Innovazione tecnologica? Certo, ma non nel mio giardino

Il nuovo presidente dell’ordine degli architetti consegna al “Corriere” le sue lamentele, ripetendo il mantra di tutta la gamma delle vecchie professioni nobiliari, che avevano contrassegnato l’immaginario intellettuale del secolo scorso: giornalisti, avvocati, magistrati, insegnanti, medici, bancari, e persino sacerdoti e psicologi.
MICHELE MEZZA
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“Per noi architetti si apre una fase stimolante di ricerca e di innovazione, chiediamo solo di essere messi in condizione di poterla affrontare al meglio”. Il nuovo presidente dell’ordine Francesco Miceli consegna a Dario Di Vico del Corriere della Sera la sue lamentele. In sostanza non ci sono più i progetti di una volta e la figura dell’architetto, compresso dall’invasione di altre competenze, come gli ingegneri, gli urbanisti, i sociologi, i botanici, i geometrici e soprattutto gli informatici. Un cahier de doleance che ormai sale come un mantra da tutta la gamma delle vecchie professioni nobiliari, che avevano contrassegnato l’immaginario intellettuale del secolo scorso: giornalisti, avvocati, magistrati, insegnanti, medici, bancari, e persino sacerdoti e psicologi.

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Ognuna di queste comunità fa grande sfoggio di adesione al senso comune tecnologico, dichiarandosi a favore di un processo di digitalizzazione accelerato, ma ovviamente esclude la propria attività dal novero delle attività che possano essere toccate da questo processo.

Certo che bisogna automatizzare, ma non nel mio giardino, è la tipica chiosa di ogni gruppo professionale.

Ma che cosa è l’intelligenza artificiale se non un processo di modellizzazione delle attività tradizionali, che vengono scomposte e ridisegnate sulla base di un sistema utente che viene poi contrabbandato per il più efficace e semplice? Si è cominciato con le prime calcolatrici, la famosa pascalina, inventata da Pascal nel XVII secolo per poi arrivare alle automobili senza pilota e agli interventi chirurgici robotizzati. Questa spinta all’automatizzazione è indotta e sostenuta da un’eguale richiesta sociale di personalizzazione e continuità del servizio. L’avvocato pretende notizie immediate e specializzate, il giornalista sentenze istantanee, il magistrato assistenza medica continua e tempestiva, il sacerdote una pubblica amministrazione accessibile e risolutiva, l’impiegato un supporto psicologico on demand.

Ovviamente questa moltitudine di figure professionali sono unite solo dalla constatazione che solo la propria attività non ha caratteristiche e ragioni per essere trasformata dal calcolo. Tutti insieme questi ceti medi professionali sono stati d’accordo negli anni Ottanta a reclamare sostanziosi ridimensionamenti dei sistemi industriali per rispondere alle necessità di un mercato più frenetico e competitivo e alle richieste di consumatori più esigenti e meno disposti a spendere. Per questa pressione sono stati cancellati in Occidente circa sei milioni di posti di lavoro nelle imprese industriali. Nel silenzio generale. Oggi che la marea lambisce i centri storici delle città, scopriamo che architetti e avvocati storcono il naso, e lamentano un processo di imbarbarimento. 

La fine del lavoro che ci è stato profetizzato negli anni Novanta e oggi si sta realizzando in maniera graduale, inevitabilmente, e per certi aspetti, in maniera ancora più coerente, sta riprogrammando proprio quelle funzioni che nacquero per contestualizzare e urbanizzare il lavoro: il diritto, la progettazione delle case, l’informazione. Sono le funzioni tipiche di uno stato moderno che attorno alla produzione costruisce le relazioni di cittadinanza. 

Oggi sono queste attività che entrano nel circuito costituito da big data, calcolo e automatizzazione. Siamo ormai come ci dice Bernard Stiegler, nella società automatica che non è altro che una società che si ripete. Automaticamente. E aggiunge, “la novità è il riprodursi da sé delle funzioni“. 

Siamo oggi esattamente a questo tornante: l’intelligenza artificiale ha raccolto sufficienti dati per costruire percorsi lungo i quali i dispositivi automatici si riproducono di per sé. Vale lamentarsi o invece chiedersi, oggi, come negli anni Ottanta, se non è il caso di ricercare un sistema relazionale che sposta il potere delle esperienze invece che a valle, sul terreno dei risultati, a monte su quello delle ragioni e dei principi con cui si automatizzano le funzioni professionali. 

Giornalisti e architetti invece che alzare velleitari mura per difendersi dalla tempesta dovrebbe contestare al meteorologo l’esclusivo potere di prevedere le perturbazioni e organizzare le misure di contenimento. Non per salvare il proprio giardino ma per mutarne struttura e organizzazione.

Innovazione tecnologica? Certo, ma non nel mio giardino ultima modifica: 2021-05-28T17:05:47+02:00 da MICHELE MEZZA

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