Il “foresto veneziano“

Neal E. Robbins: “Venezia, un’odissea. Speranza, rabbia e il futuro della città“. 3 mappe, 21 immagini della città che aveva conosciuto e amato e le testimonianze di oltre 150 cittadini. Cronache vicine e lontane dei cinquant’anni che hanno stravolto la città: un lungo tunnel, alla fine del quale potrebbe intravedersi una luce.
MARIO SANTI
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Già da un po’ Venezia poteva vedere in Neal E. Robbins qualcosa di più di uno dei suoi tanti “amici foresti”. Alla città che aveva conosciuto e amato aveva offerto il 10 dicembre 2019 un lucido pezzo sul suo giornale – The Guardiancapace di offrire ai lettori anglosassoni una drammatica valutazione dei problemi di Venezia. Vi si leggeva che l’aqua granda 2.0 del 12 novembre 2019 era stato un colpo terribile inferto a un organismo già messo in ginocchio dalle vicende del Mose, delle grandi navi e dalla devastazione dell’overtourism. 

Ora Neal dedica alla città un’opera ben più articolata a complessa, con il suo Venezia, un’odissea. Speranza, rabbia e il futuro della città (La Toletta). Un’opera (saggistica lui la definisce; in realtà è un avvincente intreccio tra diario e riflessione, tra romanzo di formazione e di bilancio) che fotografa e spiega i cinquant’anni durante i quali Venezia rischia – per la prima volta – di dismettere non tanto il suo abito fisico – case, chiese, palazzi e monumenti – ma il suo “essere città”. Cioè comunità viva di abitanti.

Sono i cinquant’anni che separano i due punti di crisi della “Venezia contemporanea”, quella che alcuni considerano arrivata alla fine della sua storia: il 1966 delle prima aqua granda e il 2018-2020 del combinato disposto tra aqua granda 2.0 e pandemia. Un periodo che si sovrappone quasi perfettamente a quello del rapporto dell’autore con la città. Tra la “prima venuta” a Venezia del Neal diciassettenne nel 1971, il suo (evidentemente mai sopito) interessarsi alla città, e il suo ritorno nel 2018 per capire come era cambiata, attraverso le parole di chi aveva vissuto le sue vicende in questi anni. 

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Neal Robbins passò, tra il 1971 e il 1972, un anno a Venezia, ospite di una famiglia (papà, mamma e tre figli, che a distanza di quasi cinquant’anni considera ancora come i propri genitori e i propri fratelli). Protagonista di uno dei progetti pionieri di scambio interculturale che oggi con molta più grande facilità portano i giovani da un capo all’altro del mondo. A quell’età ebbe modo di immedesimarsi nel mondo della Venezia di allora, tra uscite con gli amici della sorella veneziana e giri in barca in Laguna, e frequentando il liceo Marco Polo, inserito in una classe (la II B) dove c’ero anch’io. 

Immagine che contiene edificio, esterni

Descrizione generata automaticamente
Il Liceo Marco Polo, dove cinquant’anni fa c’incontrammo

Non ci incontrammo più di tanto, allora. Io avevo la testa nella politica – cominciare a cambiare la scuola per arrivare a cambiare il mondo. In più, uscito dalla scuola Reyer, ero matto per la pallacanestro. Quando seppi che un “americano” sarebbe stato un anno con noi pensai che finalmente nei tornei della scuola avrebbe potuto dire la sua anche la II B, una classe con pochi maschi (e per di più attratti dal calcio). Ma Neal non giocava a basket e non s’inserì (o non sapemmo inserirlo?) nel Collettivo Politico Unitario. A quell’età sei troppo preso dalle cose che sei convinto ti “interessino veramente” per ammettere altro… Quindi non sviluppai mai con lui un rapporto che andasse al di là degli scambi in classe.

Nei successivi cinquant’anni io, la sua famiglia veneziana, i suoi compagni dl classe e i suoi amici veneziani abbiamo tutti fatto la nostra vita, e Neal la sua, nella quale ha sviluppato quella curiosità del mondo e quelle capacità di entrare nelle situazioni, e descriverle cercando di coglierne sguardo e sensibilità, che forse avevano contribuito a portato qui. 

