L’orecchio che vede, l’occhio che sente

“Vedere la musica”, la mostra in corso a Palazzo Roverella a Rovigo, sviluppa, e consente al visitatore, alcune riflessioni cruciali sul rapporto fra due arti che sono legate ai due maggiori sensi: la vista e l’udito.
scritto da Giuseppe Ferraris De Gaspare
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Se è vero che le arti affondano mitologiche radici nel grembo delle Muse esiodee, è altrettanto vero che non tutte le arti si sono sviluppate nel corso dei secoli alla medesima velocità. Si può dire che la fortuna delle varie discipline artistiche è stata mutevole. Così come mutevoli sono stati i rapporti fra le varie arti. La musica, in particolare, proprio per la sua natura che sfugge a una rappresentazione formale univoca mentre esige la mediazione di un interprete, sembra accompagnare la storia della civiltà senza disporre di un’autonomia fondativa, quasi avesse un ruolo minore rispetto ad arti più mature a potenti, quali il teatro, la poesia, la pittura e la scultura.

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La mostra in corso a Palazzo Roverella a Rovigo “Vedere la Musica” sviluppa, e consente al visitatore, alcune riflessioni cruciali sul rapporto fra due arti che sono legate ai due maggiori sensi: la vista e l’udito. Il momento di massima potenzialità di questo incontro non poteva che essere il secondo Ottocento quando, mentre matura la rivoluzione delle arti, si procede verso la massima astrazione del pensiero con il Simbolismo e il principio della sinestesia. La musica esce dalla sua condizione “artigianale” e diventa manifestazione del pensiero con Beethoven: è lui per primo a dare una dimensione etica a quest’arte, al di là delle forme teatrali che in qualche modo dovevano fare i conti con un testo, una rappresentazione “visiva”. La musica di Beethoven si fa espressione di qualcosa di diverso dalla rappresentazione, secondo una dinamica creativa che contempla anche l’influsso di Kant. La stessa cosa succede per la pittura che non è più solo teatro per la religione, il mito, la storia, ma attinge direttamente alle espressioni indicibili del pensiero, dell’anima, del sentimento.

Tutto questo è raccontato in un percorso espositivo in grado di intrecciare l’alto profilo intellettuale della sua ratio (cui fa fede un fondamentale catalogo) con una fruizione popolare che è soprattutto figurativa, ma che ha la sua maggior forza nella riscoperta di autori e di intrecci culturali molto poco conosciuti. Purtroppo non forniscono un grande aiuto al visitatore le musiche che compongono la colonna sonora dell’esposizione essendo assai poco udibili. 

L’inizio del percorso è aperto dal Simbolismo e si sviluppa attraverso nove tappe fino alle avanguardie storiche e agli esiti polimorfi che si avranno tra le due guerre. Seguendo questo itinerario, giustificato nella dottissima introduzione al catalogo dal curatore Paolo Bolpagni, ci si immerge in un intreccio di temi e, in alcuni casi, di scoperte che raccontano la forza di un pensiero musicale che, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, anticipa molti degli sviluppi che la letteratura e le arti figurative manifesteranno pienamente sul finire del secolo. In questo senso la mostra ha soprattutto forza ed originalità nel parlare della musica specchiandosi ed esaltando il valore delle opere pittoriche. Questo scambio avviene sia sul piano dei contenuti, dei soggetti, che delle forme che manifestano parimenti le mutazioni in atto.

Umberto Boccioni, Ritratto del Maestro Busoni, 1916

Nella sezione dedicata al Simbolismo, spicca un bellissimo trittico di Segantini L’evocazione creatrice della musica o Allegoria musicale del 1897 che potrebbe dare il titolo alla mostra stessa. Il Divisionismo si colloca in qualche modo al centro del dibattito in Italia sul rapporto fra arte musicale e arte pittorica alla fine dell’Ottocento e avrà diversi artisti impegnati su questo fronte: Gaetano Previati su tutti, ma anche Mario de Maria, Vittore Grubicy, Lionello Balestrieri e, in ambito letterario, Angelo Conti e lo stesso D’Annunzio, violinista dilettante. 

Intorno alla parola “sinestesia”, dal suono già così musicale, si riassume la poetica che dalla Francia diffonderà in tutta l’Europa il messaggio di una nuova alleanza fra le arti.

Pregevole e immancabile la presenza della grafica di Max Klinger. Di questo artista, che ha ispirato molti artisti tra cui De Chirico, sono presenti due incisioni della serie Brahmsphantasie. Incisore prodigioso Klinger venne educato alla musica sin da ragazzo ed ebbe rapporti ravvicinati con alcuni dei massimi protagonisti del mondo musicale germanico come Reger, Brahms e Richard Strauss. Già nel 1881, a ventiquattro anni, illustrò una meravigliosa edizione della favola di Apuleio Amor und Psiche con quarantadue incisioni che dedicò a Johannes Brahms, all’epoca quarantottenne. Il compositore amburghese stava attraversando un momento altissimo della sua produzione, basti pensare al Concerto per pianoforte in si bemolle maggiore, forse il più grande concerto mai scritto per quello strumento. Brahms resterà sempre la principale fonte di ispirazione per Klinger che fu anche scultore e modellò i busti di Liszt, Wagner e Strauss.

