Perché è impossibile non amare Carletto

Prima o poi qualcuno si domanderà per quale motivo Ancelotti, ossia il miglior tecnico italiano degli ultimi decenni, uno dei più vincenti, umani e stimati di sempre, da oltre un decennio fatichi a trovare spazio in Italia, se si eccettua la breve e non certo soddisfacente parentesi napoletana.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Prima o poi qualcuno si domanderà per quale motivo Carletto Ancelotti, ossia il miglior tecnico italiano degli ultimi decenni, uno dei più vincenti, umani e stimati di sempre, da oltre un decennio fatichi a trovare spazio in Italia, se si eccettua la breve e non certo soddisfacente parentesi napoletana. Dal 2009 il nostro allena, e ovviamente vince, all’estero, al punto che, se dovesse conquistare la Liga alla guida del Real Madrid, sarebbe l’unico ad aver trionfato in tutti e cinque i principali campionati europei, oltre ad aver collezionato tre Champions League, fra cui la mitica Décima al timone delle merengues. Una vicenda come quella di Carletto testimonia meglio di ogni analisi sociologica il declino e il degrado del nostro calcio e del nostro paese. Da anni, infatti, non ci piacciono più la competenza, la dedizione, la dolcezza, la capacità di entrare in sintonia con il prossimo, l’empatia e il coraggio di compiere scelte talvolta rivoluzionarie.

Ci piacciono gli urlatori, i casinisti, gli egocentrici, i superbi, gli esagerati, i mediocri, i battutisti, quelli che vincono e se ne vanno mentre detestiamo il concetto stesso di progettazione, la pazienza necessaria per programmare e conseguire i successi, la cautela nelle decisioni e la costruzione metodica di una squadra di valore, qualunque sia l’ambito in questione. E così, Ancelotti è tornato a Madrid, in una città e in un paese che lo hanno accolto con amore e si sono affezionati a un gigante che non ha bisogno di presentazioni. Nella capitale spagnola, il tecnico emiliano ha già mostrato tutto il proprio valore e non c’è dubbio che vincerà ancora, rendendo nuovamente protagonista il Real su tutti i palcoscenici, peraltro dopo aver lasciato in eredità il suo figlioccio Zidane che, dal canto suo, diciamo che in questi anni se l’e cavata abbastanza bene.

Personalmente, non capirò mai il provincialismo di casa nostra, il nostro sistematico rifiuto di coniugare qualità e quantità, bel gioco e risultati, campioni e gregari, il nostro pervicace non capire che il calcio, e lo sport in generale, è una questione di mescolanze e non di esclusioni, che vince solo chi sa amalgamare gli elementi, mettere insieme le differenze e trasformarle in un punto di forza, ricomporre le fratture e gestire al meglio il talento spesso smisurato dei fuoriclasse nonché il loro carattere altrettanto spesso difficile. Ancelotti è un po’ allenatore, un po’ psicologo e un po’ papà, e a Madrid nuota come un pesce nell’acqua, avendo a disposizione tutti gli ingredienti necessari per rendere al meglio.

È impossibile, dunque, non volergli bene, non apprezzarne il garbo, l’umiltà, la generosa irriverenza e la spontaneità con cui si rapporta con gli altri, senza far mai pesare a nessuno il fatto di essere un numero uno e trasmettendo ai giocatori la tranquillità necessaria per andare avanti senza patemi d’animo. Una coppa dietro l’altra, un record dietro l’altro, poi una battuta, un sorriso, una conferenza stampa gentile e intelligente e tanti saluti agli esagitati. E pensare che c’è stato persino un periodo in cui era considerato un perdente, un eterno secondo. Oggi viene da sorridere, me ne rendo conto, ma in questa amara considerazione è racchiuso il senso della nostra discesa agli inferi. Calcistici e non solo.

Perché è impossibile non amare Carletto ultima modifica: 2021-06-03T18:01:43+02:00 da ROBERTO BERTONI

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