D’Annunzio e il mal di Germania

Nelle sale riaperte “Il cattivo poeta” di Giancarlo Jodice, con Sergio Castellitto nei panni del Vate, irrequieto recluso nel lusso decadente del Vittoriale.
ROBERTO ELLERO
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Vecchio discorso. Se in principio fu il verbo, subito dopo dovette arrivare (in soccorso?) l’immagine, capace di essere persino più ingannevole con le sue ipnotiche fascinazioni. Figuriamoci raccontare la Storia con gli strumenti della narrativa cinematografica. Diciamo le storie e i personaggi che si porta appresso, nei riguardi dei quali vale pur sempre quel vecchio monito che suggeriva di non scrutarli dal buco della serratura, tanto forte sarebbe il rischio di banalizzare e fraintendere. Ma non è detto che sia sempre così. C’è modo e modo, anche se in materia di cinema e storia è sempre meglio chiedersi il perché di certe rappresentazioni (il quando, in particolare) piuttosto che indugiare troppo sulla piena aderenza di fatti e persone rappresentate. La finzione, si sa, ha i suoi diritti.  

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Prendiamo un film recente di Matteo Rovere, Il primo re (2019), sulla leggenda fondativa di Roma, fratricidio naturalmente compreso. È così immerso in una natura boschiva, plumbea, piovosa, diciamo dark, da evocare più una saga nordica che mediterranea, decisamente in contrasto con le rappresentazioni tradizionali, specie dei film peplum. Ambientazione eccentrica e forse proprio per questo assai più affascinante, come quel protolatino gutturale che vi si parla, assai poco musicale, nordico appunto. Vale la regola del verosimile, inutile star lì a disquisire su un questo e un quello che già di loro appartengono alla leggenda, alle fabulae. Ma riflettere sull’adesione di quell’ambientazione a gusti e canoni del fantasy metastorico, e dunque atemporale, oggi di moda non sarà inutile qualora si connetta tale riflessione al sostanziale disinteresse con cui si guarda ormai alla Storia. Ai doveri storiografici, in particolare. Un superamento della dimensione prospettica destinato a fare il paio con quel presentismo che sovraneggia in ogni campo. A ben vedere, persino le reazioni furenti di certo cancel culture, magari di opposta fazione, finiscono per aderire ai principi – pericolosissimi – dell’indistinto storico. Un conto è la critica ed un altro i processi sommari finalizzati ad azzerare la memoria. Che ce ne facciamo della sua damnatio?

L’abbiamo presa larga per arrivare al Gabriele D’Annunzio del film di Gianluca Jodice Il cattivo poeta, prodotto – guarda caso – dallo stesso Matteo Rovere, sugli schermi in questi giorni con buon riscontro di pubblico. Si occupa del Vate negli ultimi anni di vita, in quel buen retiro del Vittoriale, mausoleo di se stesso e lussuoso reclusorio. Nel 1936, quando lo incontriamo, sono appena iniziate in Spagna le prove generali del disastro bellico che verrà. Lui, di anni, ne ha settantatré (morirà nel ’38), non troppo anziano, ma i bagordi di una vita reclamano certi prezzi. Tanto più che se ne sta ancora lì a sniffare. “D’Annunzio è come un dente guasto: lo ricopri d’oro o lo estirpi”, parole del Duce, qui riprese da Starace. Perché da tempo i rapporti con il regime non sono idilliaci: cruccio del poeta, “cattivo” per l’appunto, l’alleanza sempre più stretta con la Germania di Hitler, foriera – a suo dire, e non sbagliava – di sventure. Vorrebbe dirgliele di persona, queste cose ma quando alla fine quasi furtivamente ci riuscirà, alla stazione di Verona, saranno parole al vento e Mussolini, al solito tronfio, manco lo starà a sentire.  

