I repubblicani sono ancora il partito di Trump

Guerra civile, purghe interne, rivolte. Sono i termini con cui i media statunitensi descrivono quello che sta accadendo all’interno del Partito repubblicano. Dove la presa dell'ex presidente è ancora forte. E non sembra diminuire.
MARCO MICHIELI
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Le l’ambiguità della leadership del Gop al Congresso sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio stanno trasformando in maniera profonda il partito. E l’aspra contrapposizione tra trumpiani, attendisti e anti-trumpiani (pochi), qualche giorno fa si è arricchita di un nuovo elemento, quando Michael Flynn ha auspicato una soluzione birmana per gli Stati Uniti.

Flynn è stato il primo consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex presidente Trump. Si è dichiarato colpevole per aver mentito all’Fbi sulle sue comunicazioni con la Russia, poi ha ritrattato ed è stato graziato dal presidente repubblicano nel novembre del 2020. Recentemente ha partecipato alla conferenza “For God & Country Patriot Roundup”, un evento pubblico a cui partecipavano anche numerosi sostenitori della teoria del complotto QAnon. Una persona del pubblico ha chiesto all’ex consigliere per la sicurezza nazionale perché un colpo di stato militare come quello avvenuto in Myanmar non potesse avvenire negli Stati Uniti. Il pubblico ha reagito alla domanda con applausi e urla di approvazione. Una volta ritornata la calma, Flynn ha risposto: “Nessun motivo. Voglio dire, dovrebbe succedere qui”. L’uomo non è nuovo alle esternazioni polemiche. Qualche tempo fa aveva affermato che Trump avrebbe dovuto schierare l’esercito per “ripetere” le elezioni del 2020, appoggiando la teoria trumpiana del voto rubato.

Le dichiarazioni di Flynn non hanno scatenato però alcuna reazione dalla leadership repubblicana al Congresso. Salvo quella della deputata del Wyoming Liz Cheney, figlia di Dick, l’ex vice presidente di G. W. Bush, che ha criticato duramente Flynn. Cheney è stata però cacciata dal suo stesso partito dalla terza carica alla Camera dei rappresentanti. La sua colpa? Aver ripetutamente sfidato Trump sulle false affermazioni relative alle frodi elettorali, più volte smentite dai funzionari statali, anche in stati controllati dai repubblicani.

Cheney è stata anche una dei dieci repubblicani della Camera che hanno votato per l’impeachment di Trump per gli eventi del 6 gennaio. Era riuscita a sopravvivere a un primo tentativo del suo partito di cacciarla proprio a causa di questo voto. Il secondo tentativo, invece, è andato a segno. Ed è stata sostituita dalla giovane Elise Stefanik che è un esempio lampante dell’influenza che Trump esercita sul GOP. Stefanik non è stata eletta con una piattaforma vicina a quella dell’ex presidente. Per dire: Cheney ha votato più spesso in linea con le proposte politiche del presidente di quanto abbia fatto Stefanik, che è sempre stata considerata una moderata. Poi però la giovane deputata di New York ha esercitato un ruolo importante durante il primo impeachment contro il repubblicano. È stata quindi notata da Trump e l’attenzione è stata ricambiata con strenue difese delle politiche del presidente repubblicano.

Qualcuno della “vecchia guardia” repubblicana, ormai non più al potere, ha cercato di reagire a questa trasformazione in atto del partito. L’ex Speaker della Camera Paul Ryan ha criticato l’ex presidente Donald Trump, avvertendo che il GOP si sta allontanando dai “principi fondamentali del conservatorismo”. Anche il predecessore di Ryan, John Boehner, ha criticato l’attuale direzione del partito. Senza grande successo.

