America latina. Il ritorno del populismo e il fallimento delle classi politiche

Le gravi conseguenze negative della crisi Covid-19 a livello economico e sociale non hanno fatto altro che gettare benzina sul fuoco. E il rischio che gli incendi tornino a divampare, dopo l’ondata di proteste del 2020, è ora molto elevato.
PAOLO GUERRIERI
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La parola chiave del prossimo numero della rivista Arel è “rivolta”. Se la pandemia ci aveva colti all’improvviso, svuotando le piazze che nel 2019 erano tornate a riempirsi e a esprimere la voglia forte di partecipazione, ora che ha allentato la presa i fermenti, le proteste, quando non le vere e proprie manifestazioni di ribellione, hanno riacquisito cittadinanza un po’ ovunque. E allora, rivolta sia.
Da lunedì 28 il numero web sarà in vendita sul sito di Arel e tra una decina di giorni la versione cartacea nelle principali librerie Feltrinelli di Roma e Milano e attraverso il sito stesso.
Proponiamo qui di seguito uno degli articoli del numero.
Ringraziamo la direzione e la redazione di Arel per la gradita cortesia, che rinnova l’ormai consolidata collaborazione tra le due riviste.

Il 2019, l’anno prima della pandemia, è stato caratterizzato da rivolte sociali un po’ ovunque in America Latina, con dimostrazioni e proteste di massa in moltissimi paesi, tra cui Haiti, Honduras, Ecuador, Peru, Bolivia, Colombia, Cile e molti altri. Alcuni commentatori si affrettarono a parlare di una sorta di primavera dell’America Latina intravedendo conseguenze profonde dal punto di vista politico e sociale. Ma non è stato così, almeno per ora.

L’esplosione della pandemia all’inizio del 2020 e le misure di contenimento che ne sono conseguite hanno congelato di fatto e per oltre un anno, fino a qualche settimana fa, ogni ulteriore movimento di protesta. La pandemia ha avuto drammatiche conseguenze e ha messo a nudo le condizioni di grave arretratezza del continente latino-americano nell’offerta di servizi pubblici essenziali, a partire dalle strutture e servizi sanitari. Nella triste classifica del numero di morti e contagi l’America Latina ha superato qualsiasi altra grande macroregione del mondo: oltre 500mila morti e più di 15 milioni di contagi. Con poco più dell’otto per cento della popolazione mondiale, l’America Latina contava alla fine di aprile più del 28 per cento di tutti i decessi per Covid verificatisi a livello mondiale.

Nell’elenco dei paesi con più alto tasso di mortalità per Covid figurano ai primi posti il Peru, l’Ecuador, il Nicaragua, la Bolivia e il Messico.

Allo stesso tempo, la crisi sanitaria si è rapidamente trasformata in una drammatica crisi economica, con costi enormi: la povertà che attanaglia il 37,3 per cento dei latinoamericani e una disoccupazione in una crescita senza freni. Sono condizioni di crisi aggravate dal prolungato periodo di ristagno che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni, una sorta di “decennio perduto“culminato nelle “rivolte” del 2019. E oggi tutto fa pensare a un futuro a breve all’insegna di rinnovati conflitti sociali. Le gravi proteste e dimostrazioni scoppiate in Colombia alla fine dello scorso aprile, di fronte a una riforma fiscale poi subito ritirata dal governo colombiano, potrebbero aver anticipato rivolte dello stesso genere in altri paesi dell’America Latina. L’esito delle tornate elettorali che interesseranno da qui al prossimo anno molti paesi latinoamericani potrebbe influire. I segnali finora non appaiono rassicuranti. Anzi.

Una fase di temporaneo benessere

Eppure, la fase iniziale degli anni Duemila era stato un periodo davvero favorevole per le economie latinoamericane. Nel decennio dal 2001 al 2011, il Pil della regione era cresciuto a un tasso medio annuo al di sopra del quattro per cento. Un miglioramento davvero significativo rispetto al passato, dal momento che negli ultimi due decenni del secolo scorso la crescita media era risultata di poco superiore al due per cento.

