Hong Kong quando era ancora Hong Kong

Ricordi di viaggio quando la città non era ancora nell’orbita cinese. Non si poteva negare che si venisse ospitati con la massima gentilezza. Ma nella Cina-Inglese le categorie di classe erano caste vere e proprie, le differenze sociali immense e le strutture padronali assolutamente indiscutibili.
scritto da LUCIO FAVARETTO
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Andavo spesso un tempo per lavoro a Hong Kong, prima del suo passaggio alla Cina. Era un viaggio estenuante. Da Venezia si volava a Francoforte con il primo volo del mattino, si aspettavano quattro, cinque ore, poi saliva sul Boeing a due piani per altre 13-14 ore di volo. La durata dipendeva molto dalla direzione dei venti in quota. Mi divertivano i tremolii dei finestrini. A quei tempi nelle relazioni di lavoro si viaggiava in business class, dove c’era silenzio, le poltrone distanziate si reclinavano come letti, e vivande e bibite, alcoolici inclusi, erano a volontà.

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Non mangiavo nulla sperando di arrivare più riposato. Lì mi aspettavano dei progetti di lavoro per un azienda americana di proprietà cinese che mi ospitava. Dopo trenta ore tra viaggi e dogane, erano di nuovo le 7 del mattino. Una doccia e si lavorava tutto il giorno con persone di varie nazionalità, prevalentemente americane, cinesi, australiane, sudafricane, iraniani naturalizzati americani, e così via. 

L’aeroporto “vecchio” di Hong Kong consentiva a quei condomini volanti di atterrare nel cuore della città. Era pieno di voli intercontinentali e dunque di aeroplani giganteschi, che atterravano superando una collina densamente e poveramente abitata, si giravano di colpo e frenavano bruscamente. Poiché i Boeing atterravano subito dopo quella miriade di palazzi popolari, dai finestrini si vedeva una distesa di striminziti terrazzini. I terrazzini erano pieni di scatolette di tonno, sardine, cibi in scatola aperti e consumati, lattine, cose che qui dovremmo cercare nelle discariche. Tipi di povertà che noi non conoscevamo.

Per le difficoltà dell’aeroporto erano scelti spesso piloti italiani. Noi avevamo fama di avere i piloti più preparati del mondo. Così si diceva.

Una volta a bordo la parte alta del Boeing si riempiva di una quindicina di passeggeri. Tutti aspettavano il rullaggio in pista, le istruzioni di sicurezza che si guardavano distrattamente (previsioni catastrofiche che sembrano non riguardarci mai), ma il nervosismo era presente e c’era qualche uomo d’affari, soprattutto tra gli anglosassoni, che durante tali dimostrazioni si scolavano vari bicchieri di whiskey per rilassarsi. Dopo il tremolio del decollo, una volta in quota si vedevano aprire borse da lavoro e uomini d’affari che prendevano un sonnifero. Speravano di dormire in aereo per essere lucidi ed efficienti all’arrivo.

La prima volta, come responsabile di un’agenzia di pubblicità che operava sul piano internazionale, fui ricevuto con un accoglienza impagabile. Un’auto, per loro lussuosa, per me orribile (la famosa limousine) veniva a prendermi. Mi concedevano una doccia all’Hotel Peninsula dove avrei alloggiato mediamente per cinque giorni. In albergo c’erano mele fresche sul letto, un accappatoio di cotone in omaggio, i messaggi registrati sul telefono (allora non c’erano telefonini, solo quelli, rari, a bordo delle auto di lusso). 

Ricordo che, appena preso possesso della stanza a me riservata, sentii bussare alla porta. Era il figlio minore dei proprietari cinesi, che si sedette nell’unica poltrona, con mio grande imbarazzo poiché non parlavo cinese e non sapevo che cosa dirgli. Scoprii più avanti che secondo la loro tradizione non si doveva lasciare l’ospite da solo, per il pericolo di fantasmi (proprio così) che avevano più possibilità di apparire e spaventare le persone sole, soprattutto quando si era volato e si era frastornati dal famoso jet leg. A 14 anni lessi Dracula, di BramStocker, e i miei bussavano con colpi sordi alla mia camera per impaurirmi. Sapevo che erano loro, la paura era come quella che si prova durante un film, e si finiva in una risata generale.

