Se i politici perdono il lavoro

La politica si occupa, quando va bene, a sinistra di diritti ma senza spiegare che i diritti “costano” e che i diritti collettivi contano più degli individuali e non esistono senza i doveri oppure, a destra, di pulsioni di pancia e non connesse tra loro, spesso contrapposte. In buona sostanza la politica si occupa del nulla: non costruisce un modello e non approfitta nemmeno di questa pausa tecnica del governo Draghi per ricostruire un minimo di idea di schema di società civile, da proporre ai cittadini.
scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Una telefonata ieri mattina (la seconda della giornata, identica) in cui mi si proponeva un’offerta vantaggiosa dal punto di vista della tariffa telefonica mi ha rivelato un mondo sottosopra e mi ha confermato che dalla pandemia usciremo molto peggio di come ci siamo entrati (che già non era un granché). La telefonata più o meno potete immaginarvela, ormai siamo abituati a 6 o 7 telefonate al giorno di proposte economiche che entrano nel tuo intimo, nel tuo telefono cellulare privato che non dovrebbero avere e che non dovrebbero passarsi l’uno con l’altro, che non dovrebbe essere messo a disposizione di persone che sono per lo più sfruttate dal punto di vista economico e dal punto di vista lavorativo (anche se lavorare per un’azienda, banca o assicurazione non dovrebbe essere considerato sotto l’aspetto della sindrome di Stoccolma, per cui l’ultimo dipendente sfruttato comunque difende a priori il buon nome del suo sfruttatore…). Al mio stupore, cordiale nei modi, per una telefonata fatta il 2 giugno per proporre una tariffa economica telefonica differente, la risposta è stata “ci vuole un po’ di rispetto, stiamo lavorando”.

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Ecco: non è passato minimamente per la testa della persona che mi ha telefonato che forse non dovrebbero lavorare, almeno il 2 giugno, festa della Repubblica, di una Repubblica che, dice l’articolo uno, è fondata sul lavoro e quindi sulla sua dignità e in teoria sulla difesa del lavoratore, di chi offre lavoro senza sfruttare (e senza comandare lavoro il 2 giugno e nei festivi e quindi ci rimette nella concorrenza), ma anche sui sindacati e associazioni datoriali che avrebbero dovuto sviluppare, o almeno fanno finta, in questi anni, di sviluppare la cosiddetta “responsabilità sociale”. È l’ennesimo esempio di come stiamo uscendo dalla pandemia: utilizzando tutto quello che abbiamo conosciuto come emergenza e facendolo diventare ordinario.

Non è inusuale, anche mio papà tramviere e i suoi colleghi lavoravano alcuni giorni di festa nei servizi essenziali (ecco: oltre i diritti la politica saprebbe indicarci per caso i “servizi essenziali”?) ma con delle paghe differenti e con una protezione sociale differente. E per una scelta concordata tra sindacato e associazioni datoriali, non per un’imposizione, per la quale se non lo fai perdi il lavoro.

Si chiamava Welfare, stato sociale. D’altronde questa asimmetria mi era già chiara da qualche tempo. Idealisticamente (sempre a futura memoria, la mia specialità) circa un anno fa avevo scritto proprio su ytali che dovevamo guardare a ciò che sarebbe dovuto venire dopo la pandemia come qualcosa di differente e di cambiato, possibilmente di migliore.

Non sta avvenendo. 

Anche i fatti collaterali, di cronaca o addirittura criminali, ci mostrano che non è così. La terribile vicenda, per esempio, della tragedia della funivia del Mottarone dimostra, al di là del fatto in sé penale e civile, e della tragedia umana, che l’idea penetrata negli ultimi vent’anni nel nostro paese – come in altri – è che al profitto non si può opporre se non una resistenza ideale e assolutamente fuori dal tempo. Si deve far profitto, si deve fare solo profitto, si deve farlo nel più breve tempo possibile.

È lo stesso meccanismo che sta guidando (pressoché nel silenzio) i prezzi dei negozi alimentari, in buona parte dei supermercati, nei ristoranti che riaprono: aumentano i costi delle materie prime, ma mica si tratta di vasche da bagno jacuzzi o generi di lusso, ma dei generi alimentari che la gente ha consumato anche durante il lockdown, oppure dei pasti quotidiani. E aumentano con la spiegazione che “comunque dobbiamo fare qualcosa per riprenderci da questo anno”, come se la ripresa si potesse fare in pochi giorni e dipendesse dall’aumento di due euro a piatto. Che, oltretutto, alla fine fanno sì che nell’euforia del momento, da possibile “zona bianca”, nessuno dica niente, ma poi ogni cittadino si guarderà nelle tasche (svuotate dalla crisi) e verificherà se si può permettere ancora di andare a mangiare una pizza con la famiglia. E si chiamerà rebound economico…