All’origine della nuova crescita il boom dei prezzi delle materie prime in quegli anni, di cui i paesi latinoamericani erano e sono tuttora grandi esportatori. Ad alimentarlo l’inesauribile domanda di materie prime e petrolio derivante dall’impetuoso sviluppo industriale della Cina e dell’intera area dell’Asia Pacifico, impegnata in quel periodo nella costruzione della piattaforma manifatturiera destinata a servire i ricchi consumatori europei e americani.

Ma ci fu dell’altro. All’inizio del Duemila l’America Latina beneficiò di un insieme di riforme realizzate per lo più negli anni Novanta. Si trattava di misure per ridurre l’inflazione e stabilizzare il sistema finanziario (come in Brasile e Perù, tra gli altri), di miglioramenti nelle condizioni di sicurezza dei cittadini (soprattutto in Colombia) e di progressi nelle politiche sociali e di welfare (in particolare i casi di Argentina, Brasile, Perù e altri). Il risultato positivo complessivo fu che circa cinquanta milioni di latinoamericani riuscirono a uscire da condizioni di povertà ed entrare nella classe media, accedendo a livelli di consumo di beni durevoli, quali un’automobile, elettrodomestici, semplicemente impensabili fino a qualche anno prima. Anche le disuguaglianze, in quella che rappresentava allora e rappresenta tuttora una delle aree più diseguali a livello mondiale (seconda solo all’Africa Subsahariana), registrarono una, pur lieve, diminuzione.

Gli anni del malcontento

Un periodo assai favorevole quello del primo decennio Duemila, ma non durò molto. Negli anni l’aumento delle spese sociali non si tramutò in un corrispettivo incremento della qualità dei servizi pubblici erogati. Soprattutto, vennero fatti pochi investimenti. Un incremento ci fu, se calcolato in percentuale del Pil, ma assai modesto e comunque molto inferiore agli incrementi registrati da altre aree emergenti in quegli stessi anni. Come si è poi capito, l’America Latina puntò più sull’espansione delle automobili che su nuove strade, più sui consumi che sugli investimenti. Nessun governo riuscì a coagulare un sufficiente vasto consenso, al pari di quanto avvenuto in altre macroaree di maggiore successo a livello economico, come ad esempio il Sud-est asiatico, intorno alla necessità di investire in istruzione di qualità e infrastrutture, sviluppando al contempo imprese e settori competitivi e in grado di esportare.

Venne così sprecata la grande opportunità di usare l’espansione e le risorse aggiuntive per incrementare durevolmente la produttività, in ristagno da anni. Ed era quest’ultima l’unica condizione che avrebbe consentito alle economie latinoamericane di continuare a crescere anche dopo la fine dell’aumento dei prezzi delle materie prime.

Avvenne, viceversa, che l’esaurirsi del boom dei prezzi delle materie prime portò a un inevitabile aumento dell’indebitamento, pubblico e privato, rendendo non più sostenibili gli incrementi delle spese correnti e dei trasferimenti pubblici e con essi il finanziamento dei maggiori consumi che ne erano derivati. Seguirono anni di crisi e ristagno economico fino alla fine del decennio e a quel 2019 che è l’anno segnato dalle gravi rivolte sociali scoppiate in molti paesi dell’America Latina.

23 giugno, giornata di protesta con falò e blocchi nella Av Ciudad de Cali. Bogotá (da Twitter @personeriabta)

Le rivolte del 2019

Il 2019 è stato un anno caratterizzato da proteste di massa sparse un po’ ovunque nel mondo, e l’America Latina come abbiamo già anticipato non fu da meno, con dimostrazioni e rivolte in svariati paesi. In un’area così vasta con 33 differenti paesi e 630 milioni di abitanti, governata da coalizioni eterogenee che coprono l’intero spettro delle opzioni politiche dalla sinistra radicale alla destra estrema, pretendere di rintracciare una sola comune matrice di tali esplosioni di rabbia sociale è certo azzardato. Si può comunque tentare di individuare almeno tre comuni cause di fondo.