Così rincuorati, nonostante il corpo anelasse il sonno, ci si preparava a un’interminabile giornata di grafici, lavori, dove nessuno osava mettere in discussione i desiderata (a volte impossibili) del “Padrone”, un’emanazione decuplicata del personaggio di Goffredo Parise. Erano persone che con il loro potere cercavano di infondere sicurezza a tutti, tradendo la verità dei fatti e sostituendola con aggettivi pieni di entusiasmo e con termini come billions and billions, cifre che non riuscivo nemmeno a immaginare. Come dice un amico che scrive su ytali, il mercato e i suoi linguaggi sono la guerra in tempo di pace. 

Ma l’insistenza su aggettivi come “fantastic”, “we are the best” e così via denotavano l’unica realtà di qualsiasi business: non c’è sicurezza, e ce n’è meno ancora quando ai fatti e ai sostantivi si riempie un discorso di aggettivi, più per autoconvincersi che per dialogare.

Non c’è nulla di più triste di un entusiasmo traballante e inverosimile.

Arrivava un pranzo, per loro rapido, per me indigeribile, poi si continuava fino alle 18, per cenare alle 18.30, massimo 19, nei ristoranti anch’essi di proprietà dei ricchi committenti. Un’esperienza sconsigliabile agli animalisti. Pesci giganteschi, preparati freschi per gli ospiti dopo essere stati messi vivi in una gigantesca bacinella e uccisi sotto gli occhi dei commensali. Li arpionavano e l’acqua della enorme vasca dove sguazzavano vivi diventava rossa. Poco dopo appariva sul piatto da portata un pezzo di quella cosa. Nulla a che vedere con le nostre cucine cinesi in Europa, piene di sale e glutammato. Era tutto molto buono. Pensavo alla pasta fatta in casa da mia madre nelle domeniche, ai tortellini fatti a mano in brodo; forse erano le stesse cose, declinate in un mondo diverso e lontano da quello della mia formazione infantile.

Poi, uomini da una parte e donne dall’altra, venivamo portati in una SPA priva di equivoci. Il proprietario, gentile, spiegava che eravamo stati molto attivi dopo il volo e il lavoro e che quello era il momento per lasciarsi andare a una passività totale. Il personale, composto da uomini anziani, che non riuscivano a non farmi pena, ci spogliava, portava le nostre cose a lavare e da allora ci si sentiva come in una clinica di piccoli piaceri. Venivamo condotti sotto le docce, lavati con varie essenze “naturali” con i guanti di crine per attivare la circolazione del sangue, presi a braccetto e immersi in un’enorme vasca a idromassaggi, sollevati e sottoposti a secchi di acqua che ci tiravano addosso con vigore. La confidenza a quel punto diventava naturale. La meraviglia nello scoprire che l’acqua aveva la stessa temperatura del corpo restituiva un piccolo paradiso materiale. Poi venivamo condotti per venti minuti in una stanza dove ci facevano il manicure, e subito dopo nella stanza dei massaggi.

C’erano quattro uomini, sempre anziani, per ciascuno. Mi chiedevano se volevo il massaggio forte o leggero, raccomandandomi in un inglese faticoso, di “non lasciare il sonno nel letto, altrimenti non sarei più riuscito a dormire”. Inutile raccontare che mi addormentavo regolarmente, per poi venir svegliato come un vitello giapponese, a lungo massaggiato prima di essere mangiato, e portato nella stanza dove mi ridavano la mia roba da vestire lavata e stirata e mi regolavano i capelli, non prima di una breve deliziosa doccia. Finalmente erano le 10 di sera e si poteva tornare in hotel e cercare di dormire, anche se il corpo aveva gli orari italiani, se lì erano le 22 della notte a casa erano le 4 – 5 del mattino. SI andava a dormire quando a casa stavano per svegliarsi.