Dopo, gli studi universitari, decenni di giornalismo, partititi con uno stage del 1979 a Hong Kong, per poi andare a lavorare in agenzie di stampa in India e a Washington DC e cominciare a insegnare giornalismo in Taiwan e a Chicago. E dopo vent’anni di spostamenti in giro per il mondo, la sistemazione come corrispondente estero a Londra e l’accasarsi a Cambridge, dove sua moglie lavora. Quindi due decenni di vita familiare, durante i quali si è dedicato ad attività più ordinarie nel campo dell’editoria digitale. 

Ma Neal era diventato veneziano per i motivi che ricorda Giorgio Crovato nella prefazione:

Non importa dove sei nato, non importa a quale cultura appartieni: se una persona capisce questa città è veneziano. È un modo di essere, è un modo di esistere, è un modo di percepire i benefici che una città costruita sull’acqua, che vive sull’acqua e che sull’acqua ha creato la propria fortuna e il proprio mito ha offerto, offre e offrirà a chi ci abita o a chi la frequenta apprezzandola

E, come lui dice, il suo primo incontro con Venezia da diciassettenne aveva lasciato in lui “degli interrogativi rimasti irrisolti”, malgrado avesse avuto modo di visitarla nuovamente e brevemente, da turista. 

Gli era cioè rimasta una voglia di comprenderla a fondo. Il momento di farlo è arrivato quando, per usare le sue parole,

mi sono reso conto che i miei figli erano cresciuti e che la pubblicazione per l’editoria digitale su cui lavoravo intensamente da tempo era finita. Ero, così, libero di tornare a vedere come era cambiata la città dopo tutto questo tempo. E così ho fatto.

Chiedersi con gli amici cosa è cambiato e perché.
Un prezioso lavoro di inchiesta sul “fatal cinquantennio”

Ed eccolo allora, “tornare” e mettersi a fare domande, indagare, e scrivere. E farlo rimettendosi in gioco, perché l’idea era quella di tornare non solo nella città ma dalle persone. Quelle stesse persone che aveva conosciuto diciassettenne e altre di nuove, per vedere con i loro occhi e attraverso la loro esperienza vissuta cosa era cambiato a Venezia in questi cinquant’anni.

I cinquant’anni che separano tra loro le due “grandi crisi”: quella che seguì all’”aqua granda” del 1966 e quella del sommarsi di aqua granda 2.0 del 2019 e pandemia del 2020. Che sono anche due momenti che hanno il primo innescato e il secondo azzerato quello sviluppo distorto che egli aveva saputo cogliere con il suo articolo per il Guardian del 2018.

Vetrina con maschere di Venezia

Ed è proprio questo carattere vivo, per così dire “di inchiesta a distanza di tempo”, che qualifica il contributo di Neal E. Robbins al filone di analisi ed elaborazioni che s’interrogano sul futuro della città. Un contributo innovativo, che mette insieme (con la capacità espositiva del giornalista e l’estro del narratore) gli occhi del “foresto” e il cuore del “veneziano”. 

Forse non è a caso se il libro esce per le edizioni La Toletta, che nel 2020 avevano fatto uscire due libri importanti (a cura di Giovanni Benzoni e Salvatora Scaglione il primo, del solo Benzoni il secondo): Sotto il segno del Mose – Venezia 1966-2020, lucida disamina che spiega come e perché il corrotto Consorzio Venezia abbia così a lungo potuto essere dominus assoluto della città, e Dal Caranto della Laguna, che ha raccolto le risposte di 88 tra “veneziane e veneziani” all’interrogativo “se e come sia ancora possibile la rinascita di questa città”.

Questo libro ha però un elemento in più: la vivacità delle opinioni non si ferma alla (comprensibile) lamentela per quello che non va o a rinfacciare alla politica di non fare quello che dovrebbe (atteggiamenti, questi, molto veneziani – e anche molto italiani…). Perché l’autore sa incanalare quella che è una piacevole e informata narrazione per farle assumere anche il carattere e la forma di una vera e propria lucida inchiesta, che coinvolge 150 persone. E lo fa snodando il filo del racconto in 28 tappe e un finale che “ripercorre le orme del passato”.

