Sui bordi urbani e sociali

Il reportage di un viaggio nelle periferie di grandi città italiane, oltre le cronache che raccontano unicamente storie di disperazione o di rivolte, alla ricerca di ciò che le rende luoghi in fermento. Un bel libro di Francesco Erbani pubblicato da Manni.
scritto da FRANCO MIGLIORINI
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Francesco Erbani, “Dove ricomincia la città. L’Italia delle periferie. Reportage dai luoghi in cui si costruisce un Paese diverso”, Manni Editori.

Francesco Erbani, giornalista di professione, è inviato speciale nelle periferie d’Italia. Un incarico auto commissionato. Vasto programma si direbbe. Lo condanna a questo una passione che lo perseguita da tempo. Parlare di città e di cittadini, di urbanistica e di urbanisti. Di tentativi, di fallimenti e di rinascite. In ogni caso di materia viva, di contenitori urbani e edilizi dove si producono forme nuove di soggettività collettiva. A tutti gli effetti realtà in divenire da indagare, per comprendere e divulgare. Il più delle volte con esiti altri dalle premesse che li hanno generati. Luoghi dove l’equilibrio e la stabilità non si raggiungono col progetto, atto iniziale, ma col processo, in cui la società interagisce nello spazio costruito modificandolo e adattandolo attraverso lunghi cicli. In sostanza opera sul divenire, che si misura coi decenni.

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A ben vedere, se consideriamo la città come una forma vivente in evoluzione – alla pari di un albero, potremmo dire – nessuna meraviglia se la parte mutevole sia quella più esterna, la corteccia, mentre all’interno il nocciolo duro appare solitamente consolidato e stabile. Ma qui finisce la metafora e inizia il viaggio negli strati periferici dei corpi urbani selezionati per l’occasione. Con le loro storie da narrare. Tra loro diverse, e anche controverse, tutte da scoprire.

Ma perché proprio le periferie? In Europa tre quarti dei cittadini abitano ormai in condizioni che si definiscono urbane, sia pure assai diverse tra grandi e piccole città. Ed è così anche in Italia. Lì si vincerà la scommessa del futuro che è già presente, ma non per questo soddisfacente.

L’Italia ha vinto la battaglia dei centri storici grazie al suo patrimonio e a chi lo ha capito per tempo, arginando l’assalto edilizio del dopoguerra con l’uso intelligente della cultura e grazie alla penna graffiante di Antonio Cederna, che fin dagli anni Cinquanta l’aveva intinta nell’inchiostro. Senza più smettere.

Se parliamo di modelli urbanistici in Europa, l’Italia ha di sicuro segnato il punto sulla tutela dei centri storici. Ma sulle periferie il primato va a molti paesi del Nord Europa. Quelli che hanno affrontato per primi il tema dell’inurbamento industriale con modelli urbanistici ed edilizi di successo producendo interi pezzi di storia dell’urbanistica moderna.

Erbani sceglie dunque di addentrarsi proprio in quest’area critica italiana, che si percepisce meglio nelle maggiori città perché di lì vengono i maggiori sommovimenti, dove i bisogni spesso sono superiori ai mezzi, e spesso i mezzi non risultano i più adeguati ai bisogni. Col senno di poi.

Tornerebbe utile rifarsi alla qualità degli strumenti che i piani pubblici mettono a disposizione di una politica abitativa troppe volte emergenziale e altrettante condizionata da una politica dei suoli urbani pilotata da mire privatistiche. Quelle che tendono a porre l’abitazione pubblica a margine per lucrare negli spazi intermedi. Ma questa è una storia già nota che non serve ripetere.

Erbani parte dunque da Roma, in pratica dalla porta di casa, diretto a Laurentino 38 e Tor Bella Monaca.

Se si guarda ai progetti si direbbero quartieri modello, “periferie d’autore”, certamente dense come lo sono gli esempi contemporanei in Europa. Le soluzioni architettoniche concepite per favorire una socialità che non le riconosce come proprie perché l’aggregato sociale di bisogni e di aspettative che si insedia è altro da una idea di società pensata sui tavoli da disegno. Con le migliori intenzioni. Ma un aggregato sociale denso e artificioso segue tutt’altre regole, talune anche al di fuori da quel vivere civile cui la maggioranza comunque aspirerebbe.

Per carità, è successo anche ad Amsterdam con Bijlmermeer, uno straordinario quartiere modello a ballatoi, quasi coevo dei nostri quartieri, divenuto un vero incubo urbano. Ci sono voluti decenni per recuperarlo. E non certo a poco costo.

Si prosegue col Corviale, un muro edilizio di quasi un chilometro per nove piani, dove il quarto, pensato per la socializzazione, si è trasformato in un laboratorio di autocostruzione di 130 famiglie, naturalmente abusive, dove il bisogno ha preso il sopravvento su qualunque regola. All’atto pratico un luogo di sperimentazione per una comunità sulla base di una realistica interpretazione dei reali bisogni dell’aggregato sociale, con forme nuove e inedite di interazione con un volontariato sociale emergente, motivato ed esperto.