La prima ha natura prettamente economica ed è relativa al prolungato ristagno e/o bassa crescita seguiti alla fase di espansione del primo decennio Duemila e al malcontento che ne era derivato, in particolare tra molti appartenenti all’emergente classe media. Non solo una crescita nettamente più bassa (circa lo 0,6 per cento annuo negli anni più recenti), ma dal carattere fortemente esclusivo, nel senso che le poche addizionali risorse andarono a beneficio di pochi, aumentando le già elevatissime diseguaglianze esistenti.

La seconda causa è legata alla rabbia e al discredito che investirono i governi e i politici nella maggior parte dei paesi latinoamericani. Se si vanno a guardare i sondaggi di quegli anni, si scopre che oltre tre quarti dei cittadini latinoamericani intervistati dichiaravano di non aver alcuna fiducia nella politica e nei politici e di non essere soddisfatti del funzionamento in generale del sistema democratico. A monte di tutto ciò la percezione diffusa tra i cittadini dell’impotenza delle forze politiche di fronte al degrado montante delle condizioni economiche e sociali. Va aggiunta l’ondata di scandali di corruzione più o meno clamorosi che ebbe come protagonisti le élite politiche di molti paesi, spingendo al potere come reazione in alcuni casi una nuova generazione di leader populisti, come Jair Bolsonaro e Manuel López Obrador, rispettivamente in Brasile e Messico.

In ultimo, va menzionata l’influenza di altri movimenti di protesta nel resto del mondo che avevano scosso in quello stesso anno grandi città, ad esempio, come Parigi e Hong Kong e potrebbero aver suscitato simili reazioni nei paesi latinoamericani, per quella sorta di effetto di imitazione (il cosiddetto effetto copycat) che è dettato in questi casi anche dalla grande copertura mediatica degli eventi.

Le conseguenze delle rivolte scoppiate nel 2019 sono state nel complesso modeste dal punto di vista politico e sociale. Almeno fino a oggi. Solo nel caso del Cile la protesta di massa ha media. Non solo una crescita nettamente più bassa (circa lo 0,6 per cento annuo negli anni più recenti), ma dal carattere fortemente esclusivo, nel senso che le poche addizionali risorse andarono a beneficio di pochi, aumentando le già elevatissime disuguaglianze esistenti. prodotto nei mesi seguenti un cambiamento politico certamente significativo con la decisione di una riforma costituzionale e l’elezione di un’assemblea costituente per realizzarla. In molti altri casi gli effetti sono stati nel complesso limitati e non hanno generato alcuna vera alternativa politica. Anche se è presto, va aggiunto, per trarre delle conclusioni. L’esplosione della pandemia all’inizio dello scorso anno e le misure di contenimento che ne sono conseguite hanno congelato di fatto e per oltre un anno, fino a qualche settimana fa, ogni ulteriore movimento di protesta. Anche se hanno aggravato ulteriormente e un po’ ovunque il disagio economico e il malcontento sociale.

“LI STANNO UCCIDENDO. Santiago Murillo e Santiago Ochoa, uno studente e l’altro attivista, sono i volti della violenza che continua a paralizzare i sogni dei giovani in Colombia.”

La drammatica crisi del Covid

Oltre alle drammatiche conseguenze sul piano sanitario, già ricordate, anche i costi economici e sociali della pandemia Covid-19 sono stati elevatissimi in America Latina. Il Pil dell’area è crollato del sette per cento lo scorso anno: il peggiore risultato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e pressoché doppio della diminuzione registratasi a livello globale. Nessun’altra macroregione del mondo ha accusato una recessione così grave.

Le cause più immediate vanno rinvenute nelle prolungate e intense misure di lockdown adottate dalla maggior parte dei paesi dell’America Latina durante la pandemia. Sono stati provvedimenti di chiusura circa il 70 per cento più restrittivi di quanto fatto, ad esempio, in Nord America. Anche se gli effetti sono poi risultati modesti sul piano del contenimento dei contagi e delle vittime da Covid a causa – come detto – delle pessime condizioni delle strutture sanitarie, soprattutto pubbliche.

Due altri fattori hanno contribuito alla severità della contrazione dell’attività economica nell’ultimo anno: la peculiare struttura delle economie latinoamericane, dove hanno un peso molto elevato quei servizi personali che più sono stati penalizzati dalla diffusione della pandemia; e, poi, il modesto sostegno fiscale varato a favore di famiglie e imprese a causa dei pesanti vincoli di finanza pubblica che gravano su molti governi dell’area.

