Naomi Ōsaka, la campionessa fragile

Si è ribellata allo star system e, forse, pagherà cara questa scelta. Fatto sta che è stata una delle poche, speriamo non la sola, a non piegarsi alla logica commerciale che vorrebbe che lo spettacolo andasse sempre e comunque avanti, che si passasse sopra ogni dolore, che si calpestassero i sentimenti e che fosse messa da parte l'umile, semplice dignità di chi ha bisogno di riflettere prima di ricominciare.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Può capitare di essere una campionessa straordinaria, superpagata, famosa e anche impegnata nel sociale, in quanto nera nella stagione del Black Lives Matter e capace di coniugare gli occhi a mandorla del proprio essere giapponese con un colore della pelle insolito per quel paese per via di un padre originario di Haiti. Può capitare, insomma, di chiamarsi Naomi Ōsaka, di essere una tennista sopraffina eppure di essere affetta da un demone interiore più forte di ogni avversaria: la depressione. Il cane nero non aggredisce, checché se ne pensi, solo gli ultimi, i disperati, i precari, coloro che perdono o non riescono a trovare un lavoro e chi vive ai margini.

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Può colpire chiunque: nessuno deve sentirsi al sicuro. E così, può capitare che al Roland Garros una campionessa di fama mondiale si ritiri, mettendo a nudo la propria fragilità umana, il proprio bisogno di stare con se stessa, la propria necessità di combattere una battaglia più difficile di ogni incontro sulla terra rossa. Può capitare di essere aggrediti da un mostro per il quale non si è pronti, che non si può sconfiggere con un colpo di dritto o di rovescio, per cui non basta una volée o un tocco di classe, in quanto non si può combattere con gli altri se prima non si è messa al sicuro la propria anima. Naomi Ōsaka merita, pertanto, attenzione e rispetto. Merita stima per aver trovato il coraggio di dire la verità, senza inventarsi infortuni a caso e manifestando tutte le proprie paure, tutto il proprio smarrimento, tutta la propria inadeguatezza in un mondo che vorrebbe i fuoriclasse sempre all’erta sui bastioni, eroi invincibili, miti di cartapesta in grado di dar vita a spettacoli circensi, senza un minimo di considerazione per ciò che avviene nelle loro vite. Naomi si è ribellata allo star system e, forse, pagherà cara questa scelta.

Fatto sta che è stata una delle poche, speriamo non la sola, a non piegarsi alla logica commerciale che vorrebbe che lo spettacolo andasse sempre e comunque avanti, che si passasse sopra ogni dolore, che si calpestassero i sentimenti e che fosse messa da parte l’umile, semplice dignità di chi ha bisogno di riflettere prima di ricominciare. Non abbiamo dubbi sul fatto che Naomi tornerà, più forte di prima, e che tornerà a vincere e a incantare le platee internazionali con la propria arte tennistica. Ma adesso per lei è il momento di fermarsi, di vivere serenamente, di stare tranquilla e di non pensare ad altro se non alla propria guarigione.

Perché di incontri se ne possono disputare e vincere tanti ma l’incontro quotidiano con se stessi è il più complicato, l’unico dal quale quale non si può scappare, non potendo ingannare all’infinito il proprio stato d’animo e i propri sentimenti. Naomi ha detto basta: qualcuno ha applaudito, qualcun altro ha storto il naso. L’importante è che vada avanti per la sua strada, a testa alta, con la certezza di essere nel giusto, di essere una persona e non una macchina; in poche parole, di non dover far divertire nessuno perché non è questo il senso dello sport. Lo sport esiste per mettere alla prova se stessi e affrontare lealmente i rivali e i propri limiti, sfidandoli fin dove è possibile. La felicità consiste in questo. Voler andare oltre serve, appunto, a ingannare le masse e ad alimentare all’infinito un business disumano. A quel punto non è più sport: sono solo affari, ovviamente appannaggio di pochi faccendieri. 

Naomi Ōsaka, la campionessa fragile ultima modifica: 2021-06-04T19:13:18+02:00 da ROBERTO BERTONI

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