Chiudevo gli occhi, sveglissimo, e mi veniva in mente il sadismo delle suore che volevano farci mangiare una minestra che ti guardava con gli occhi di brodo grasso e che io non mangiavo mai, incorrendo in punizioni per me atroci, tipo l’obbligo del sonnellino dopo mangiato, quando tra bambini si faceva di tutto, tranne che dormire… ci si lanciavano pezzi di carta con cerbottane di fortuna, ci si tiravano i capelli. Avevamo il piacere di ribellarci fin da così piccoli e la ribellione consisteva nel disturbare il più possibile.

Accendevo un po’ di televisione, con la striscia continua e ripetitiva delle CNN breaking news, poi, non sempre, mi addormentavo, e se accadeva mi svegliavo poche ore dopo completamente e apparentemente sveglio e lucido. Durante le riunioni avevo dei crolli di sonno difficili da celare in pubblico.

Nella hall mi aspettavano per la prima colazione, quando mi ero già scolato qualche bottiglia di Evian, allora molto di moda, per dissetarmi dalla cena che, anche se di qualità eccellente, era stata uno sport estremo a cui avevo sottoposto il mio povero stomaco.

Scoprii una cosa che univa la nostra cultura millenaria e la loro, ancora più antica della nostra: il familismo (a volte tanto becero quanto il nostro), il cibo come momento di ritrovo collettivo.

Scoprii già allora, in azienda (sei piani di un grattacielo nella zona di Kowloon bay), la laboriosità impressionante e la resistenza fisica di molti impiegati cinesi (non c’erano operai, la produzione era già stata portata fuori da Hong Kong, considerata troppo cara). Gli impiegati, appena arrivati da altri meeting in Australia o negli Stati Uniti, erano perfettamente in grado di lavorare per dieci-dodici ore senza staccare la testa dai loro computer. In poche ore preparavano diagrammi, previsioni di concorrenza, situazione presente e proiezioni statistiche, mentre noi, i “diversi” occidentali, eravamo storditi. 

Mi rifugiavo lontano. Il calore soffocante e umido mi faceva venire alla mente un gioco. Si saliva sugli alberi, in inverno, per staccare le stalattiti di “galaverna”, la nebbia ghiacciata che si formava nelle giornate di freddo intenso. 

Facevo di tutto perché non scoppiassero le mie contraddizioni ideologiche. Allora lo Stato non era il padrone assoluto, ma le differenze sociali erano assolutamente evidenti. Se si riuscivano a strappare alla stanchezza quattro passi nelle infinite gallerie sotto vari piani di diverse autostrade intasate che correvano sopra le nostre teste, balzavano agli occhi i cinesi poveri, passavano a frotte lì sotto, nelle intermittenze di centinaia e centinaia di ideogrammi pubblicitari, avevano abiti lisi, spesso bagnati dalle frequenti piogge tropicali (pioveva acqua calda come thè). Le differenze saltavano agli occhi, ricchi con ricchi e poveri vaganti, e quel caldo, quel caldo umido insopportabilmente tropicale. Hong Kong mi procurava un senso di estraneità urbanistica: Los Angeles sembrava, dopo quell’esperienza, agile da girare come una piccola cittadina.

In quelle situazioni sterilizzate e artefatte mi venivano sempre in mente i bei momenti in cui mio padre m’insegnava ad andare in bici, finché imparai a farlo senza mani.

La nostra interlocutrice – proprietaria di così tanta ricchezza – parlava sempre di ciò che voleva il marito, anche se nel 1960 circa si era laureata in informatica ad Harvard ed era lei ad avere messo il patrimonio per comperare case e nazionalità (mi mostrò i suoi undici regolari passaporti: bastava fare investimenti nei vari stati e il passaporto veniva dato in automatico). Era lei a prendere le decisioni in azienda e a controllare qualsiasi cosa, dall’ultimo arrivato come impiegato al più importante venditore d’Asia. A seconda del valore economico apportato all’azienda, il trattamento variava. Da dolcezza infinita a strepitii e sgridate in cinese, comprensibili dal timbro della voce, che cambiava completamente e repentinamente a seconda del valore monetario apportato o non apportato all’azienda dal dipendente. 

