“L’arte in Istria” di Francesco Semi

Un’iniziativa editoriale d’indubbio interesse, la riproposizione integrale anastatica di un libro, del 1937, scritto da un illustre veneziano, allora giovanissimo, sull’arte nella sua terra d’origine, a partire dalle principali fasi delle origini, che sono quella romana, bizantina e veneziana.
GIOVANNI LEONE
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L’arte in Istria di Francesco Semi (1910-2000) è un’iniziativa editoriale d’indubbio interesse. Non si tratta solo della ristampa del testo originale che nel 1937 colmava una pagina bianca della storia dell’arte, ma della sua riproposizione integrale (anastatica) e integrata (premettendo una serie di rigorosi contributi scientifici sul piano della documentazione delle fonti d’archivio). 

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Le vicende storiche modificano le mappe della geografia politica ma non di quella fisica, fatta di colline e montagne e pianure solcate da fiumi o che fronteggiano il mare. Italiani, austriaci e croati incidono in vario modo nella storia culturale e sociale dell’Istria depositando tracce e influenze complementari, che si sedimentano nel luogo e si metabolizzano nelle popolazioni. È inutile e sbagliata la pretesa degli ultimi arrivati di cancellare le tracce di chi li ha preceduti, come tuttora spesso accade. Francesco Semi precorre i tempi andando oltre i confini politici nazionali imposti a popolazioni di territori contigui e in continuità che, indipendentemente dalla varietà delle civiltà che vi si sono alternate, hanno molto in comune. Oggi i tempi sono maturi grazie anche all’acquisita dimensione europea.

Lo studio della storia e della cultura dei luoghi non può essere condizionato e al contrario dovrebbe essere rafforzato dalla propria capacità di travalicare le frontiere nazionali, tanto più in aree di confine come quella in esame, dove girare la carta e guardare da prospettive diverse è un’occasione per acquisire sguardi non in competizione tra loro ma convergenti nella costruzione della restituzione di una visione plurale. Nel caso dell’Istria non si può prescindere dalle radici storiche, ce lo insegna Francesco Semi che articola il libro a partire dalle principali fasi delle origini, che sono quella romana, bizantina e veneziana. 

È significativo che il testo sia un numero speciale dei Quaderni del segretariato generale del ministero per i Beni e le attività culturali e per il Turismo del Friuli-Venezia Giulia, realizzato insieme alla Soprintendenza archeologia Belle arti e paesaggio del Friuli-Venezia Giulia e alla direzione generale Musei del Friuli-Venezia Giulia, in collaborazione con Ateneo Veneto, l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata, la Società Minerva e la Società Istriana di archeologia e storia patria. La pluralità dei soggetti coinvolti testimonia come l’elaborazione di sapere scorra in forme e modi diversi a formare un bacino idrografico che tracima dall’alveo accademico o nazionale: la ricerca non può che essere convergenza e formazione di un coro di voci, anche quando queste risultino dissonanti, anzi a maggior ragione in quel caso, ed è per questo auspicabile la formazione di linee di ricerca che coinvolgano studiosi e istituzioni croato-istriane.

Quando scrive il libro, Francesco Semi è un giovane che si sta liberando del bozzolo di crisalide (studente) per farsi farfalla (studioso). Come si legge nelle note biografiche, studia a Padova Lettere e si laurea in storia dell’arte nel 1932, ma già nel periodo scolastico

dotato di curiosità verso il territorio, il giovane si unì, durante i periodi estivi liberi da impegni scolastici, a compagnie teatrali ambulanti con il compito di “suggeritore”. È stata questa esperienza a fargli scoprire l’arte istriana. In giro per il paese la compagnia si fermava in piccole cittadine permettendo a Francesco, nel tempo libero, di accedere a chiese e conventi e scoprire le meraviglie nascoste da secoli in quei luoghi (dal testo di Dorit Raines a pag. XX).

Prima ancora di laurearsi, pubblica nel 1930 una guida storico artistica di Capodistria, ma la passione per l’Istria lo accompagna anche dopo che diventa professore di ruolo di letteratura italiana e latina al liceo Benedetti di Venezia: la sua produzione prosegue ininterrotta per l’intero arco della sua vita e oltre, come dimostra la pubblicazione postuma dell’ultimo contributo nel 2003 (si veda la bibliografia curata da Rossella Scopas Sommer alle pagg. XXV-XXIX). 

Mosaico dell’abside della basilica eufrasiana di Parenzo (553 a.D.)

La lettura del libro palesa che non di studio accademico si tratta ma del frutto di esperienza vissuta, si percepisce in modo evidente che il suo è un modo di ri-cor-dare, ridare indietro al cuore facendo presente un’emozione vissuta in precedenza. Il ricordo individuale è un contributo offerto alla costruzione di memoria collettiva. Per questa ragione l’aggettivo che viene in mente leggendo questo libro è: accorato (da accorare che è colpire al cuore). È un libro scritto col cuore che arriva diritto al cuore: da cuore a cuore. Generalmente si usa questo termine come espressione di un sentimento di dolore subìto, tuttavia all’accezione negativa se ne può accostare legittimamente una variante in positivo, com’è questo il caso. L’autore è certamente afflitto dalla poca attenzione prestata a un patrimonio trans-curato e non valorizzato come meriterebbe, ma la vena di tristezza non si fa disperazione. È, al contrario, denuncia e appello al riconoscimento del valore dell’arte in Istria, che è appunto Arte e Istriana, un binomio inscindibile che non è solo valore intrinseco di una singola opera estrapolata e a sé stante, ma valore dell’opera radicata in un luogo, contenuta in un’architettura, espressione della sua storia che non è solo d’arte e architettura, ma Storia tout-court, che è la materia in cui si tuffa Francesco Semi. 

