Chelsea, la vittoria del riscatto

Si sono imposti contro un avversario nettamente più forte, hanno vinto grazie alla fame, alla dedizione e alla forza impareggiabile del collettivo.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Pensate ad Antonio Rudiger, il fortissimo difensore tedesco originario della Sierra Leone che nel 2017 venne ingiuriato dalla frangia più becera del tifo laziale, quando giocava nella Roma, per via del colore della pelle. Pensate a Edouard Mendy, il portiere francese di origine guineense, destinato, fino a qualche anno fa, a una carriera da dilettante o poco più, costretto persino a rivolgersi a un centro per l’impiego per trovare un lavoro quando sembrava che il sogno di giocare ad alti livelli dovesse rimanere tale e adesso sul tutto d’Europa da assoluto protagonista. Pensate a Thiago Silva, il centrale che il Paris Saint-Germain, un anno fa, pose ai margini del proprio progetto perché troppo vecchio, costretto l’anno scorso ad assistere al trionfo in finale del Bayern Monaco e capace di rifarsi, nove mesi dopo quella dannata notte di Lisbona, quando credeva ormai di aver sprecato l’ultima occasione utile per sollevare al cielo la coppa dalle grandi orecchie. Pensate a Jorginho, che qualche anno fa giocava nella Sambonifacese e non riusciva a trovare un posto da titolare nel Verona e adesso pilastro inamovibile del centrocampo del Chelsea e della Nazionale di Mancini. Pensate a Thomas Tuchel, il tecnico tedesco che un anno fa guidava i parigini a Lisbona e che gli improvvidi sceicchi qatarioti hanno accompagnato senza remore alla porta per affidarsi a un sopravvalutato argentino che li ha condotti all’eliminazione in semifinale contro il magno Manchester City di Guardiola, sconfitto sabato sera proprio dal meno nobile ma più unito Chelsea, forgiato a immagine e somiglianza dell’Allegri di Germania. Pensate a Mason Mount, che ha alzato la coppa giocando per la squadra per cui tifa sin da bambino. E pensate, infine, al francese di origini maliane che risponde al nome di N’golo Kanté, autentica diga in mezzo al campo, già campione del mondo con la Nazionale transalpina e protagonista assoluto di questa stagione, mescolando qualità e quantità, corsa e talento, il tutto sapientemente educato dal garbo senza eguali di Claudio Ranieri ai tempi del Leicester e sabato, a Oporto, giunto all’apice, con la definitiva consacrazione a livello individuale.

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Pensate a tutto questo, a quanto possa essere grande e bello il calcio, ai tifosi dei Blues che solo un mese avevano assediato Stamford Brifdge per protestare contro lo scempio della Superlegue, pensate a tutto questo, dicevamo, e capirete per quale motivo la vittoria del Chelsea assuma un significato particolare. Hanno vinto, infatti, grazie alla fame, alla dedizione e alla forza impareggiabile del collettivo. Si sono imposti contro un avversario nettamente più forte, guidato da un nocchiero esperto e ormai assurto al ruolo di santone più che di allenatore, cultore estremo del bel gioco, inventore del tiki-taka, cantore della complessità, catalanista convinto, sostenitore della causa delle ONG; insomma, un politico a tutti gli effetti che, prima o poi, potrebbe persino decidere di compiere il grande salto. Di Tuchel  al contrario, dal punto di vista individuale, sappiamo poco o nulla.

Sappiamo che è pragmatico, che bada al sodo, che sa come farsi rispettare e stimare dai giocatori e che ama giocare un calcio veloce e pratico. Sappiamo, inoltre, che ama le squadre da combattimento e che può essere considerato l’alter ego di Klopp, sia pur con meno charme e meno caratterizzazione ideologica. Sappiamo, infine, che è uno che sa cosa vuole e come ottenerla e, da sabato, sappiamo anche che è in grado di vincere difendendo il risultato senza vergognarsi di un po’ di sano catenaccio. È presto per dire se stia tramontando il guardiolismo, e non lo crediamo.

L’invasione inglese dell’Invicta

Crediamo, tuttavia, che il guru Pep debba imparare a cambiare modulo, a modificare i propri schemi, innanzitutto mentali, e che debba rendersi conto che il suo centravanti a Barcellona non era lo spazio ma il Lionel Messi più forte che ci sia mai stato, con l’esuberanza fisica, la grinta e l’entusiasmo dei vent’anni nonché il supporto di due architetti del gioco come Xavi e Iniesta. Il City allestito dagli sceicchi di stanza a Manchester è senza dubbio una squadra molto forte ma di Messi ne nasce, se va bene, uno ogni trent’anni, ergo l’alchimia perfetta che ha reso immortale quel Barcellona è irripetibile.

Questa finale disputata in terra portoghese ci ha ricordato, in poche parole, che gli esteti possono doversi arrendere ai semplici, che non sempre l’arabesco prevale sulla linea retta e che talvolta è meglio spazzare via il pallone piuttosto che perdersi in troppi ricami che non è detto diano poi i frutti sperati. Una notazione finale la merita la UEFA: se si è giocato a Oporto anziché a Istanbul, ossia nella terza di Erdoğan, è solo per via del Covid. Quanto al silenzio assordante sulle trentanove vittime dello stadio Heysel, nel giorno dell’anniversario di quella strage, vien da dire che Ceferin ha gettato definitivamente la maschera. Sì, il torneo dei ricchi lo troviamo ripugnante ma gli attuali vertici europei del calcio non possono dare lezioni di moralità a nessuno. Prima se ne vanno, meglio sarà per tutti. 

Chelsea, la vittoria del riscatto ultima modifica: 2021-05-30T18:41:04+02:00 da ROBERTO BERTONI

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1 commento

ytali. - L’invasione inglese dell’Invicta 30 Maggio 2021 a 18:43

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