Anzi. La presa di Trump sul partito si è rafforzata anche a livello di singoli stati, dove i repubblicani promuovono leggi di voto restrittive, perpetuando l’idea che ci sia stato un furto nelle elezioni del 2020. Ad esempio in Oregon, un tempo patria di repubblicani moderati, il partito statale ha dichiarato che l’insurrezione pro-Trump del 6 gennaio è stata un’operazione “false flag”, organizzata dagli antifa e dai sostenitori di Black Lives Matter. In Arizona, invece, patria del senatore John McCain, il partito statale ha censurato la vedova McCain, Jeff Flake (ex senatore ed oppositore di Trump), e il governatore Doug Ducey. I tre infatti si erano rifiutati di sostenere le teorie dell’”elezione rubata”. Più di recente, il Senato dell’Arizona, controllato dai repubblicani ha anche affidato alle cure di una società di revisione elettorale vicina all’ex presidente 2,1 milioni di voti provenienti dalla contea di Maricopa, vinta nel 2016 da Trump e nel 2020 da Biden. La società è alla ricerca di “fibre di bambù” che dimostrerebbero che migliaia di schede elettorali sono arrivate in qualche modo dalla Cina all’Arizona, stato sempre vinto dai repubblicani, tranne nel 1996 (Bill Clinton) e, appunto nel 2020 (Joe Biden).

L’ex presidente repubblicano rimane ancora il leader indiscusso del partito e i politici repubblicani per ora sono ancora giudicati in base alla loro fedeltà a Trump. Per chi non è leale, come Cheney, si prospettano momenti difficili. Non solo la perdita di ruoli di leadership, come abbiamo visto. Ma il posto stesso. Cheney nel frattempo infatti dovrà affrontare anche le primarie per essere rieletta deputata e sono già almeno sei i contendenti (ovviamente Trump ha già dichiarato il proprio sostegno per uno degli sfidanti).

Nonostante la sconfitta, l’ex presidente ha infatti una leva elettorale – e di raccolta di finanziamenti – che lo rende al momento indispensabile. Il prossimo anno si vota per un terzo del Senato e per il rinnovo della Camera, che di solito nel primo mandato di un presidente sono vinti dall’opposizione. Trump inoltre porta in dote al partito quegli elettori bianchi senza istruzione universitaria, che sono ormai un potente blocco della base elettorale repubblicana.

Liz Cheney

E soprattuto è estremamente popolare. Nonostante il tentativo di sovvertire le elezioni e il sostegno all’assalto al Campidoglio, la base repubblicana lo appoggia. Secondo un sondaggio di Politico/Morning Consult l’82 per cento degli elettori repubblicani ha opinioni favorevoli su Trump, il 77 per cento per The Economist/YouGov. Popolarità che si estende anche alle sue affermazioni sul “furto” elettorale. Recenti sondaggi mostrano che circa 7 repubblicani su 10 credono ancora che il presidente Biden non abbia legittimamente sconfitto Trump lo scorso novembre. Sono anche i risultati di novembre a contare. Anche se Trump ha perso con sette milioni di voto di distacco, gli sarebbero bastate poche decine di migliaia di voti per cercare di restare al potere. Non solo. Se nel 2016 Trump ha vinto l’88 per cento dei voti repubblicani, nel 2020 ha raggiunto il 94 per cento. Ed ha ottenuto 12 milioni di voti in più rispetto a quattro anni prima.

Certo non significa che questa leva elettorale e finanziaria duri fino al 2024, per questioni di età e possibili problemi legali. Se sarà quindi Trump o meno il candidato del Partito repubblicano nel 2024 è tutto da vedere. Però lo spazio che l’establishment repubblicano sta concedendo al mondo trumpiano è molto ampio. E se non sarà Trump il candidato presidente, è molto probabile che un candidato trumpiano, con una piattaforma trumpiana – questo mix di nazionalismo, isolazionismo, protezionismo  economico, populismo, la guerra culturale, la retorica anti-immigrazione – possa essere il futuro non così lontano di quello che fu il partito di Lincoln, Roosevelt (Teddy) e Reagan. 

I repubblicani sono ancora il partito di Trump ultima modifica: 2021-06-06T13:35:03+02:00 da MARCO MICHIELI

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