip K. Dick: “Cosa c’è che non va? – domandò. – È cambiato tutto? Non ti sembra più lo stesso posto?”. Si sa, Venezia trovò se stessa immaginando una irreperibile bellezza che invece, “misteriosamente”, si svelò tenace nei secoli. Lo fece componendosi in un’armonia portata dal suo procedere tra mutazioni, differenze, imperfezioni, scambi ottenuti con la percezione di frammenti di tante cose e di tantissimi “colori” dentro cui prevalse “il serrato segreto dell’armonia”(Empedocle, V secolo avanti Cristo, ed è utile precisarlo perché, altrimenti, quell’armonia greco-sicula potrebbe servire ad allungare i secoli per i vuoti conteggiatori dei 1600 anni ab urbe…).

Di quel ben esercitato segreto dell’armonia però qualcosa si coglie quando ci si lascia andare ad assumere per vera l’illusione irrinunciabile di una bellezza postuma; postuma di sicuro, malgrado la bellezza contagi non solo molti di noi cormorani stanziali ma ancor di più, forse, il segmento consapevole, quindi non vagante, di visitatori giunti da paesi dove “è vietato disturbare”. E l’illusione si fa spietata col rivelare un’identità morgana (di chi? di cosa?) quando la luce smagliante del mattino cresce talmente sulle acque della laguna da dare il colpo di grazia a qualunque ombra, fino alla più sobria dentro casa, un incantesimo attorno a qualcuno che di nuovo si riprende vecchi pensieri. Pensieri di vetro, in transito per il desiderio e per il piacere di sentirsi, o meglio, di durare nell’indicibile magia di esserci e che si accende e si propaga effimera, correndo di vetro in vetro, di pensiero in pensiero. Che è ciò che può accadere di fronte alla bellezza postuma di un mattino dalla luce irresistibile, venuta su dalle vie d’acqua di una laguna sterminata nella sopravvivenza sempre inattesa di quella luce. 

Vetro “in massa” semilavorato, probabilmente di epoca romana, proveniente dall’area del Relitto del Vetro al largo di Malamocco [Copyright: Graziano Arici]

In un suo recentissimo libro, Il postanimale, la natura dopo l’Antropocene, Felice Cimatti scrive “con la fine del mondo finisce solo quello che di quel mondo che sta finendo era già finito”. Può valere per Venezia e la sua essenziale, costitutiva storia? A me sembra di sì, proprio perché la bellezza di Venezia è manifestamente postuma, come lo è la vita di cui parla Cimatti, che in chiusura del suo saggio s’interroga sul “punto d’origine dello stupore ontologico che stiamo vivendo da quasi un anno. Il virus che cos’è?”. Sia chiaro, Cimatti si concentra sullo “stupore ontologico” prevalente in molti quale effetto del “punto d’origine” effluito dal virus, da cui la domanda: “ha senso chiedersi se è una cosa oppure è un’entità vivente?”. Ma la stessa domanda potrebbe essere posta a chi sostiene che “Venezia è viva”, un’affermazione singolarmente non dissimile da ciò che s’intende dicendo “il virus è vivo”?

In breve, Venezia è cosa oppure è un’entità vivente? Tra l’altro, non sembrerebbe del tutto fuori luogo discorrere su Venezia ridotta a Cosa, a Oggetto mortalmente contagiato da un Virus convenuto nelle lagune assieme a fiumane dopo fiumane […]. E non se ne abbia Felice Cimatti se mi permetto ancora di abusare venezievolmente del suo inconsunto discorso sul virus (che cos’è?). Certo è che le pagine del suo libro – bellissimo in premessa il diario dei giorni così troppo brevi, almeno per me, dei lockdown: “Quello che sta succedendo, e credo che stia succedendo in tutte le parti del mondo in cui, come oggi a Roma in questo pomeriggio domenicale di una splendida giornata primaverile, tutto è fermo e silenzioso per bloccare la diffusione del virus, quello che sta succedendo è che gli animali hanno preso il nostro posto. Semplicemente.” – sono pagine in cui diversi passaggi ti aiutano a capire meglio Venezia, soprattutto dopo esserti chiesto “ma Venezia che cos’è?”.