Questo è possibile innanzitutto perché ha conservato e coltivato, dalla sua “prima visita”, dei buoni amici che soddisfano le sue curiosità con le loro risposte dirette o gli forniscono la possibilità di allargare la sua rete. 

Se ne esce un quadro di grande interesse della “cronaca della trasformazione di Venezia e del suo sistema (di acqua e di terra)” in questo fatale cinquantennio, è perché Neal ha la capacità di sapere quali domande fare e a chi farle. Sempre unificando e tenendo in mano il filo narrativo, che è quello del suo sguardo e della sua riflessione, maturata attraverso la sua rete di relazione e di scambio. Scambio che passa per incontri stradali, nelle case, in luoghi simbolici dal punto di vista storico e ambientale; per vogate ed escursioni in barca; per un numero infinito di caffè o spritz presi insieme, o di cene.

Venezia: Rio de la Misericordia
Perché si parla di una Venezia che per capirla va vissuta, va esplorata… e va goduta.

Consigli per la lettura. Godere le parti e cogliere l’insieme

Il lettore potrà tenere il libro sul comodino (o in borsa?) e leggere di volta in volta un “episodio”, facendosi incuriosire da “Titolo e sottotitolo” di ogni capitolo. E se non basta per capire appieno quello che vi si troverà, può sempre andare un po’ più oltre nella lettura. Oppure si potrà leggere il libro in sequenza, dall’inizio alla fine. In entrambi i casi alla fine gli verrà chiara la connessione delle “parti” e come siano ognuna la tessera necessaria a comporre un unico mosaico.

Le chiavi di lettura potrebbero essere molteplici, dalle parti maturate sull’acqua a quelle di terra, dai capitoli storico artistici e sull’umanesimo veneziano a quelli sui problemi dell’oggi e sulle necessarie e difficili soluzioni (molte in gran parte aperte), dai capitoli nati dagli incontri con amici e compagni di classe di allora a quelli con personaggi del mondo della cultura e della politica…

Quale che sia la chiave di lettura che sceglierete (o ricostruirete a posteriori) sono certo troverete questo volume di grande interesse. Sia che siate veneziani e/o conoscitori della città e vi troviate – com’è successo anche a me per alcuni luoghi e situazioni – a scoprire aspetti nuovi o da leggere con occhi diversi, sia che vi avviciniate per la prima volta alla città, o che la conosciate solo da lontano e/o vogliate sperimentarvi in una visita – almeno per ora – solo virtuale. In questo caso sarete portati in modo semplice e complice nella sua storia, nella sua bellezza, nella sua arte e nella sua cultura. Ma anche tra i suoi problemi, intesi non come quelli che leggete sulla stampa o vedete in televisione, ma come quelli che vivono e con i quali si trovano a fare i conti i suoi abitanti.

E questa è la prova che l’autore è un “foresto” divenuto ormai veneziano… 

Ulisse in navigazione verso Itaca, Illustrazione di Marco Cazzato (dal Corriere della Sera)

Il “ritorno a casa” di Ulisse. È ancora possibile scacciare i proci da Venezia?

In questo senso credo qualcuno abbia parlato di un ”Ulisse veneziano”: perché pensava a un viaggiatore curioso, che sente il bisogno di “andare” e quello, forte, di “tornare”.

Nel suo percorso, territoriale e intellettuale, Neal Robbins è partito giovanissimo da Chicago, per “decollare” da Venezia, tornare a concludere gli studi negli States, vivere a lungo l’estremo oriente asiatico, stabilirsi e accasarsi in Inghilterra. E, alla fine, ha sentito di voler tornare a fare i conti con la città che l’aveva “lanciato” e che lui non aveva dimenticato.

Una versione moderna – cambiati tempi e mezzi di trasporto, sostituiti gli arerei intercontinentali alle galee che scorrazzavano nel Mediterraneo e si spingevano anche oltre – del viaggiatore veneziano dei tempi d’oro della repubblica… Che ha forse sempre pensato a un “ritorno” e lo ha un po’ alla volta costruito, anche grazie all’aiuto dei “compagni” di navigazione. 