A seguire con San Berillo, piccolo aggregato degradato nel cuore storico di Catania, dove invece misuriamo il senso di una periferia interna. Uno spazio in cui l’emarginazione sociale legata alla ipocrisia del quartiere a luci rosse, in cui il bon ton borghese tollera e nasconde le proprie debolezze, diviene un laboratorio di integrazione creativa tra storico insediamento e nuova immigrazione. Un crogiolo umano dove nessuno si sente escluso mentre tutta una città attorno si muove lasciando a questa insula autogestita una libertà che altrove non sarebbe ammessa.

Da Sud a Nord, l’excursus sulle periferie si ferma a Marghera. La città giardino anni Venti divenuta poi quartiere urbano con l’annessione di Mestre e tutta la terraferma sotto il nome unificante di Venezia. Un pezzo della storia industriale italiana del Novecento che, prima con la metallurgia, l’energia e poi con la chimica ha garantito materia prima e semilavorati a tanta parte delle industrie manifatturiere che reggono l’economia del paese. Sul campo è rimasto l’inquinamento e la storia tragica di centinaia di vittime da malattie da lavoro. Qualcosa che oggi si ricollega alla vicenda dell’Ilva di Taranto.

Sull’altro lato della statale 109 Romea rispetto a città giardino c’è Porto Marghera, coi suoi duemila ettari di terra e acqua. Tra le due, un bordo in divenire tra città e industria dove si colloca il centro sociale Rivolta, mentre sull’altro lato c’è Emergency, il poliambulatorio gratuito del volontariato medico. Entrambi interpretano bisogni diversi di una comunità laboratorio multietnica, che ricerca creatività così come necessita di salute.

Da Est a Ovest della Padania. Sbarchiamo a Torino, Barriera Milano. Un pezzo di storia urbanistica, industriale e sociale, paradigma della città fordista del Novecento. Luogo storico di socializzazione che ha inciso sul tessuto edilizio e sul costume degli abitanti che continuano ad avvicendarsi raccogliendo una eredità che pare fissata nell’impronta sabauda degli spazi. I Bagni pubblici sintetizzano il senso comunitario di una vicenda che accostava le ottocentesche case a ballatoio con l’igiene personale che il servizio pubblico allora provvedeva. 

Di per sé un luogo di incontro che mantiene la sua funzione in un contesto che muta sotto le ondate migratorie. Integrazione e marginalità vivono in un equilibrio che bisogna saper gestire così come offre sperimentazioni sociologiche di costruzione della “mappa partecipata”, quella che immagina il quartiere come un’isola nel mare grazie ai fiumi che la racchiudono da ogni lato.

Procedendo in Barriera ci si imbatte nell’esperienza di coabitazione solidale di Acmos. Una comunità che interpreta il diritto alla casa collettiva come un primo nucleo del diritto alla città in cui si socializza l’uso del bene essenziale per integrarlo con attività utili alla comunità. 

Si ha a che fare con soggetti deboli e marginali in cui è naturale trovarsi compagni di strada col solidarismo sociale di matrice cattolica di don Ciotti e di Libera, un esempio destinato a mettere radici in grandi realtà urbane. Dove la marginalità individualmente vissuta è a rischio di devianza, mentre la vera sfida è riuscire a divenire protagonisti senza essere antagonisti. Se ci volgiamo all’Europa le analogie con Kreutzberg, quartiere multietnico di Berlino, sono evidenti.

Da Nord a Sud per fermarci infine a Scampia. Quella delle vele. Un passaggio inevitabile. Negli intenti originari anche questa “periferia d’autore”. Una storia quarantennale densa di eventi e circondata di pregiudizi come Laurentino 38 e Corviale. Qui un gesuita disobbediente, cristiano di base, ha incrociato la realtà di un associazionismo storico, frutto di spontaneità organizzativa come segno di socialità implicita che si manifesta per necessità di sopravvivenza ma si radica e permane nel costume. 

Manifestazione del desiderio di riscatto di una comunità che giunge a percepirsi colpevole per ragioni di residenza topografica in un luogo attraversato per anni dalla criminalità e assurto a simbolo nazionale di degrado. Un luogo prodotto dentro le maglie di un intervento pubblico in cui un’utopia urbanistico edilizia si rappresenta più facilmente con l’idea dell’incubo urbano, dove la realtà in certe fasi ha superato l’immaginazione.

Anche qui il testo si fa narrazione itinerante densa di luoghi, tempi e interlocutori, protagonisti e osservatori di un fenomeno che nella realtà e nel senso comune è percepito caso estremo.

Con Scampia l’itinerario si ferma, non certo perché manchino altri esempi, ma perché una strada è stata tracciata e chi lo volesse può proseguire nell’avventura con la certezza di scoprire sempre qualcosa. Ma fin d’ora è avvisato, si doti di curiosità e di ascolto senza pregiudizi. Si tratta di un lavoro di esplorazione in cui la conoscenza è il primo passo ma mai la conclusione.


Servizio fotografico tratto da Napoli Roma Milano. Studio di facciate a partire dai “luoghi comuni” (Napoli-napoletani, Roma-burocrazia, Milano-finanza) Franco Mapelli

Sui bordi urbani e sociali ultima modifica: 2021-06-06T18:49:41+02:00 da FRANCO MIGLIORINI

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