Per soprappiù, il crollo dell’attività economica è stato accompagnato dall’incremento delle disuguaglianze, già molto elevate in una regione che – come detto – è la più disuguale a livello mondiale. Per quanto riguarda i redditi, le prime stime indicano aumenti del coefficiente Gini intorno a 5 punti, rispetto ai livelli precrisi. E le conseguenze più negative si sono riversate sui milioni di lavoratori che operano, privi di qualunque copertura sociale, nel cosiddetto mercato informale e rappresentano più della metà della forza lavoro latino-americana. Anche la povertà è aumentata fortemente, soprattutto quella ‘estrema’ che la Banca Mondiale individua in chi vive con meno di 1,90 dollari al giorno, arrivando a interessare circa 78 milioni di persone, un numero mai raggiunto negli ultimi venti anni.

Le prospettive economiche dovrebbero migliorare nel corso di quest’anno e ancor più l’anno prossimo, man mano che proseguirà l’azione di contrasto della pandemia. La crescita dovrebbe superare il quattro per cento nel 2021. È un risultato certamente positivo ma che non permetterà di recuperare se non alla fine del 2023 i livelli di reddito pro capite precedenti alla pandemia. E ciò che continua a preoccupare è la campagna di vaccinazione che prosegue a ritmi lenti ed è ostacolata sia dalla limitata disponibilità di vaccini sia dalle difficoltà di distribuzione di quelli a disposizione. Senza una accelerazione, non verranno raggiunte condizioni di immunità diffusa della popolazione se non alla fine del prossimo anno.

Cile, 4 agosto 2020. Violenze contro i mapuche che hanno occupato cinque municipi per chiedere il rilascio dei loro detenuti politici.

Il rischio di nuove rivolte

Le gravi conseguenze negative in America Latina della crisi Covid-19 a livello economico e sociale non hanno fatto altro che gettare benzina sul fuoco. E il rischio che gli incendi divampino è ora molto elevato. Anche perché i paesi dell’America Latina, piegati l’anno scorso dalla peggiore recessione nell’ultimo secolo, non hanno né la capacità dei paesi più ricchi e avanzati d’indebitarsi e spendere reprimere per lenire le ferite della pandemia, né la possibilità di usufruire degli aiuti e programmi di riduzione e/o cancellazione del debito concessi ai paesi più poveri del Fondo monetario Internazionale e da altre istituzioni finanziarie internazionali.

In queste condizioni, la maggioranza dei governi si troverà più o meno obbligata a contenere la spesa pubblica e/o a innalzare le tasse già a partire da quest’anno; quindi, in una fase in cui si dovrebbe continuare, viceversa, a sostenere l’economia unitamente alle famiglie e imprese gravemente colpite dalla crisi. Vi è il rischio che si riproducano quelle condizioni che in molti paesi hanno alimentato le proteste e le rivolte nel 2019, l’anno prima dello scoppio della pandemia, ovvero: vincoli fiscali molto stretti molto di fronte a una forte domanda di aumenti della spesa sociale e a crescenti difficoltà nel perseguimento delle necessarie riforme. Un po’ quello che si è verificato in Colombia alla fine dello scorso aprile, allorché il governo di Iván Dueque’s, per fronteggiare le difficoltà di finanza pubblica, ha deciso di varare una riforma fiscale poi ritirata che penalizzava seppur blandamente anche quei redditi dei ceti meno abbienti già falcidiati dalla crisi. Sono scoppiate proteste e rivolte che si sono diffuse a macchia d’olio nel paese e hanno portato a drammatici scontri di piazza che la polizia ha cercato brutalmente di reprimere e che che nel solo mese di maggio hanno provocato più di cinquanta morti.

Le motivazioni di fondo di tanta rabbia sociale sono in realtà le stesse alla base delle rivolte del 2019, ridestate e rafforzate dalle drammatiche conseguenze dalla pandemia. L’accusa al governo colombiano è aver fatto troppo poco o nulla per contrastare la grave crisi economica e sociale in corso, che ha visto oltre 2,8 milioni di colombiani precipitare in condizioni di estrema povertà. Come già avvenuto nel 2019, sono soprattutto i giovani e le nuove generazioni che più hanno sofferto in questa crisi ad alimentare la protesta.

