I miracoli del signor Rossi

Il cinquantaseienne Marco Rossi, ex difensore di discreto livello, da allenatore aveva trovato spazio solo nelle serie minori. Ora guida l'Ungheria che ha messo paura al Portogallo di CR7 e fermato sul pari la strafavorita Francia di Deschamps.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Quella di compiere miracoli è una vera e propria arte e il cinquantaseienne Marco Rossi – ex difensore di discreto livello e allenatore che da noi aveva trovato spazio solo nelle serie minori – modestamente la possiede. Ha avuto anche un pizzico di fortuna, ricordandosi di avere qualche amico in giro per il mondo e in particolare, a Budapest, dove evidentemente, nonostante Orbán, il merito viene ancora tenuto in una certa considerazione. Rossi, infatti, era sul punto di smettere. Troppe umiliazioni, troppe squadre di cui non si sente nemmeno parlare, troppe porte sbattute in faccia, e così stava per dire basta e mettersi a fare il commercialista insieme al fratello. Poi, però, per una serie di circostanze che definire fortuite significa usare un eufemismo, è arrivata la Honvéd, non più fastosa e importante come ai tempi di Puskás e della Grande Ungheria ma comunque ancora abbastanza ricca di fascino per esaltare le caratteristiche di un intenditore di pallone quale Rossi sicuramente è.

E così, nel 2017, ecco lo scudetto che non ti aspetti, la ribalta e il giusto riconoscimento per un uomo che aveva sofferto molto e si sentiva escluso. Ecco i primi applausi e, infine, l’occasione della vita sulla panchina della Nazionale ungherese. Ed ecco gli Europei itineranti del 2021, con il girone di ferro insieme a Francia, Germania e Portogallo, con l’Ungheria condannata a svolgere il ruolo di vittima sacrificale. E invece no. È vero, sono usciti al primo turno arrivando ultimi nel raggruppamento, ma è altrettanto vero che hanno messo paura al Portogallo di CR7, capace di domarli solo nel finale con un 3 a 0 quanto mai bugiardo, per poi compiere il miracolo sportivo di fermare sul pari la strafavorita Francia di Deschamps.

Quanto alla sfida con la Germania, caratterizzata dalle polemiche della vigilia per l’immonda legge varata da Orbán contro gli omosessuali e per la pavidità della UEFA che ha impedito ai bavaresi di tingere lo stadio di Monaco con i colori dell’arcobaleno, sportivamente parlando, l’Ungheria ha terrorizzato la Germania, costringendola al pareggio e portandosi due volte in vantaggio, facendo tremare la nazione più potente d’Europa e una delle compagini che, in un mondo o nell’altro, lotta sempre per il successo finale.

Di quella partita ricorderemo alcuni gesti significativi: la fascia arcobaleno di capitan Neuer, il cuore e le frasi antifasciste esibite da Goretzka all’indirizzo delle frange più estremiste del tifo ungherese ma anche il coraggio e la straordinaria dignità dei ragazzi di Rossi che, in campo, hanno dato l’anima e, probabilmente, avrebbero meritato qualcosa in più. 

Marco Rossi è arrivato ultimo ma è come se fosse arrivato primo, ha ottenuto risultati importanti e sarebbe ora che qualcuno, alle nostre latitudini, si accorgesse di quest’uomo normale e gentile, ancora in grado di commuoversi ricordando la fatica compiuta per arrivare in vetta, senza mai scomporsi né pronunciare parole in libertà, riuscendo a essere protagonista senza mai lasciarsi andare a manie di protagonismo. Forse è un personaggio fuori dal tempo, fuori dal mondo, fuori dalla realtà, prigioniero del magnifico incantesimo che lo ha condotto a far bene nella patria di Molnar e custode di un universo di valori ormai perduto. Fatto sta che questo Nemecsek pallonaro ha sfidato tutti i generali e ne è uscito alla grande. Magari domandi tornerà nell’anonimato della sua personale via Pal, ma non credo che gliene importi molto.

La sua sfida, quella di dimostrare che anche una persona comune può giocarsela alla pari con i grandi che guadagnano mille volte più di lui, l’ha ampiamente vinta. Che i generali adesso si scontrino fra di loro. Lui, umile soldato semplice, ha combattuto la sua guerra e non è morto; anzi, è più vivo che mai. 



P.S. Nei giorni scorsi ci ha detto addio Luis Del Sol, importante centrocampista della Juve “socialdemodratica” di Heriberto Herrera. Non era un fuoriclasse ma fu comunque essenziale per la conquista dello scudetto del ’67. Aveva ottantasei anni ed è doveroso ricordarlo con l’affetto che merita. 

I miracoli del signor Rossi ultima modifica: 2021-06-25T21:13:58+02:00 da ROBERTO BERTONI

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