Dopo Brahms la mostra si concentra su Wagner e Beethoven, massimi pensatori in forma musicale, senza dimenticare, a tale proposito, Hector Berlioz.

Dei tre, il genio di Bonn fu quello meno dotato da un punto di vista teorico. Nei suoi scritti non emerge una visione e una ricerca ben definita; anche la sua affinità al pensiero di Kant (che pure aveva conosciuto nei suoi primi studi giovanili di filosofia) è confusa insieme ad altre influenze illuministe, idealiste e teiste, pur non essendosi mai discostato troppo dal cristianesimo. È stato quindi facile rileggere la figura di Beethoven sotto gli influssi del pensiero del tempo successivo, in particolare nella seconda metà dell’Ottocento. La sua musica e la sua figura piacquero ai simbolisti, agli scapigliati, alla Secessione viennese e a Klinger, al tardo romanticismo di Balestrieri, all’arcaismo di Bourdelle. 

Grande e doverosa evidenza riserva la mostra al nostro maggiore scultore simbolista, Leonardo Bistolfi, a me particolarmente caro anche per tradizione familiare essendo stato, in quel di Casale Monferrato, legato da sincera amicizia con la famiglia del mio bisnonno. Bistolfi coltivò una sincera passione per la musica quando Casale era un centro di certa rilevanza in campo musicale, tanto che ospitava spesso il giovane Toscanini e il violinista Enrico Polo, che in seguito diventerà cognato del celebre direttore. L’amicizia fra Bistolfi, Toscanini e Polo si consolidò fino agli anni della Prima guerra mondiale e oltre: testimonianza di questa amicizia è l’edicola Toscanini al Monumentale di Milano, ideata da Bistolfi per la morte nel 1906 del piccolo Giorgio, terzo figlio del grande direttore. Due le opere di Bistolfi presenti in mostra: un busto di Beethoven forgiato a vent’anni, forse ancora immaturo e tradizionale, e un più felice ritratto a carboncino del pianista, compositore e didatta Luigi Ernesto Ferraria, all’epoca molto famoso. Tale Ferraria costituì nella sua residenza di Camburzano, vicino a Biella, una sorta di circolo dove si incontravano il Bistolfi, il pittore Delleani e il giovane Toscanini.

Un altro artista di particolare interesse legato all’ambito musicale è il semi-sconosciuto, oggi, Lionello Balestrieri che godette di grande fama soprattutto in Francia dove nel 1900 vinse un prestigioso premio alla Esposizione Universale di Parigi. Il dipinto si intitolava Beethoven, o La sonata a Kreutzer, ed è presente in mostra. A Beethoven Balestrieri dedicò molte opere, spesso sotto l’influsso dell’amico e sodale Giuseppe Vannicola, violinista, scrittore, poeta e traduttore, molto stimato da Marinetti e purtroppo oggi quasi dimenticato.

Da Beethoven a Wagner il percorso è assai lungo e complesso: ma non si può tacere di Berlioz, genio lungamente incompreso, anticipatore dell’unità delle arti e riformatore impetuoso del teatro musicale. Era dieci anni più vecchio di Wagner, con il quale a Parigi montò una sorta di sfida, vinta in popolarità e prestigio dal genio di Lipsia. Berlioz fu un innovatore poco compreso al suo tempo, ma ebbe una prima rivalutazione dopo il Secondo impero, nel clima culturale che attraverso Vigny e Gautier porterà a Baudelaire (si veda il bellissimo saggio di Richter Il Faust reinterpretato). Purtroppo nella mostra Berlioz non è presente mentre, giustamente, Wagner occupa un posto di assoluto rilievo.

Koloman Moser, Il viandante (Wotan), 1918

L’influenza di Wagner sulla cultura europea copre un arco temporale che, solo per rimanere in campo letterario, parte da Baudelaire e arriva a Borges. Sulla scia del wagnerisme, nato in Francia intorno al 1850, l’opera musicale e gli scritti di Wagner hanno alimentato una vastissima letteratura che non ha riguardato solo la musica e il teatro musicale, ma la cultura tout court: pensiamo a Schopenhauer, che lo annoverava fra i suoi “discepoli”, a Nietzsche, ovviamente, e poi a Virginia Woolf e Thomas Mann. Restando in ambito pittorico, gli artisti che in diversi modi si sono ispirati a Wagner sono numerosissimi. In questa mostra la selezione è notevole: Böcklin, Fantin-Latour, Redon, Leo Putz e ancora Balestrieri, senza dimenticare il ritratto, forse l’ultimo, di Renoir, e infine Mariano Fortuny, protagonista già della mostra “Il wagnerismo e le arti visive in Italia” nell’anno del bicentenario della nascita a Palazzo Fortuny, a cura pur sempre di Paolo Bolpagni. In mostra sono presenti due bozzetti preparatori per le scene della rappresentazione del ciclo dell’Anello del Nibelungo alla Scala, del 1948.