Il rischio a questo punto è che molti altri paesi dell’America Latina seguano la Colombia e finiscano per sperimentare, più o meno a breve, una fase di analoghe proteste di massa e di rivolte. Certo esistono profonde diversità tra i paesi dell’America Latina – come già spiegato – ma povertà, disagi e malcontenti sono presenti oggi allo stesso modo un po’ ovunque.

“Fino a quando continueremo a morire?”. La prima pagina della Folha, il quotidiano più diffuso in America Latina, domenica 20. Per non dimenticare le vittime del Covid-19 e il dolore delle loro famiglie

Le elezioni e lo spettro dell’ennesimo ritorno del populismo

Si sa bene, in realtà, cosa dovrebbero fare le maggioranze al governo in molti paesi latinoamericani per scongiurare una tale drammatica prospettiva. Dovrebbero investire intensamente in infrastrutture, migliorare la qualità dell’educazione e della sanità, perseguire una riforma fiscale diretta a stabilire condizioni di maggiore equità e promuovere uno sviluppo sostenibile dal punto di visto ambientale. In cima alla scala delle priorità vi è la costruzione di un nuovo Stato sociale per ridurre livelli divenuti ormai “insostenibili” di disuguaglianze e povertà.

Ma molti di questi suggerimenti si conoscono da decenni. Anche perché c’è un sostanziale accordo tra osservatori ed esperti su queste cose da fare. Il problema è in realtà nelle mani degli elettori latinoamericani che dovrebbero finalmente scegliere maggioranze e governi che intendano perseguire gli obiettivi e le politiche di cui c’è grande bisogno. E a breve vi sarà l’opportunità di farlo con una tornata di importanti elezioni da qui al prossimo anno. Il Cile e l’Honduras eleggeranno nuovi presidenti della Repubblica nella seconda metà di quest’anno. Mentre Messico e Argentina svolgeranno importanti elezioni legislative di midterm. E nel 2022 saranno Brasile e Colombia a scegliere i loro leader.

Le elezioni potrebbero rappresentare l’occasione per rimuovere governi e classi politiche (e sono la maggioranza) che non hanno saputo fronteggiare negli anni passati e nella crisi più recente le drammatiche situazioni economiche e sociali esistenti, scegliendo una nuova generazione di leader in grado di creare consensi a livello nazionale su nuovi obiettivi quali: una crescita sostenibile, una maggiore inclusione sociale, la costruzione di economie che siano in grado di competere a livello globale.

Al momento, tuttavia, una tale prospettiva sembra assai lontana. I segnali che si sono manifestati e che si percepiscono circa il futuro non sono affatto rassicuranti. Anzi, li si potrebbe definire decisamente negativi. In molti paesi gli elettori sembrano motivati soprattutto da una forte rabbia destruens di punire le classi politiche che hanno decisamente fallito nel fronteggiare la crisi pandemica e ancor più nel governo dell’ultimo decennio. Ma si profila la possibilità che quegli stessi elettori scelgano e vogliano premiare candidati populisti, di destra e sinistra, su posizioni ancora più estreme e intrise di demagogia di coloro che li hanno preceduti. Certo è che l’America Latina rischia ancora una volta di tornare verso sperimentate e vecchie abitudini politiche che hanno imposto costi elevatissimi per tutti in questi anni, ovvero un rampante populismo di destra e sinistra invece della prospettiva di uno Stato sociale all’europea. Si afferma spesso che il Populismo non sia alla lunga sostenibile, perché si possono ingannare i cittadini una volta, ma non due e tantomeno tre volte. Ebbene, l’America Latina potrebbe rappresentare un’eccezione al riguardo. Staremo a vedere.

Immagine di apertura: Il giorno dopo la protesta a Bogotá (da Twitter @JuanFraile)

America latina. Il ritorno del populismo e il fallimento delle classi politiche ultima modifica: 2021-06-26T11:36:06+02:00 da PAOLO GUERRIERI

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