Di secessione in secessione, sino alla verità…

In libreria due romanzi “storici’ diversamente spiazzanti: “Indipendenza” di Javier Cercas (Guanda) e “Alabama” di Alessandro Barbero (Sellerio).
scritto da ROBERTO ELLERO
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Può capitare che certi autori, di cui hai massima considerazione, deludano un po’ le tue aspettative. E preferiresti non scriverne perché, soprattutto a una certa età, segnalare è assai più gratificante che star lì a fare i criticoni. Poi ci ripensi e ti convinci che, scrivendone, forse ti verranno in mente pregi che sulle prime ti erano sfuggiti. Confesso, di recente, un certo spiazzamento per due romanzi: Indipendenza di Javier Cercas (Ugo Guanda Editore, traduzione di Bruno Arpaia) e Alabama di Alessandro Barbero (Sellerio), autori molto distanti e diversi fra loro, accomunati peraltro da una accentuata dimestichezza con i temi della Storia (riferita a uno storico, qui in veste di romanziere, sembra quasi una presa in giro).

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Dello spagnolo Cercas basti ricordare Soldati di Salamina, Anatomia di un istante, L’impostore, tutti caratterizzati dalla problematicità del ricercare la verità nelle pieghe degli eventi (strascichi della guerra civile spagnola, il tentato colpo di stato di Tejero, le vittime dei campi di sterminio nazisti), tra fantasia letteraria e realtà, con un’immersione quasi cronachistica dell’autore nel vissuto di personaggi a modo loro emblematici. Di Barbero è riconosciuta la maestria nel raccontare fatti e personaggi “autentici”, con nitidezza storiografica mai disgiunta da una accattivante affabulazione, persino efficacemente gestuale, attoriale, quando l’oralità prende il posto della pagina scritta (ricordo, dal vivo, una sua mirabile prolusione di qualche anno fa, all’Ateneo Veneto, sulla strana amicizia tra un bailo veneziano e un gran visir ottomano ai tempi di Lepanto). 

Cominciamo da Cercas, spagnolo dell’Estremadura da tempo a Barcellona, uomo di sinistra (per sua esplicita definizione) con spiccata antipatia per il separatismo catalano. Indipendenza (titolo volutamente provocatorio a questo punto, polisemico naturalmente) fa seguito a Terra Alta, dove il poliziotto Melchor Marín, figlio di una prostituta morta ammazzata, giovinezza a delinquere, rifattosi una vita grazie ai Miserabili di Victor Hugo (tanto da chiamare Cosette la propria figlia), veniva a capo di un apparentemente gratuito massacro ai danni degli anziani proprietari delle Gráficas Adell, per poi ritrovarsi addirittura nei panni dell’eroe nazionale quando gli capiterà di sventare uno degli attentati jihadisti succedutisi a Barcellona e dintorni, mesi dopo. È diventato poliziotto grazie ai buoni uffici di un avvocato che potrebbe anche essere suo padre, che non ha mai conosciuto, spinto però dalla volontà di dare un volto all’assassino della madre. Non ci conta quasi più ormai, propenso piuttosto a ritirarsi dalla polizia per fare il bibliotecario a Gandesa, in Terra Alta: il mestiere della moglie Olga, della cui morte conserva il dolore, uccisa nel corso delle indagini sul caso Adell, per un “avvertimento” sfuggito di mano.

Nel nuovo romanzo Melchor Marín è ancora poliziotto in Terra Alta ma in procinto di tornare provvisoriamente a Barcellona per dare una mano ai colleghi di un tempo, alle prese con uno strano ricatto a sfondo sessuale ai danni della sindaca. Che non è Ada Colau (di lei soltanto una citazione al passato) ma una disinvolta carrierista passata con spregiudicatezza dai temi umanitari accarezzati in gioventù alla gestione del potere, compreso anche un aperto disprezzo per gli immigrati. E con lei, a cominciare dall’ex marito, i rampolli ormai adulti delle migliori famiglie catalane, quella borghesia sempre e comunque al comando, agitando magari le acque della secessione pur di restare al proprio posto. Indovinate un po’ dove sta l’inganno? Indagine laboriosa, che porterà Melchor a scoprire ben più di quel che, per l’occasione, va cercando.