Reperti ceramici frammentari recuperati nell’ambito di interventi di archeologia lagunare. Sec. XVII, Isola del Lazzaretto Nuovo [Copyright: Graziano Arici]

Inoltre, senza eccessiva fatica, potresti scoprire cosa è accaduto a Venezia se saprai appropriarti di questo “infettivo” pensiero di Cimatti: “Con l’apparire del virus collassa la distinzione fra empirico e grammaticale, cioè fra certezza e dubbio, fra sfondo e figura. Improvvisamente ha senso dubitare del significato (bedeutung) delle mie parole (Wittgenstein)”. Allora forse si può, si deve dubitare del significato delle parole “Venezia è viva”? Se è così non resta che chiedersi quando, dove, come sia possibile distinguere la mia, la tua, la vostra figura sullo sfondo di Venezia (ma che cos’è Venezia?), dopo che il Cambiamento ha messo al suo posto la Città Sostituita. Insomma, non c’è più alcuna relazione tra figura e sfondo nella Città Sostituita e questo perché non è possibile distinguere fra certezza e dubbio. 

Questo non sposta di un nulla il problema da cui, in verità, siamo partiti: chissà in quali remote origini, molto prima del Cambiamento, cominciò l’ora di non si sa che giorno né di che anno durante la quale si immaginò il significato che dette inizio a Venezia. 

Materiale archeologico sporadico a San Giacomo in Paludo [Copyright: Graziano Arici]

Chi potrebbe dirlo? La risposta, nel restare imprecisa e impossibile, la vediamo “dentro la clessidra” da dove scende, fatale e quasi indiscernibile, lo smisurato tempo della singolare natura di Venezia, come la chiamò il grande storico dell’arte Sergio Bettini. Una natura lagunare e insulare, sigillo in cui si nascondono illimitate divinità. Per Bettini: “Elementi puri, quasi immateriali, di colore, aria ed acqua (…). Ciò che mancava alla forma nascente di Venezia era, appunto, il limite”. Infatti, se c’è creazione non può esserci limite. Dunque, “elementi relativi a una morfologia artistica, sia la distesa del mare, sia la distesa del cielo, non sono che superfici, quasi assolute, di colore… indeterminabili… inesprimibili”.

Se è così, ed è così, quale caricatura di pensante si sentirebbe di indicare l’ora, il giorno, l’anno di quando il Colore, l’Aria, l’Acqua dettero significato al formarsi di Venezia? E la visione di Venezia è il colore, che è ciò che rimase per sempre nella memoria di Rossana Rossanda, che amò Venezia certamente secondo la percezione, il piacere, la conoscenza che di Venezia ebbe Sergio Bettini: “Non vi si troverà che colore: l’impalcatura formale traballa in un caos di incroci e di deviazioni (…). Nessuna cifra unificatrice, nessun riposante equilibrio”. In ogni caso, tra gli elementi di quella Venezia c’è l’acqua perché elemento che conserva la sua memoria ed è memoria anche di quella Venezia. Una memoria che arricchisce il fango, cresce nei bassifondi uliginosi, si rinserra nei sedimenti, si disperde ma non sparisce tra la melma delle paludi e delle lagune. La memoria risorge dalle secche o ci ingombra di nuovo con ruderi sommersi, con la confusione di pietre, calcinacci, conchiglie e altre macerie su cui monta la marea, perché la memoria ricomincia sott’acqua e l’origine la scopri lì dove la storia si è infranta, dove le cose sono affondate.

Foto di Franco Miracco

La storia è nei frammenti delle ossa degli appestati o in quelle del cervo che qualcuno ha spolpato e poi gettato in quel punto a Rialto e che un altro qualcuno ritroverà. La storia si è sfasciata nel caos che hanno sollevato le guerre, le invasioni, le Arche che di certo hanno navigato ma che si sono svuotate non appena il fango le ha rassicurate. Ogni tanto le cose della storia di Venezia riemergono e viene formandosi così un ponte di frammenti che si allunga per unirci, forse, a chissà quali origini, a quali transiti di uomini e di merci, a quali mescolamenti di fiumi, paludi, oceani, foreste, gusci di uova e piume di uccelli che volarono prima del Diluvio o che non volarono mai perché non si sa da quanto tempo le Sirene non volano.

Le Sirene sono uccelli che si nascondono nei cataclismi del mito, nel rovescio della storia e che si trovano ancora da qualche parte, anche se si rendono a loro modo visibili solo quando le lagune assomigliano a laghi subalpini e tutto diventa uno specchio immenso e splendente, un fondo luminoso in cui si capovolgono universi lontani che sfiorano il tritume di Storie di norma coperte dall’acqua e dai cretti. Ed è fonte di saggezza ricordare che le ignote Sirene delle lagune sono divinità feroci che odiano i percorsi stabiliti, le tracce evidenti, i nomi, i secoli, gli imperi e le città. A loro spetta soltanto di essere guardiane della Creazione. 

Immagine di apertura: Sesquipedali di epoca romana nella laguna nord [Copyright: Graziano Arici]

La Creazione ultima modifica: 2021-05-27T11:21:45+02:00 da FRANCO MIRACCO

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