All’intensità e allo spessore della prima parte, seguono alcune sezioni che sembrano scorrere con più leggerezza. Il melodramma appare come la versione pop della precedente densità. In questa sezione dominano gli scenografi, i cartellonisti, gli illustratori, i ritrattisti, i pittori che si ispirano alle scene più popolari e suggestive dell’enorme produzione operistica italiana, che da Rossini a Verdi e Puccini, passando per i romantici Donizetti e Bellini, domina per quasi un secolo i teatri di tutta Europa.

Fra i cartellonisti, scenografi e illustratori, meritano una citazione Leopoldo Metlikovitz con il Manifesto per Gianni Schicchi del 1918; Adolfo Hohenstein con la copertina dell’edizione a stampa della Loreley di Catalani del 1890 (autore, fra l’altro, del manifesto del 1899 di Tosca, forse il più bello mai realizzato); Emilio Mantelli per le illustrazioni della Fedra di Pizzetti del 1913, con il testo di Gabriele D’Annunzio; Adolfo De Carolis, amico del Vate, autore del bellissimo cartellone per La figlia di Iorio di Franchetti del 1904. Assai importante fu il contributo di D’Annunzio all’opera lirica: scrisse egli stesso dei “libretti” e ispirò buona parte delle più importanti opere dei primi anni del Novecento, con musicisti quali Mascagni, Zandonai, Pizzetti, Franchetti, per non parlare di Le martyre de Saint Sébastien di Debussy. 

Seguendo il percorso della mostra si entra infine nel tempo delle avanguardie. Il capitolo sul Futurismo ruota intorno all’ultimo capolavoro di Boccioni, il ritratto cézanniano di Ferruccio Busoni pianista e compositore, nonché grande collezionista del genio dell’arte futurista. Intorno scorrono opere di Dudreville, Balla ed Evola, oltre a grafica e manifesti, mentre un’intera sezione è dedicata al “rumorista” Luigi Russolo.

Lionello Balestrieri, Mimì… Mimì…, 1898

Più specifico appare il rapporto tra forme musicali e avanguardie astratte. Stranamente, parlando di avanguardie talora abbastanza estreme per i tempi, riemergono autori quali Bach e Schubert, che ispirano opere di Klimt, Felix Del Marle, Paul Klee. Le 12 carte da gioco fatte a mano del 1909 di Arnold Schönberg non possono che alludere al suo fecondo azzardo dodecafonico. È Vienna la capitale musicale delle avanguardie: Schubert è rivisto alla luce della sua “viennesità” (non si mosse per tutta la vita da lì), Bach per un ritorno alla forma pura, ad un’astrazione appunto che stimolava artisti come Klee, Moholy-Nagy e Del Marle.

Infine Kandinskij: i suoi bozzetti a tempera su Quadri di un’esposizione di Musorgskij sono un vero gioiello. Di grande valore fu la collaborazione fra Kandinskij e Skrjabin: il rapporto fra musica e pittura fu l’esplicito filo conduttore del loro sodalizio artistico. Partendo dalla sinestesia e dalla fusione delle arti, fino alla teorizzazione dell’“opera d’arte totale” (già wagneriana ma con altri esiti) Skrjabin arrivò alla composizione di Prométhée. Le Poème du feu del 1910, che prevedeva un coro misto, un’orchestra e un clavier à lumières, strumento musicale a tastiera elettrofono che proiettava, a ogni nota o cambio d’armonia corrispondente, un fascio di luce colorata.

La mostra si chiude con il confronto tra Purismo e Musicalismo che portò alle estreme conseguenze il rapporto tra le due arti. Qui, accanto alle figure più note di Le Corbusier, Ozenfant, risalta il “pittore dei suoni” Charles Blanc-Gatti. L’epilogo con il ritorno alla figurazione in Italia appare francamente malinconico pur avvalendosi di pregevoli opere di Luigi Bonazza, Piero Marussig, Alberto Savinio, Felice Casorati e Gino Severini. L’Apollo di Savinio, protettore delle Muse, sembra degnamente chiudere questa rassegna con un autore che fu pittore, scrittore, saggista, drammaturgo, scenografo, pianista e compositore.

Piero Marussig, Strumenti Musicali II, 1924

In copertina Kandinsky, La Grande Porta di Kiev, 1928

Qui il link alla mostra

L’orecchio che vede, l’occhio che sente ultima modifica: 2021-06-07T16:37:29+02:00 da Giuseppe Ferraris De Gaspare

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