In questo caso, veneziane e veneziani che lo hanno accompagnato: tra bacari e caffè, passeggiate e cene, vogate e camminate. Rispondendo alle sue domande e ponendogli nuovi stimoli.

Venezia - Vogue.it

Insomma: Venezia: un’Odissea ci dice che Ulisse è tornato.

Ora resta da vedere se riuscirà a “liberare Venezia dai proci”. Dipende da noi veneziani; se vorremo e sapremo aiutarlo…

Neal Robbins non usa arco e frecce ma ci offre un’“inchiesta” sul cinquantennio del degrado di Venezia come città. Un periodo che, complice il cambiamento climatico, l’ha esposta al rischio di essere sommersa. Non solo e non tanto dalla crescita del livello del mare ma dalla monocultura di un turismo che tutto ingloba (e tutto trascina con sè nella sua rovina).

Fino a prima del 12 novembre 2019 Venezia – città del teatro – metteva in scena la cattiva commedia della rappresentazione del suo magnifico guscio formale, con gli abitanti – una volta protagonisti – sempre più destinati al ruolo di comparse. Era uno spettacolo “estrattivista” che lucrava su valori sempre più legati alla rendita speculativa. Con una regia spesso esterna e qualche protagonista locale: da quelli direttamente legati alla rendita speculativa a quelli insediati nel governo della città e della Regione.

Poi è venuto il “biennio orribile 2019-2020”, che partendo dall’aqua granda 2.0 e passando per la pandemia perdura tuttora e ha stravolto il turismo a Venezia e nel mondo.

Ho già detto la mia non sull’opportunità, ma sulla assoluta necessità di capire la lezione e passare dalla monocultura al turismo compatibile e a un’economia plurale.

In questo percorso, questo prezioso compendio di storia, cultura e avventure veneziane va letto. Perché è scritto bene e perché può aiutare Venezia a vivere.

Spero possa avere una grande diffusione all’estero. Nel mondo anglosassone, dal momento che uscirà in inglese – oltre che in Italiano – e che l’autore è una accreditata firma del Guardian. Ma spero poi possa essere tradotto e diffuso in altre famiglie linguistiche, perché spiega autorevolmente al mondo (non più con le “solite proteste” dei veneziani – che risultano sempre o troppo mercanti o troppo ambientalisti, a seconda di chi se ne lamenti) che oggi Venezia ha tanto più bisogno di un’attenzione e – forse – di risorse internazionali.

Venezia: Mercatino della frutta a San Leonardo

Non più però solo per la salvaguardia dei monumenti, ma anche, ormai, per la sopravvivenza della città, in quanto corpo sociale. Che va tenuta all’asciutto, affrontando gli enormi problemi del Mose, previsti e puntualmente emersi, dalla corrosione delle giunture alla risonanza. E lavorando al riequilibrio della Laguna.

Ma Venezia ha anche bisogno di sviluppare al suo interno un lavoro che vada oltre il turismo, per puntare sulle sue vocazioni, legate a cultura, ambiente e ricerca, oltre che ad artigianato di servizio e commercio di vicinato.

Devono essere fatte tornare sul mercato della residenza le case oggi impropriamente riservate si turisti.

Perché salvare i veneziani rimasti e soprattutto rinnovarli con nuove entrate giovani sia – come è stato tante volte nella storia – il modo per rinnovare la linfa vitale della città.

Immagine d’apertura: John Singer Sargent, San Giuseppe di Castello, 1903

Venezia, un’odissea. Speranza, rabbia e il futuro della città
sarà in vendita, a partire dal 28 giugno,
presso la libreria La Toletta Dorsoduro, 1214, 30123 Venezia.
[Per informazioni 041 52 32 034 o info@libreriatoletta.it]
Successivamente sarà anche disponibile sulle principali piattaforme librarie online

Il “foresto veneziano“ ultima modifica: 2021-06-19T19:06:43+02:00 da MARIO SANTI
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