Alboreto, Zanardi e la maledizione del Lausitzring

Sono passati vent'anni dalla morte del pilota italiano nel circuito maledetto. Lo stesso che qualche mese dopo tentò di portare via anche Alex Zanardi.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Lo stesso circuito ad appena cinque mesi di distanza. Una sorte fortunatamente diversa, anche se pure Zanardi, da allora, ha subito traumi e sofferenze indicibili. Vent’anni e siamo qui a ricordare le tragedie del Lausitzring, questo maledetto circuito tedesco che il 25 aprile 2001 inghiottì la vita di Michele Alboreto e il 15 settembre successivo rischiò di portarci via Alex Zanardi.

Michele Alboreto

Vent’anni e avvertiamo ancora il dolore per la perdita di uno dei piloti più gentili del circus, un fuoriclasse al volante e, soprattutto, fuori dall’abitacolo, uno di quelli che non si dava mai arie pur essendo un numero uno, un protagonista d’altri tempi, di una stagione del mondo in cui essere grandi ed essere divi non era ancora la stessa cosa, almeno non del tutto. Vent’anni e ricordiamo ancora in maniera nitida il terribile incidente che è costato le gambe a Zanardi, costretto a subire l’amputazione di entrambi gli arti inferiori eppure ancora in pista, nonostante il non meno inquietante schianto di un anno fa durante una gara di handbike. Vent’anni e ci domandiamo se ne valga davvero la pena, se la nostra adrenalina e quella di chi vive per momenti del genere possano compensare i rischi che ogni pilota corre quando gareggia. Vent’anni e ci diciamo che sì, ne vale comunque la pena perché quegli uomini, come detto, vivono per questo e di questo: di quella tensione nervosa, di quella passione travolgente, di quel continuo corpo a corpo con la morte che rende la sfida sempre più esaltante, di quel sapere che potrebbe essere l’ultima eppure provarci ancora e spingere la vettura e se stessi al limite e, talvolta, anche oltre.

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Per chi non è mai stato pilota, ed è sicuramente il mio caso, è difficile capire cosa provino questi uomini apparentemente d’acciaio quando si calano la visiera sugli occhi e schiacciano il pedale dell’acceleratore allo spegnersi dei semafori. Non capiamo, in base alla nostra logica che non fa una piega, come si possa mettere a repentaglio il bene più prezioso che abbiamo. Per cosa, poi? Per una classifica, per lo spettacolo, per la gioia esaltata del pubblico vociante sugli spalti? L’impressione che mi hanno sempre trasmesso le corse, a due o a quattro ruote che fossero, è che quegli uomini corrano soprattutto per se stessi, per rifiutarsi di scendere a patti con la normalità, di doverne accettare le regole stringenti, di dover prendere atto che esistono dei limiti invalicabili. Se non sei un po’ folle e un po’ convinto che ogni legge possa essere sovvertita, infatti, non ti metti in un abitacolo stretto a sfrecciare a trecento e passa chilometri orari su circuiti in cui ti può accadere di tutto.

Per svolgere un mestiere così duro e stressante, sul piano fisico ed emotivo, bisogna avvertire in sé il senso di una missione. Bisogna essere coscienti che potrebbe non esserci un domani ed essere disposti a spingere comunque il pedale dell’acceleratore. Bisogna saper sognare orizzonti sconosciuti. Bisogna saper volgere lo sguardo davvero oltre l’orizzonte. Bisogna, insomma, essere stoici e in pace con se stessi, proprio come Alboreto e Zanerdi. Vent’anni, un circuito dannato, una vita spezzata e un’altra costretta più volte a reinventarsi e a ricominciare tutto daccapo. Nonostante questo, anche se noi comuni mortali non lo capiremo mai né saremo mai disposti ad accettarlo, quei due fenomeni dal cuore gentile non potevano sottrarsi al loro destino.

Alex Zanardi
Alboreto, Zanardi e la maledizione del Lausitzring ultima modifica: 2021-06-11T15:19:14+02:00 da ROBERTO BERTONI

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