La donna era diventata vicesindaco, nonché responsabile di strutture industriali importanti. Ma quando c’era il marito parlava in nome suo. Lui si divertiva e lei, al di là dei miliardi (allora c’erano le lire) lavorava.

Come vicesindaco mi raccontò di quanto il nostro welfare le risultasse incomprensibile. In perfetto accento inglese mi diceva “ma se non dovete mettere da parte i soldi per la salute, per gli studi, e ricevete tutto gratis, siete destinati a perdere la globalizzazione, perché siete viziati”.

In confronto, Reagan e Thatcher erano Che Guevara. 

Un giorno a titolo di cortesia (e parlo sempre della Hong Kong Inglese con le sue strade per me rovesce e sottosopra), mi volle dedicare una domenica pomeriggio per portarmi al museo più importante della città. Rimasi di stucco quando vidi che il vasellame antico e bellissimo, e tutte gli oggetti che c’erano, avevano esposti i prezzi di vendita. Mi chiese se volessi comperare qualcosa, con sguardo complice mi disse che mi avrebbero fatto fare dei buoni sconti perché era amica del direttore generale… un vasetto da trentamila dollari di Hong Kong fu il primo esempio. Le risposi che non sarei tornato subito a casa, che dopo di loro mi sarei fermato a Francoforte, che avevo gradito il pensiero, ma non volevo che tanta bellezza si rompesse. In realtà ero sgomento. Pezzi da grande museo in vendita ai privati. Mi dovevo sempre ricordare che ero a Hong Kong e non in Cina.

Capitava di incontrarci negli USA, il marito era un grosso gambler, giocatore d’azzardo, scommettitore. Un giorno, in una casa che avevano comprato in pochi minuti (così mi raccontarono i dipendenti americani) a Seattle, con vista mare, la parte struggente di un’insenatura, il suddetto marito mi portò a vedere la sua Ferrari, in quanto io italiano (si sa, noi tutti le collezioniamo) e mi offrì di farla uscire dal garage per farmi un giro. Nel mio immaginario cinematografico previdi subito che avrei strisciato la preziosa vettura. Parcheggio con difficoltà qualsiasi utilitaria e soffro di una sorta di dislessia da retromarcia. Se avessi provocato anche il più piccolo graffio alla Ferrari sarei dovuto rimanere lì per sempre, sequestrato dall’azienda fino a ripagare i danni. Rifiutai, ovviamente. Io ero “Lucio che non vuole mai niente”, ma era il mio modo, stupido direte, di starmene di lato. Non ho mai scoperto da dove venisse la loro ricchezza, non lo so proprio, ma non avevo mai conosciuto un tale livello. 

A Hong Kong fui invitato in piena notte a casa loro a mangiare frutta esotica. Il padrone di casa trattò le decine di donne di servizio come delle schiave, le svegliò al telefono, cominciò a urlare. Scoprii che erano filippine che dormivano nei garage, quando andava bene, ammassate in stanze di fortuna insalubri e sotto terra. Sbirciai dentro: erano piene di cuscini: I letti non esistevano, per un rango sociale tanto basso.

Intanto Hong Kong si preparava alla Cina, c’erano cantieri da tutte le parti per “rimodernare” quello che per me era già fantascientifico. C’era un’aria strana, tutti, ma proprio tutti, dicevano che non sarebbe successo niente e che Hong Kong avrebbe mantenuto la sua autonomia dalla Cina. Il tono era quello di chi dice “vedrai che non è niente” a una persona consapevole di essere seriamente ammalata. Tutti sapevano che lo sviluppo esponenziale della città sarebbe cambiato. Era una città che produceva circa il 23 per cento del PIL nazionale. Oggi, ne fornisce il due-tre per cento, il cuore della produzione e degli affari è stato spostato a Shanghai. 

Fui invitato cortesemente alla cerimonia di passaggio. Fu un tripudio di fuochi artificiali mai visti, danze, musiche. Il giorno dopo qualcuno cominciò a paventare l’idea che qualcosa, forse, sarebbe cambiato. 

