Stato d’assedio, stato mentale

Intervista con il grande medievalista Duccio Balestracci.
IDALBERTO FEI
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Duccio Balestracci è nato a Siena (è del Nicchio) nel 1949. È stato professore ordinario di Storia Medievale nell’Università degli Studi di Siena. Si occupa, fra le altre cose, di storia della guerra. Per Laterza ha pubblicato, su queste tematiche, Le armi, i cavalli, l’oro. Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del Trecento (tradotto in giapponese) e La Battaglia di Montaperti. Per Il Mulino ha recentemente pubblicato Stato d’assedio. Assedianti e assediati dal Medioevo all’età moderna. Fra gli altri titoli pubblicati con Laterza, anche Il Palio di Siena. Una festa italiana.

Duccio Balestracci

Non è la pace la condizione normale del mondo. Al contrario è la guerra, interrotta di tanto in tanto da pause di pace. Questo sosteneva pochi anni or sono James Hillman, psicanalista e filosofo, nel suo Un terribile amore per la guerra. È d’accordo?
Purtroppo, la convinzione di Hillman credo che riposi su basi di verità. La pace è uno stato “provvisorio” fra una guerra e l’altra. Noi siamo sviati dalla prospettiva strabica che ci fa considerare il “lungo periodo di pace” dal 1945 a oggi, solo perché (ancora?) non è scoppiata la Terza Guerra Mondiale, ma in questi decenni che ci separano dal 1945 la guerra non si è fermata mai. Conflitti “locali”, e non mondiali, certo, ma credo tuttavia che nel mondo non ci sia stato un solo anno di pace.

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Nel suo ultimo libro Stato d’assedio, che abbraccia un vasto arco temporale, non ha seguito un criterio cronologico, ma analogico. Perché?
Perché a me non interessava tanto l’assedio dal punto di vista polemologico (un’ottica che, invece, avrebbe assolutamente sconsigliato disinvolti excursus di lungo periodo e avrebbe, al contrario, costretto a continui e rigorosi ancoraggi a epoche e situazioni specifiche), quanto, al contrario, lo “stato da assedio”, cioè il complesso di reazioni psicologiche che caratterizzano assediati (e anche assedianti) in una situazione del genere. E da questo punto di vista, ancorché lo avessi in partenza immaginato, mi è risultato sorprendente rendermi conto di quante e quanto forti fossero le similitudini fra chi sopportava un assedio, poniamo, in Palestina nel I secolo dopo Cristo, chi lo viveva in una città del Tre o del Cinquecento e, alla fine, chi l’ha provato sulla sua pelle in tempi a noi vicinissimi, come è successo a Sarajevo o a Kobanê. 

La paura: quella degli assediati, ma anche quella degli assedianti. Come era possibile convivere per tanto tempo con la paura?
Convivere con la paura di un assedio è uno stato mentale impensabile per noi. Quando si è verificato l’assedio di Sarajevo (per tornare a questo esempio che ci è tragicamente familiare) non solo chi viveva in quella povera città, ma l’intero mondo civile ha avuto un soprassalto di sgomenta sorpresa. Come era possibile un assedio ai nostri tempi? Invece, per chi viveva nei secoli di mezzo ma anche in quelli dell’età moderna (a mio parere l’ultimo assedio di tipo “tradizionale” può essere considerato quello di Parigi del 1870-1871), trovarsi i nemici accampati sotto le mura era un’esperienza ricorrente. Terribile e angosciante, ma ricorrente. Richelieu dettava tutta una serie di raccomandazioni perché le città fossero sempre pronte a sostenere un assedio che poteva verificarsi in qualsiasi momento. La paura della guerra, comunque declinata, accompagna la vita dei nostri antenati.

Già nell’Iliade anche la condizione degli assedianti appare drammatica.
Infatti da questa angoscia non sono esenti i soldati che assediano. Anche per loro, oltre al rischio fisiologico di perdere la vita in combattimento, la paura prende gli aspetti della mancanza di vettovaglie, della difficoltà a rifornirsi di acqua, del disagio dato da alloggiamenti di fortuna esposti alle intemperie, dal caldo asfissiante o dal freddo gelido. E, infine, dalla frequentissima eventualità di prendersi qualche malattia o di essere, anch’essi, falcidiati da un’epidemia che è moneta corrente all’interno di una comunità che vive in condizioni igieniche precarie o che è stanziata in luoghi insalubri: quando assedierete Pisa, avverte Machiavelli rivolto ai suoi concittadini fiorentini, evitate di mettere il campo a San Pietro in Grado, perché lì “è trista aria, dove per avventura, avendovi a stare in campo, si ammaleria”.
Paura di tante cose. Paura per tutti. Paura costante.