Anche questo atteggiamento è figlio dello stesso meccanismo mentale: dobbiamo recuperare tutto e subito. Che incredibile situazione, per cui tutto si è rovesciato nel senso comune: il “rispetto” del lavoro sfruttato fatto nei giorni in cui non dovrebbe essere fatto; il “tutto e subito“ (torna alla mente la canzone di Eugenio Finardi) che era la massima espressione del desiderio post sessantottino e che è diventata l’espressione solamente di un desiderio materiale. Il consumismo si sta mangiando completamente il capitalismo, qualunque tipo di capitalismo, anche quello finanziario, e sta diventando una bandiera portata avanti con la stessa logica con cui si è effettuata nel tempo la torsione che Michele Mezza ha spesso raccontato qui su ytali: dal Free Speech alla difesa degli oligopoli Gafam (Google Amazon Facebook Apple Microsoft) e non solo loro, in cui siamo tutti partecipi come operai alla catena di montaggio di un sapere immateriale che però diventa profitto reale. Profitto tutto e subito, nelle tasche solamente di pochi.

E la politica? La politica si occupa, quando va bene, a sinistra di diritti, ma senza spiegare che i diritti “costano” e che i diritti collettivi contano più degli individuali e non esistono senza i doveri, oppure a destra di pulsioni di pancia non connesse tra loro, spesso contrapposte. In buona sostanza, la politica si occupa del nulla: non costruisce un modello e non approfitta nemmeno di questa pausa tecnica del governo Draghi per ricostruire un minimo di idea di schema di società civile, da proporre ai cittadini.

Alla politica basta chiedere il voto per questo o quel candidato, e basta chiedere il voto nei sondaggi ancor più che il voto nelle urne, e non si preoccupa del futuro, pur facendo tante citazioni assolutamente slegate dalla realtà che vanno da De Gasperi a Moro o Berlinguer.

Citazioni che non avendo nessuna connessione con programmi e disegni per la società civile diventano pura retorica e quindi ancora un elemento in più per distaccare la popolazione dalla politica.

Che fare? Direbbe qualcuno ormai così lontano nel tempo… Accettare tutto questo supinamente oppure ribellarsi solamente in maniera idealistica o farlo diventare un discorso da mercato “sull’aumento del costo delle zucchine signora mia”, stile Giorgia Meloni? In realtà, c’è solo una strada da percorrere e non si può trovare una scorciatoia. Bisogna utilizzare questo tempo del governo Draghi per ricostruire una società civile che sia ricettiva di messaggi e di programmi che abbiano un orizzonte di dieci, quindici, vent’anni. Bisogna fare educazione civica ed educazione civile. Bisogna tornare a fare formazione politica e formazione politica dei partiti. Bisogna ricostruire le condizioni per riavere delle classi dirigenti, quindi costruire dei quadri intermedi e una base che abbiano conoscenze e capacità di critica.

Il PNRR ne è un esempio: mentre il parlamento europeo con un suo documento invita tutti gli Stati membri a consultare le popolazioni e renderle partecipi dei singoli PNRR nazionali e di Next Generation Ue, noi sappiamo semplicemente che per il nostro paese ci sono circa trecento pagine di piano che sono state consegnate e, da quello che sappiamo, circa tremila pagine di schede di dettaglio. Bene, questi documenti sono stati consegnati in parlamento ma nemmeno il parlamento li ha esaminati a dovere, visto che sono stati consegnati in una notte e si è votato il giorno dopo. Stato di necessità; emergenza, appunto, ma forse sarebbe il caso di riprendere in mano questi documenti e decidere come spenderemo i prossimi soldi, quali sono le procedure, quali priorità e obiettivi, dove si mettono più o meno soldi a saldo invariato.

Non c’è un solo dibattito vero nel campo politico sui prossimi tre anni di questo programma da portare avanti e che è già finanziato. Non voglio rivangare (anche se il 75mo della Repubblica lo richiederebbe) i dibattiti del dopoguerra su ricostruzione, riforma agraria, industrializzazione, ma forse ragionare su un programma come il PNRR permetterebbe a delle forze politiche serie di concentrare la loro riflessione e anche di effettuare una selezione di classe dirigente non tanto sui tweet o sulle apparizioni televisive, ma sulla base delle capacità propositive di riflessione critica o le capacità anche di una possibile visione alternativa del loro uso. Francamente non me lo aspetterei dalla destra italiana ma da Letta e dal centrosinistra erede dell’Ulivo sì. E sarebbe l’unico motivo di speranza.

Altrimenti non resta che abbandonarsi appunto ai tweet e ai messaggi sui social essendo assolutamente esclusi dalle scelte reali: da quelle dei grandi gruppi nazionali di cui si stanno rinnovando i vertici senza che i partiti siano presenti né con loro uomini e donne (e questo non sarebbe male, forse) ma nemmeno con loro proposte, e questo è certamente un male… Il male della politica e il male dei sindacati per soli pensionati e “garantiti”. Le “dimissioni della politica dalla politica” sarebbe veramente troppo da sopportare. 

Perfino più di una telefonata di lavoro di un “non garantito”, il giorno della festa della Repubblica… fondata sul lavoro.

Se i politici perdono il lavoro ultima modifica: 2021-06-03T17:09:44+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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