Giampiero Boniperti, il presidente che rifondò la Juve

Se ne va a novantadue anni, come sempre con un tempismo perfetto. Esce di scena alla sua maniera: senza schiamazzi, sobrio e austero come ha sempre vissuto, un soldato del contado piemontese che iniziava le giornate la mattina presto e staccava la sera, non prima di aver svolto a pieno il suo dovere.
scritto da ROBERTO BERTONI
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La gloriosa Juventus è nata tre volte: la prima nel lontano novembre del 1897, su una panchina di Corso Re Umberto a Torino; la seconda nel 1923, quando la famiglia Agnelli ne assunse la presidenza; la terza nel 1971, quando Giampiero Boniperti, già capitano e bandiera bianconera, ne divenne il presidente. Non è un caso che il primo evento sia avvenuto in autunno, quando nel capoluogo sabaudo è già praticamente inverno, mentre le successive rivoluzioni portino tutte il marchio indelebile dell’estate, stagione calda, vivace e ricca di colori e meraviglia. 24 luglio 1923: Edoardo Agnelli si insedia alla presidenza della Juve. 22 luglio 1947: ne diviene presidente Gianni Agnelli, appena ventiseienne. Estate del ’57, lo stesso anno in cui il 4 luglio, ossia il giorno in cui nel ’28 era venuto al mondo il Sire di Barengo, esce dalla catena di montaggio la mitica Cinquecento e a Torino, per festeggiare, sbarcano due alfieri destinati alla leggenda: il gallese John Charles e l’argentino Omar Sivori, passione carnale dell’Avvocato, al pari di Platini.

Omar Sivori, John Charles, Giampiero Boniperti

Poi c’è l’estate del ’71, quando il 13 luglio sale al timone Boniperti, chiamato a restituire a Madama la centralità che la rutilante Milano degli anni Sessanta le aveva strappato. E fu subito scudetto, il primo dei nove conquistati in diciannove anni da presidente, oltre a tutte le coppe, all’acquisto una miriade di campioni e a un’egemonia sportiva che ebbe nelle NazioJuve di Bearzot la propria consacrazione e nello stile inimitabile di Zoff e Scirea i propri simboli. Qualcuno sostiene che Boniperti fosse cinico, assatanato di vittorie e pronto a tutto pur di conseguire i propri obiettivi ma non è così. La verità è che aveva i colori bianconeri tatuati nell’anima e non sopportava di vederli secondi, ma senza mai derogare alle regole, alla sportività, al massimo rispetto nei confronti degli avversari. Aveva conosciuto da vicino il Grande Torino e ne aveva pianto la scomparsa a Superga, era stato il mito della generazione che ricostruì il paese negli anni Cinquanta e aveva saputo fare un passo indietro per agevolare la definitiva esplosione dei gioielli arrivati nell’estate del ’57.

A trentadue anni, dopo aver battuto la primavera dell’Inter, polemicamente schierata dai nerazzurri per la mancata concessione di una vittoria a tavolino a causa di una sorta di invasione di campo dei sostenitori bianconeri, due mesi primi al Comunale, Boniperti consegnò gli scarpini al magazziniere Crova e disse basta. Dieci anni dopo sarebbe tornato, al termine di un decennio gramo per la Vecchia Signora, e avrebbe impresso il proprio marchio di fabbrica al club che è stato la sua vita. Settantacinque anni d’amore infinito, innumerevoli battaglie, altrettante vittorie, il dolore per la coppa insanguinata dell’Heysel, la sofferenza per la retrocessione forzata in Serie B e la gioia per la rinascita, con tanto di inaugurazione dello Stadium e ripetizione del motto che lo ha reso celebre in tutto il mondo: “Alla Juve vincere non è importante. È l’unica cosa che conta”.

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Giampiero Boniperti se ne va a novantadue anni, come sempre con un tempismo perfetto. Esce di scena alla sua maniera: senza schiamazzi, sobrio e austero come ha sempre vissuto, un soldato del contado piemontese che iniziava le giornate la mattina presto e staccava la sera, non prima di aver svolto a pieno il suo dovere. Dire Boniperti e dire Juve sarà sempre la stessa cosa, forse ancor più che dire Agnelli. La partita ora è terminata e con essa un’intera stagione della nostra vita.

Giampiero Boniperti, il presidente che rifondò la Juve ultima modifica: 2021-06-18T16:25:36+02:00 da ROBERTO BERTONI

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