Per chi è di Siena come lei l’assedio è nei cromosomi. Non c’è senese, credo, che non abbia letto almeno qualche pagina dei Commentari di Biagio di Monluc, il condottiero francese che condusse la disperata difesa della città a metà del XVI secolo.
E che racconta l’assedio infarcendo dati reali con pagine inventate di sana pianta. A Monluc non interessava solo lasciare il ricordo dell’assedio del 1554-55, ma soprattutto usare l’episodio per costruirvi intorno un “prodotto” letterario (peraltro scrive decisamente molto bene) che fosse memoria di un’impresa importante, ma anche occasione per magnificare le sue doti di stratega intelligente e coraggioso e per avvalorare la sua figura di ufficiale e gentiluomo, e soprattutto tenace difensore dei valori cristiano-cattolici (non ci dimentichiamo che Monluc ha un ruolo di primo piano nelle guerre di religione in Francia, in funzione ferocemente antiugonotta). 
Tuttavia, la sua narrazione trasuda un pathos che non può non essere apprezzato da chi, a Siena, continua a guardare con affetto e condivisione a questa pagina drammatica nella storia della città e del suo territorio.

La presa di Siena con l’assalto alla fortezza presso Porta Camollia, Giorgio Vasari e aiuti, 1570.

Fermiamoci un momento a Siena, che è la sua città. Per il suo penultimo libro Il Palio di Siena ha scelto come sottotitolo Una festa italiana. Eppure il Palio sembra davvero legato esclusivamente alla città.
Non è che “sembra”: è legato esclusivamente a Siena. Il Palio di Siena, così come è, non assomiglia di fatto a nessun’altra festa simile. Soprattutto, quella senese è una manifestazione che non ha mai avuto interruzioni (trasformazioni sì, interruzioni per cause di forza maggiore sì – anche ora con il Covid-19 – ma sono stati solo stop episodici, dopo i quali tutto è ripreso come prima) e ha continuato a scandire con regolarità la vita dei secoli della storia di Siena.

Eppure la festa senese è “italiana” perché ricapitola un patrimonio memoriale, identitario, ludico, civico comune a pressoché tutta l’Italia, con forte accentuazione in quella che – guardando ai secoli del Medioevo – possiamo definire “Italia dei Comuni”. Un patrimonio che poi, fra la fine del Settecento e l’Ottocento, si è ovunque sfilacciato, è sbiadito ed è infine scomparso. Tranne a Siena dove è sopravvissuto (mai uguale a se stesso) grazie a quelle entità mai scomparse (ed eredi delle antiche vicinie medievali) che sono le “Contrade”, cuore pulsante identitario-socializzante della città. Senza Palio le Contrade sono sopravvissute (durante le guerre come durante la pandemia), ma senza Contrade il Palio sarebbe solo una corsa di cavalli preceduta da un sontuoso corteo in costume. Questa è la sintesi di una vicenda che, in origine, non è solo locale, ma è nazionale.

Torniamo all’assedio. Uno dei suoi momenti più tragici era l’eliminazione delle “bocche inutili”. Chi erano? Con quali criteri venivano scelte, sempre gli stessi?
Erano le persone che non servivano a difendere la città. Vecchi, malati, bambini, orfani. Erano le vittime predestinate di ogni assedio importante e la loro cacciata si trova teorizzata fin dai trattati degli strateghi dell’antichità. Da Alesia assediata da Cesare vengono mandate in pasto ai romani le bocche inutili che si raccomandano (peraltro inutilmente) al condottiero, finendo abbandonate al loro destino. A scegliere chi sono i sommersi e chi i salvati sono le autorità militari e civili, ma non è raro che fra chi deve decidere ci siano conflitti di coscienza o, magari, conflitti di interesse per non espellere gruppi o persone che si vogliono preservare. A Siena, dopo che per più volte sono stati abbandonati alla mattanza gli orfani dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, il rettore dell’istituzione sbatte i pugni sul tavolo di fronte al Monluc e all’altro comandante, Piero Strozzi, e gli dice a muso duro che, finché il rettore sarà lui, non un solo altro orfano varcherà più il portone dell’ospedale.

