La storia vera di un topo nel regno della Bora

Era il 1926, e tre amici tra i 15 e i 17 anni, Aldo Voltolina e i fratelli Carlo e Mario Serafin, comportatisi bene a scuola, ebbero l’autorizzazione come premio per le vacanze estive di fare una crociera fino a Grado col topo che i genitori avevano in società.
SILVIO TESTA
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Nello scrivere Naviganti di frodo, recensito su ytali il 21 giugno da Barbara Marengo, Maurizio Crema non lo sapeva, ma l’avventura di alcuni ragazzi che su un topo veneziano raggiungono l’estremo sud della Dalmazia ha un vero precedente illustre che nel mondo della vela al terzo ancora si racconta. Con Maurizio poi un po’ ne abbiamo chiacchierato.

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Affrontare per più giorni un mare spesso battuto da violenti colpi di Bora con una barchetta di sette metri a fondo piatto, senza coperta, è di per sé un’impresa da incoscienti o da grandissimi marinai, e se nel racconto di fantasia si accetta come possibile l’avventura, pochi sono disposti a credere che lo si possa fare sul serio, eppure è stato fatto.

Era il 1926, e tre amici tra i 15 e i 17 anni, Aldo Voltolina e i fratelli Carlo e Mario Serafin, comportatisi bene a scuola, ebbero l’autorizzazione come premio per le vacanze estive di fare una crociera fino a Grado col topo* che i genitori avevano in società: venti giorni dopo la partenza furono fermati dalla guardia costiera yugoslava davanti a Sebenico!

Facciamo un passetto indietro: il più grandicello era Aldo, che aveva masticato vela fin dall’infanzia avendo per istruttore un certo Menego “Crosète”, dipendente dell’azienda paterna, che era un vecchio “portolatiere”, cioè uno di quei pescatori chioggiotti che quando le compagnie stavano in mare per mesi aveva ogni giorno il compito di portare il pescato ai mercati, navigando con qualsiasi tempo: diciamo che di vela ne capiva un po’.

Il topo di famiglia era il “Quarnaro”, di cui ancora oggi si favoleggia, costruito in uno dei primari cantieri cittadini con ossatura in rovere, coperta in mogano, verniciato in “lustrofìn”, bianco di vele e di scafo; il padre di Aldo l’aveva comprato di seconda mano e quando l’azienda di famiglia entrò in crisi riuscì a non venderlo tenendolo in società col padre dei fratelli Serafin.

Presi per le orecchie a Sebenico, dunque, dopo una notte in guardina i tre ragazzi vennero affidati a un trabaccolo diretto a Trieste ma al largo delle Brioni, davanti a Pola, si ripresero il topo, che era a rimorchio, per puntare a casa. Il capitano probabilmente chiuse non uno ma entrambi gli occhi.

Trovarono mare fatto di Scirocco e navigarono col solo trinchetto al posto della randa, sgottando la barca con la pentola della pastasciutta, poi, arrivati al Faro di Piave Vecchia, anziché entrare in Laguna fecero ancora l’ultimo tratto in mare approfittando della Tramontana portata da un temporale. Giunti di notte nel rio sottocasa, per non disturbare le famiglie dormirono in barca!

Nelle regate degli anni Venti e Trenta del Novecento, Quarnaro, portato sempre da Aldo e dai fratelli Serafin, fu il topo da battere e nel 1931, 1933, 1934 vinse la Coppa Fascista, istituita nel 1931 e assegnata sulla base dei risultati di una serie di gare annuali. Avendola conquistata per tre volte Quarnaro se la vide consegnata definitivamente e mai nessun altro topo ci riuscì.

Per vent’anni Aldo Voltolina fu ai vertici della vela, non solo nazionale ma internazionale, vincendo a soli 18 anni, sempre coi fratelli Serafin, al timone del Dux della Compagnia della Vela, un cutter 12 metri stazza internazionale, l’ambitissima Coppa del re di Spagna, sul percorso Cannes, Marsiglia, Palma di Majorca, Barcellona.

In quattro anni Aldo conquistò 32 primi posti nel dinghy 12 piedi stazza internazionale compresi i Campionati Italiani di Napoli dai quali fu poi espulso per essersi rifiutato, unico tra tutti i timonieri, di fare il saluto fascista.

Col Quarnaro Aldo continuò a gareggiare e a primeggiare fino alla vigilia del conflitto mondiale, poi, passata la tempesta, coi fratelli Federico e Giovanni Pagan (Rico e Nino) fu l’artefice della rinascita della vela al terzo a Venezia, facendosi costruire a Chioggia due bellissime barche (“Ore d’Oblio” e “Zogielo”), ancora naviganti. Negli anni Settanta si fece adattare alla vela una scialuppa con la quale navigò fin che potè.

Morì nel 2004, a 93 anni d’età, mentre il Quarnaro se n’era andato già negli anni Cinquanta, venduto a un’impresa edile che con un cassero lo aveva adibito a portare i rovinacci in discarica: un purosangue ridotto, per quel poco che ovviamente durò, a fare il cavallo da tiro!

*Il topo è un’imbarcazione tipica della tradizione lagunare veneta. Principalmente usato come barca da trasporto merci nella sua versione commerciale ha anche degli antenati a vela. Il topo si adattava alla vela al terzo.

Immagine d’apertura: da Silvio Testa, Tradizioni e regate della vela al terzo, Mare di carta

La storia vera di un topo nel regno della Bora ultima modifica: 2021-06-25T18:31:09+02:00 da SILVIO TESTA

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