Vestali, zelanti segretari, spie d’ogni sorta. Ad un certo punto, al Vittoriale, arriva anche il nuovo federale di Brescia, il giovane Comini, con il compito di marcare ancora più stretto l’illustre possibile reprobo. Faccia d’angelo un po’ smarrita, da novello Candide, ha studiato in Francia e tiene modi garbati. Dovrebbe puntualmente riferire ma finisce per farsi coinvolgere, più interprete dei desideri del poeta che censore dei suoi presunti propositi “sovversivi”. E nel frattempo va intrattenendo una relazione sentimentale con una donna più matura che i conti con il fascismo sembra averli fatti da tempo. Lei e il suo malcapitato fratellastro. Perché il giovane Comini sarà anche un fascista di stampo ingenuamente idealista ma preferisce chiudere gli occhi su quel che la teppaglia in orbace alle sue dipendenze va facendo nelle segrete della Casa del Fascio, dopo che dall’alto è giunto l’ordine di mettere fine ad ogni possibile opposizione. Per non dire del clima di paura e di delazione che si respira un po’ ovunque, a cominciare dalla sua famiglia. E dunque, l’antico quesito: c’è o ci fa, il nostro giovane bellimbusto?

Una bella distopia potrebbe allungare di qualche anno la vita al poeta, lasciandolo irrequieto ed eternamente ribelle in quel Vittoriale di Gardone che sta a due passi da Salò: ancora ricoperto d’oro o definitivamente estirpato? Il giovane Comini è un Francesco Patanè che a volte sembra capitato lì per caso, mentre D’Annunzio ha le fattezze di Sergio Castellitto, che anche al prezzo di qualche vezzo caricaturale ce la mette tutta per ridurre distanze e pregiudizi nei riguardi di un personaggio comunque ampiamente compromesso col Ventennio, poeta magari “cattivo” e ora un po’ imbalsamato ma pur sempre nel pantheon dei numi tutelari del regime. E se non fascista di stretta osservanza, certamente acceso nazionalista, irredentista sempre ad oltranza e mai comunque davvero oppositore. Cosicché quando una delle vestali rievoca con nostalgia gli anni dell’impresa fiumana, parlandone come fosse stata un’anteprima di Woodstock (libertà sessuale, donne al voto, democrazia diretta o quasi), verrebbe da sorridere se non fossero tesi da tempo circolanti. Mica solo al cinema. Ma davvero? E le botte, l’olio di ricino, le persecuzioni, sin da subito, ai danni di quelli che poi saranno chiamati “allogeni”, costretti all’italianizzazione forzata? Fiume, piuttosto, come prodromo di una certa inimicizia con Mussolini, che si guarderà bene dal prendere le difese del Vate nel 1921, quando l’impresa andrà a farsi benedire, salvo poi scippargli rituali e concioni che entreranno nella liturgia ufficiale del Ventennio. Scherzi da Duce.  

Avvalendosi di un’ambientazione autentica, negli spazi del Vittoriale messi generosamente a disposizione dal conservatore, lo storico Giordano Bruno Guerri, biografo di D’Annunzio e – c’è da credere – suggeritore autorevole, quantunque non accreditato, Il cattivo poeta intriga e forse inganna. Per chi crede che il fascismo abbia fatto anche cose buone, almeno sino all’abbraccio fatale con Hitler, può essere la conferma che certe idealità non erano da buttare, provate dall’eccentrica simpatia che ispira quello strano poeta megalomane, giunto quasi al termine del suo cammino, e dagli smarrimenti del giovane sodale, che magari in cuor suo avrebbe voluto tanto che le cose andassero in altro modo. Siamo nel 1936 e non si parla di guerre coloniali, arriviamo al 1938 e di discriminazioni razziali, in procinto di farsi legge, neanche l’ombra. Soltanto quel mal di Germania spesso usato per scusarci, dopo, con il mondo e con noi stessi. Come se prima non fosse successo niente. E sebbene certe livide architetture “fasciste” fotografate da Daniele Ciprì stiano lì a testimoniare che il peggio aveva già messo radici da tempo, magari a qualcuno resterà sempre il dubbio che se Mussolini avesse ascoltato D’Annunzio… Viviamo giorni strani di revisioni, rivisitazioni e omissioni non sempre innocenti. Crescita di consensi a destra e vuoti (anche di memoria) a sinistra. Il cinema a modo suo riflette. Al solito, più riflessi che riflessioni.

D’Annunzio e il mal di Germania ultima modifica: 2021-05-31T12:04:27+02:00 da ROBERTO ELLERO

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