Le donne. Che parte avevano durante lo stato d’assedio?
Un ruolo importante. Lavorano alle fortificazioni, fanno le vivandiere per i soldati, ma in più di un caso imbracciano le armi e combattono sugli spalti; a Montségur catara chiedono di partecipare alla sortita che cerca di allentare l’assedio. Si rendono protagoniste di atti di vero e proprio eroismo, come Stamira (o Stamura secondo altre dizioni) anconetana nell’assedio posto nel 1173 dal Barbarossa e da Venezia, o come Caterina Segurana a Nizza nel 1543 davanti ai francesi e agli ottomani loro alleati.

Secondo Boncompagno da Signa, le donne anconetane nell’assedio appena ricordato, quando i viveri finiscono e la città è alla fame, si offrono in pasto ai loro uomini, tanto – dicono – se la città fosse espugnata la loro sorte sarebbe quella ben nota in casi del genere. Carne da stupro. In questo caso è evidente la valenza (ancorché involontariamente, per l’autore) antropologica della narrazione: la donna che dà la vita, la offre in sacrificio per salvare il proprio onore, la Patria e gli uomini che la difendono.

Tuttavia, appena lo stato di eccezionalità finisce e si ritorna alla “normalità” anche la visibilità delle donne scompare ed esse tornano a essere “solo” donne.

Mappa di Famagosta, Cipro, di Jacomo Franco (1550-1620), nel suo libro Viaggio da Venetia a Constantinopoli

Ne La peste, Albert Camus descrive Orano come una città assediata, anche se non dai soldati, dal morbo. Il Covid ci ha fatto sentire assediati, anche se ora sembra che i greci stiano cominciando ad alzare le vele e abbandonare il lido di Troia. È un parallelo troppo facile questo tra la pandemia e la guerra?
Ho avuto la pessima idea di rileggere La peste proprio durante il lockdown perché pensavo che ci fossero assonanze fra quanto raccontato da Camus, la situazione da noi tutti vissuta in quel momento e la narrazione degli assedi che stavo facendo. Mi sono reso conto che la realtà vissuta, la scrittura di Camus e la mia analisi si stavano rifrangendo l’una sull’altra. È stata un’esperienza metastorica. Per niente rassicurante. Forse avrei fatto meglio a leggere Topolino: avrei provato minor senso di angoscia.

Il ritorno alla normalità, in questi giorni se ne parla sempre più spesso. Com’era il ritorno alla vita di tutti giorni ad assedio finito?
Alessandro Barbero, proprio parlando del mio Stato d’assedio, concludeva dicendo che la fine di un assedio e il ritorno alla normalità significano cominciare a prepararsi per l’assedio prossimo.
La normalità era fatta dei conti delle distruzioni (un assedio – sempre – coinvolge e sconvolge anche il territorio intorno per un raggio a volte vastissimo e con conseguenze di lungo periodo); della contabilità dei morti; dallo shock che se ne è riportato (a Famagosta i sopravvissuti – locali e veneziani – all’espugnazione da parte dei turchi nel 1571 si porteranno per sempre dentro le immagini raccapriccianti delle pile di teste mozzate e del martirio di Marcantonio Bragadin scuoiato vivo); della ricerca dei modi per ripartire. Quando Siena, nell’aprile del 1555, si arrende a patti all’Impero perché non c’è, alla lettera, più niente da poter mettere nello stomaco, i vincitori che entrano in città trovano, sopravvissute, solo 10.000 persone. Per Siena (ma come lei altre: l’ugonotta Sancerre 1573 è un caso analogo) the day after vuol dire fare la conta di questi fantasmi e cercare, con essi, di ripartire in qualche modo. Per rendere l’idea: per ritornare ai livelli pre-assedio, la città dovrà aspettare il pieno Novecento.

Stato d’assedio, stato mentale ultima modifica: 2021-06-05T17:22:24+02:00 da IDALBERTO FEI
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