Improvvisamente i proprietari cinesi, prima reaganiani, cominciarono a dirmi che “come dice il loro Presidente, nasciamo tutti uguali e a tutti bisogna dare la stessa possibilità di crescita”. In due giorni erano già convertiti al socialismo. 

In un certo senso, accadeva anche prima, nella logica “social-aziendalista”: nessuno era mai stato licenziato. Se, come fu scritto in un bellissimo articolo pubblicato dalla fondazione Agnelli, appartenevi anima e corpo all’azienda, potevi venire de-mansionato, ma mai mandato via. Ricordo che quando se ne andò un ragazzo molto capace, lo presero come un tradimento. In realtà voleva vivere in Australia, intuendo le possibilità repressive che sarebbero sopravvenute. 

Ho scritto di questi viaggi (ci andai diverse volte all’anno). Non si poteva negare che si venisse ospitati con la massima gentilezza. Ma nella Cina-inglese le categorie di classe erano caste vere e proprie, le differenze sociali immense e le strutture padronali assolutamente indiscutibili. La Hong Kong occidentalizzata non era “giusta”, per come intendiamo noi la giustizia sociale. 

L’esperienza più importante che feci, forse, fu quando mi portarono una domenica al pranzo popolare lungo il mercato del pesce, che si chiamava “Din”. Era, ma i paragoni sono difficili, un nostro dopolavoro ferroviario dove si riunivano tutte le classi sociali e dove molti ricchi pagavano anche per chi non avrebbe potuto permettersi un pranzo di pesce per le famiglie, una lotteria per i giochi dei bambini. Fu la prima volta che mi sembrò di toccare con mano un po’ di realtà. Vi sono, per fortuna, ancora dei viaggi che sfuggono al nostro immaginario. Si viaggia per trovare ciò che si si era immaginato di vedere, lì mi trovai invece in una specie di mensa collettiva, con i capricci dei bimbi, i genitori affettuosi (le madri: i padri non toccavano i figli), ma c’era qualcosa tra tutti quei “non luoghi” che si avvicinava al vero. Il cibo offerto, il senso di festa, una specie di interclassismo caritatevole (la carità c’è dove non ci sono la politica e lo Stato a provvedere agli ultimi). 

Per concludere, Hong Kong, dopo quasi un anno dal passaggio, sembrava una festa in cui tutti avevano lasciato le tavole apparecchiate e molti se n’erano andati. Non era vero che non sarebbe successo nulla. Un amico ha scritto ai proprietari cinesi che cosa stava succedendo con le repressioni. Gli inviarono dei video montati ad arte, dove si vedevano studenti picchiare i professori, per giustificare l’attuale repressione. Peccato che fossero smaccatamente finti. Mi vengono in mente le manifestazioni studentesche, contro i doppi turni, quelli che gridavano contro la “fascistizzazione dello stato”, e Berlinguer, che poi mancò a tutti.

Di più non so raccontarvi, ma sono stati viaggi pieni di conoscenza, ricordi di infanzia, contraddizioni, gentilezze. Se il Potere ora reprime in modo lampante e triste, allora la selezione era completamente su base economica. La classe media si stava formando. Il jeans americano divenne il vero abito socialista usato da tutti. I diritti si sono affievoliti, è ancora insufficiente il welfare in tutta la Cina, però si va avanti. E mi viene in mente una poesia di Franco Fortini, “Ringraziamenti”, che vale ancora per tutti gli ultimi della terra:

Principi potenti cuoi
principi unghie di marmo,
signori di tutti noi,
voi di invisibili armi,
voi che ci avete creati
ciechi e quieti come le merci
sigillate nei mercati,
come i visceri lerci
dei macelli, che vanno
nei vostri splendidi autoclavi,
sazi nei doponatali
vi ringraziano gli schiavi.

Hong Kong quando era ancora Hong Kong ultima modifica: 2021-06-08T20:48:32+02:00 da LUCIO FAVARETTO

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