Un po’ di prevedibilità c’è, con proiezioni distopiche (la sindaca e il suo entourage) dettate forse più da preconcetto che da realtà fattuali. Ma non siamo del posto e non sappiamo esattamente chi lo scrittore abbia in mente. E poi quel lezioso richiamo autoreferenziale: Melchor, rimandato a Gandesa per sfuggire a possibili vendette islamiste, rigorosamente lontano dalle telecamere, sa che sulle sue vicende qualcuno ha scritto un libro, che lui si è sempre rifiutato di leggere: un tale di nome Cercas, Javier Cercas, che ha intitolato quel libro proprio Terra Alta… Pazienza, valgono pur sempre – si dirà – la progressione narrativa intorno allo strano ricatto, la rinnovata abilità di racconto, l’imbarazzo epperò la necessità di fare i conti con il proprio passato, il romanzesco di genere che leggi pur sempre volentieri avvertendo però, come a scuola con certi alunni, che l’autore potrebbe dare di più. Del resto, Cercas ha già dato parecchio di più in passato, solo che ora la resa a certa serialità (di moda) rischia di travolgerne l’originalità.

Dove ti aspetteresti qualche dose aggiuntiva di romanzesco, devi invece fare i conti con un estenuante referto documentale: Alabama di Alessandro Barbero racconta la lunga “intervista” di una giovane ricercatrice all’ultimo testimone di una strage perpetrata da soldataglia confederata ai danni di un gruppo di colore, “negri” secondo la terminologia allora e anche tempo dopo in voga, ai margini della guerra di Secessione. Roba rimasta sepolta da una vita, parecchi decenni prima, perché se al presente si parla della paura dei giapponesi, e dunque Pearl Harbor, primi anni Quaranta del Novecento, la strage in questione risale ai Sessanta di un secolo prima. E il testimone, prodigo di ricordi, fatica non poco per venire al punto, il suo coinvolgimento diretto in quei fatti, divagando che è un piacere, almeno per lui, su com’era bello, al Sud, prima che tutto cominciasse e arrivassero gli unionisti del Nord a guastare la festa. 

E tu, lettore, lì ad aspettare che la “confessione” arrivi, così esausto che quando arriva finisci per non coglierne in pieno la brutale disumanità. Forse, una volta di più, la “banalità del male”. Che non passa mai. E a pensarci bene, la conferma che certo razzismo, quasi istintivo e poi incontrollato, la mentalità gretta del paesello e il suo familismo, la tendenza a sottovalutare atti e comportamenti malsani soltanto perché appartengono al tuo modo di vedere le cose, alla “cultura” in cui sei cresciuto, travalicano i secoli per giungere indisturbati ai giorni nostri. D’attualità, dunque.

Di Barbero, in questi giorni, sto leggendo anche Dante (Editori Laterza), biografia documentatissima, non priva di qualche ironia, assai più “romanzesca” di Alabama nel narrarci il vissuto piuttosto agitato, persino avventuroso e contraddittorio quando non avvolto da misteriose lacune, non sempre irreprensibile del Sommo Vate. Pare che la Storia e le storie giochino a nascondino.

Ora che ne abbiamo scritto abbiamo cambiato idea? Forse, anche se certe riserve rimangono. Piuttosto, i valori intrinseci. Alabama punta alla fonte documentaria, una lunga intervista che diventa racconto di un’epoca, di un ambiente, di una mentalità prima ancora che ricostruzione di un piccolo “fatto storico”. Tutto inventato (romanzo, appunto) ma “vero” perché propedeutico a una possibile più ampia narrazione epocale. Indipendenza, che punta a regolare conti narrativi rimasti in sospeso, secondo le consuete dinamiche di genere, lascia intravedere un paesaggio “politico” per più versi inatteso, un’ingordigia sociale che travalica ogni altro ideale o soltanto proposito di cambiamento. E allora il dubbio che anche il voler cambiare tutto vada letto all’incontrario. E, curiosamente, sullo sfondo, nell’uno e nell’altro libro di mezzo c’è una “secessione”, il chiamarsi fuori, alterità insopprimibili o raccontate come tali. Convergenze casuali, certo, ma significative: ecco perché, alla fine, della “delusione” te ne fai tranquillamente una ragione. Contento di averli letti.

Immagine d’apertura: Paolo D’Orazio (ringraziamo il Maestro per averci gentilmente concesso i diritti di pubblicazione)

Di secessione in secessione, sino alla verità… ultima modifica: 2021-06-15T17:49:51+02:00 da ROBERTO ELLERO

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