L’Italia del Mancio e quella di Seid

Fra pochi giorni, l’Italia sarà falsamente unita dalla speranza di vincere gli Europei. Perché nel frattempo il paese si dimentica dei tanti Seid che giocano, vivono, sognano e sperano nelle nostre squadre, nelle nostre scuole calcio, subendo il quotidiano scherno di coloro che apprezzano l'integrazione e la società multiculturale solo quando si alzano le coppe o si vincono le medaglie.
scritto da ROBERTO BERTONI
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In questi giorni sono salite alla ribalta due Italie, assai diversi e purtroppo inconciliabili. La prima è quella bella, spumeggiante, estrosa e tendente al dominio perfetto di Roberto Mancini, capace di superare per 4 a 0 la Repubblica Ceca, nell’ultima amichevole prima dell’inizio degli Europei, e di mettere in mostra un gioco armonioso e corale che non si vedeva dai tempi del primo Lippi. La seconda, tragica, tristissima, è quella di Seid Visin, un ragazzo di vent’anni, una giovane promessa del calcio, che si è tolto la vita perché non sopportava più il disprezzo di cui si sentiva fatto oggetto. La famiglia esclude che c’entrino episodi di razzismo e noi, ovviamente, rispettiamo la loro versione e il loro dolore; fatto sta che qualche anno fa Seid aveva scritto parole inequivocabili:

Dinanzi a questo scenario socio-politico particolare che aleggia in Italia, io, in quanto persona nera, inevitabilmente mi sento chiamato in questione. Io non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo. Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l’inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera.Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro. Dopo questa esperienza dentro di me è cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci e per mezzo dei quali apparivo in pubblico, nella società diverso da quel che sono realmente; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco. Il che, quando stavo con i miei amici, mi portava a fare battute di pessimo gusto sui neri e sugli immigrati, addirittura con un’aria troneggiante affermavo che ero razzista verso i neri, come a voler affermare, come a voler sottolineare che io non ero uno di quelli, che io non ero un immigrato. L’unica cosa di troneggiante però, l’unica cosa comprensibile nel mio modo di fare era la paura. La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati, la paura per il disprezzo che sentivo nella bocca della gente, persino dai miei parenti che invocavano costantemente con malinconia Mussolini e chiamavano “Capitano” Salvini. La delusione nel vedere alcuni amici (non so se posso più definirli tali) che quando mi vedono intonano all’unisono il coro ”Casa Pound”. L’altro giorno, mi raccontava un amico, anch’egli adottato, che un po’ di tempo fa mentre giocava a calcio felice e spensierato con i suoi amici, delle signore si sono avvicinate a lui dicendogli: “Goditi questo tuo tempo, perché tra un po’ verranno a prenderti per riportarti al tuo paese”. Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaporare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente “Vita”.

Se abbiamo riportato per intero le sue riflessioni, è perché non era possibile fare altrimenti. Il suo dolore, la sua infinita sofferenza e tutte le motivazioni che lo hanno indotto a compiere un gesto tanto estremo quanto tremendo costituiscono una sconfitta anche per noi, costretti ad assistere inermi a una progressiva sparizione della dignità umana che nessuna vittoria sportiva potrà mai far passare in secondo piano. Queste due Italie, fra pochi giorni, saranno falsamente unite, apparentemente concentrate in vista dello stesso obiettivo, dello stesso sogno, della stessa speranza: vincere gli Europei cinquantatré anni dopo l’impresa dei ragazzi di Valcareggi, al termine di una fase storica tremenda e dopo anni e anni di crisi nera del nostro movimento calcistico. Ma cosa accadrà il giorno dopo? Riusciremo realmente, in caso di vittoria, a ricordarci dei tanti Seid che giocano, vivono, sognano e sperano nel nostro paese, nelle nostre squadre, nelle nostre scuole calcio, subendo il quotidiano scherno dei farabutti che apprezzano l’integrazione e la società multiculturale solo quando si alzano le coppe o si vincono le medaglie, salvo poi tornare a mostrare il loro vero volto?

Ci apprestiamo a vivere un mese bellissimo, all’insegna della gioia e dello spettacolo, ma le piaghe della nostra società, i nostri punti oscuri, le nostre insicurezze e la violenza carognesca che ormai ci caratterizza non svaniranno certo grazie a un gol di Immobile o a una giocata di Chiesa o di Insigne. Servirà un lavoro culturale di lunga lena, ci vorranno anni e bisogna esserne consapevoli. L’Italia della felicità, della solidarietà e della coesione, l’Italia che trasforma la diversità in un punto di forza, l’Italia generosa e inclusiva di Mancini non è, infatti, l’Italia delle viscere e del sottosuolo, e non sappiamo se possa aiutarci, anche in caso di trionfo, a compiere il miracolo di inclusione che avvenne in Francia nel ’98 con il successo della Nazionale multietnica di Zidane e compagni.

Ricordiamocene nelle prossime settimane, quando la retorica unitaria la farà da padrona e del dramma di Seid se ne ricorderanno in pochi. 

L’Italia del Mancio e quella di Seid ultima modifica: 2021-06-08T17:22:20+02:00 da ROBERTO BERTONI

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