Questo libro rende palese come il legame che lega testo e con-testo sia imprescindibile: un dipinto può essere venduto o scambiato ma ogni volta che viene spostato si modifica la percezione che di esso si ha, insieme alla percezione che si aveva dello spazio che lo ospitava. In tutti i casi l’architettura e le opere d’arte in essa ospitate compongono un’unità e quando una sua componente viene sradicata viene ridotta a decorazione, espressione con la quale non s’intende sminuire il grande valore intrinseco di un dipinto o una scultura, che può essere anche una pietra miliare della storia dell’arte. La decorazione è componente di carattere superficiale, elemento di abbellimento giustapposto ma non integrato all’organismo architettonico, com’è invece l’ornamento. Può essere rimossa o sostituita senza provocare danni, di contro la sottrazione dell’ornamento costituisce una mutilazione nel corpo dell’opera. Un esempio evidente è il caso di un capitello o una colonna, sottratte all’impaginato architettonico di cui facevano parte, che diventano “semplici” pietre lavorate, sintagmi sottratti al contesto linguistico quando vengono esposti in un museo. 

Giovan Battista Tiepolo, Madonna della cintola e santi (1730), olio su tela, Trieste, Galleria Nazionale d’Arte Antica, proveniente dalla chiesa della Madonna della consolazione di Pirano

Questo non vale solo per modanature architettoniche. Anche scultura e pittura possono essere una modulazione architettonica del corpo dell’opera quando stanno nel luogo per il quale l’autore le ha concepite, in una determinata posizione e con una data luce, come sappiamo bene a Venezia. Esempio vivo di questa integrazione sono le tante chiese veneziane, o palazzi come Ca’ Rezzonico. Caso eclatante è la Scuola di San Rocco con le grandi tele del Tintoretto, ma anche la stessa sede dell’Ateneo Veneto di Scienza Lettere e Arti in campo San Fantin. Conservare e mantenere il dipinto nella sua collocazione originaria valorizza il dipinto e qualifica il luogo che lo ospita. 

Ben oltre le pubblicazioni va l’impegno di quest’uomo devoto alla cultura umanistica. Durante il periodo dell’insegnamento è autore prolifico di studi linguistici latini e pubblicista del Gazzettino (peccato non avere raccolto nel testo un regesto dei suoi articoli). Dopo la pensione torna a impegnarsi per la sua terra. Gli fa onore la battaglia condotta per la salvaguardia del patrimonio artistico istriano e la restituzione ai luoghi e specialmente alle comunità a cui appartengono, non politiche ma civiche e sociali radicate nelle località da cui le opere sono state sottratte e a cui è giusto tornino. Se la spoliazione delle rovine romane consente di dare nuova vita a colonne, capitelli e pietre inseriti in nuovi monumenti (com’è il caso delle colonne della basilica della Salute a Venezia, provenienti dalla basilica di Santa Felicita a Pola), trafugare opere solo per impossessarsene è semplicemente furto, appropriazione indebita, e se la ragione addotta è quella si tutelarle e metterle in salvo a pericolo scampato si devono restituire.

Vittore Carpaccio, Ingresso solenne del Podestà Contarini a Capodistria (1517) olio su tela, Museo regionale di Capodistria 

Questo impegno ha rilevanza etica e morale, tanto più ammirevole considerando che viene da chi si è prima allontanato e poi non ha più potuto fare ritorno alla sua terra per il mutare delle circostanze. Semi dimostra di non essere profugo ma un istriano che vive a Venezia che non è “estero”, paese straniero, perché di Venezia l’Istria è intrisa. Gli risulta insopportabile sapere che le opere sottratte grazie alla legge Bottai del 1940 sono abbandonate giacenti in chissà quali magazzini e depositi, e avvia una ricerca frenetica per rintracciare queste opere che verranno esposte a Trieste solo in una mostra al Museo Revoltella nel 2005. È emozionante leggere la ricostruzione di questa vicenda avvincente, che coinvolge la figlia Franca, Bruno Zevi, Giovanni Spadolini. 

Questo libro è un invito a riprendere un cammino di studio e ricerca che non ha avuto da allora gli sviluppi che avrebbe meritato. Raccogliamo l’invito e incamminiamoci, dando impulso allo studio e, perché no, chiedendo la ricollocazione delle opere nei luoghi d’origine, riconoscendo così che l’appartenenza non è possesso, ma esser parte. 

“L’arte in Istria” di Francesco Semi ultima modifica: 2021-06-16T12:20:35+02:00 da GIOVANNI LEONE
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