La Toccata in do maggiore di Schumann e la rivoluzione del pianoforte

Si tratta di una sorta di “sonata lunga” (oltre sette minuti) che sfida ogni limite posto dagli “impianti armonici” e dai canoni melodici del tempo, una ossessiva ripetizione virtuosistica di accordi tecnicamente molto ardui, una sfida allo stesso strumento in una rincorsa verso il limite della musica.
scritto da MARIO GAZZERI
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Da quando, verso la fine del Settecento, il pianoforte subentrò al violino spodestandolo dal trono di strumento sovrano dell’orchestra, la musica europea dismise gli abiti barocchi per inaugurare un’epoca di grandiose rivoluzioni sia nel modulo del “contenitore” (sinfonia, concerto, musica da camera o per piano solo) sia nelle forme espressive musicali in esso contenute. La percezione stessa della musica si sviluppò in maniera non univoca ma le resistenze alla sua evoluzione nel giro di pochi decenni furono superate. Wolfgang Amadeus Mozart, che viene considerato l’anello che unisce due epoche musicali, conobbe un successo alternato a lunghi periodi di indifferenza in una Vienna che gli preferiva Scarlatti e soprattutto il contemporaneo Domenico Cimarosa, una Vienna ancora infatuata dell’opera buffa italiana (non parliamo ancora di melodramma) e in particolare napoletana.

Furono le opere liriche ad assicurare a Mozart grande notorietà, dal Don Giovanni a Le nozze di Figaro (considerate “italiane”) al Flauto magico (di ispirazione chiaramente nordica). Ma accanto ad essa ci fu la quasi fulminea affermazione del pianoforte che lo stesso prolifico genio di Salisburgo utilizzò come mai nessuno prima: 25 concerti, 27 quartetti, quintetti, concerto doppio per due pianoforti e orchestra, concerto triplo per tre pianoforti e orchestra, 17 sonate, fantasie e fughe e via dicendo.

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Dopo la morte di Mozart, sepolto in una fossa comune nell’indifferenza generale, la scena musicale europea fu sconvolta dall’arrivo del “grande solitario” di Bonn, Ludwig van Beethoven, che sfruttò al massimo le potenzialità espressive del pianoforte portandole a livelli che, forse, solo con Robert Schumann furono almeno in parte raggiunti, se non altro nel mondo austro-tedesco.

Poco dopo giunsero infatti da due paesi dell’est (Polonia e Ungheria) Fryderyk Chopin e Franz Liszt, ritenuti i due compositori che maggiormente seppero esaltare la versatilità del Klavier, lo strumento che aveva mandato definitivamente in pensione il clavicembalo. Ed è dell’opera pianistica di Robert Schumann, e in particolare della sua Toccata in do maggiore op. 7, che vogliamo qui soffermarci.

Si tratta di una sorta di “sonata lunga” (oltre sette minuti) che sfida ogni limite posto dagli “impianti armonici” e dai canoni melodici del tempo, una ossessiva ripetizione virtuosistica di accordi tecnicamente molto ardui, una sfida allo stesso strumento in una rincorsa verso il limite della musica, una percussione diabolica e insistente che sembra voler scoprire cosa ci sia “oltre”, oltre la sonorità, oltre i confini che la musica tonale ancora imponeva, oltre il limite stesso della creatività. E sembra singolare come il romantico autore della Kreisleriana, delle tenere ed idilliache Kinderszenen, e del sognante Carnaval abbia voluto guardare oltre, anticipare i tempi. Sembra quasi che la differenza tra le sue altre opere per piano solo e la Toccata in do maggiore, sia un riflesso della mente turbata del grande compositore di Zwickau.

Un ritratto di Robert Schumann con la moglie Clara

Affetto da sindrome maniaco-depressiva (disturbo bipolare), Schumann potrebbe anche aver involontariamente trasferito sul pentagramma i demoni che lo avrebbero in seguito portato a tentare il suicidio e a morire, infine, in un ospedale psichiatrico vicino a Bonn. Ma non ne siamo convinti. La genialità di Schumann si vede proprio nella sua volontà di “estrarre” dallo strumento, percuotendo le sue corde, quei colori tenebrosi ma affascinanti che il pizzicato del clavicembalo non poteva offrire.

È possibile che le vette del pianoforte di Beethoven e Schumann fossero state raggiunte, ma su un tutt’altro genere di registro musicale, dal possente soffio dei mantici degli organi per una musica che, peraltro, è stata sempre accostata ai timbri sofferti e spirituali della religione. La versatilità del pianoforte si sarebbe manifestata nella sua infinita varietà di palesi accenti e nascosti suggerimenti a partire dai cinque concerti di Beethoven e dal quarto, in particolare, che, come scrive Giorgio Pestelli, in oltre due secoli “non ha ancora perduto la magia della sua sorpresa”. O, ancora, dal primo concerto di Brahms che si articola su registri ancora più drammatici del Quinto di Beethoven, noto come concerto dell’Imperatore.

Lo strumento dispone di un’infinita gamma di tonalità espressive, di varietà melodiche tali da mettere in ombra le potenzialità di un’intera orchestra. Caratteristica, quest’ultima, che non sembra peraltro riscontrarsi nei quartetti e nei quintetti dove l’“alleanza” del singolo o dei due violini con la viola e il violoncello non di rado pone il pianoforte nell’insolito ruolo dello strumento di “accompagnamento contrappuntistico”. Le potenzialità di cui parliamo hanno anche favorito l’incredibile virtuosismo che è un po’ la costante della produzione pianistica di Liszt e soprattutto di Chopin. Di “delirio creativo” del compositore polacco parla Maurizio Pollini in uno scritto pubblicato su Musica allo specchio, una raccolta di articoli di dieci interpreti su dieci compositori curata da Carla Moreni per le edizioni del Sole 24 Ore.

Chopin – scrive Pollini – si impose come lo straniero che realizzò con la propria opera il paradigma assoluto del pianoforte, [e ancora] negli Studi e nei (due) Concerti, il virtuosismo di Chopin si manifesta come volontà di portare alle estreme conseguenze i limiti fisici imposti dalla materia.

Qui e nell’immagine di apertura HJ Lim esegue Toccata op.7 in do maggiore, Robert Schumann

La Toccata in do maggiore di Schumann e la rivoluzione del pianoforte ultima modifica: 2021-06-23T17:39:26+02:00 da MARIO GAZZERI

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