Demografia. L’eccezionalismo italiano

La situazione demografica è ormai definibile come estrema. Una estremizzazione data dal rilevante invecchiamento della popolazione, da una fecondità eccezionalmente bassa, da una lunga (troppo) transizione dei giovani verso l’adultità, da forti (talvolta fortissimi) legami familiari, da una longevità davvero mai vista, dalla veloce crescita della componente straniera.
VITTORIO FILIPPI
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È nota e anche efficace la metafora dell’orologio fatta dallo studioso francese Alfred Sauvy, in cui la politica è rappresentata dalla lancetta dei secondi, l’economia da quella dei minuti mentre la demografia e l’ambiente sono come la lancetta delle ore, ovviamente la più lenta. Ma è una metafora che sembra non funzionare più, dato che anche i temi demografici e ambientali stanno conoscendo – molto giustamente – una robusta ed evidente accelerazione.

Per rimanere alla demografia l’accelerazione si è fatta eclatante proprio nei primi vent’anni di questo secolo e interessanti considerazioni – corredate ovviamente da una ricca e aggiornata massa di dati – sono contenute nell’ultimo Rapporto sulla popolazione appena edito dal Mulino, in cui viene sottolineato “l’eccezionalismo demografico dell’Italia”. Il termine – ripreso da Tocqueville con riferimento agli Stati Uniti dei primi dell’Ottocento – fa evidentemente riferimento alla situazione della demografia del paese, ormai definibile come estrema. Una estremizzazione data dal rilevante invecchiamento della popolazione, da una fecondità eccezionalmente bassa, da una lunga (troppo) transizione dei giovani verso l’adultità, da forti (talvolta fortissimi) legami familiari, da una longevità davvero mai vista, dalla veloce crescita della componente straniera.

Superfluo aggiungere che il motore primo dell’eccezionalismo italiano è dato dalle (non) nascite, la cui contrazione – aggravata dalla pandemia – si accompagna a un welfare incapace di sostenere le famiglie numerose, a uno spostamento del parto verso età elevate, a un Mezzogiorno sempre meno prolifico e alla stabilizzazione dei nati da genitori stranieri (ormai pari al 15 per cento del totale dei nati in Italia).

Metà del Rapporto è dedicato alle disuguaglianze, nella misura in cui l’ampiezza di queste ultime allarga ed esaspera dinamiche demografiche già critiche. Il ventaglio delle disuguaglianze è ben largo: comprende i livelli di istruzione, le differenze di età, le generazioni di appartenenza, i luoghi in cui si nasce e si cresce, perché allo storico divario Nord-Sud si è aggiunto quello tra centro e periferie. In particolare l’istruzione influenza tutti i comportamenti che determinano la dinamica demografica, come la fecondità, la salute, la mortalità, le migrazioni, l’occupazione (specie femminile, con quel che ne consegue in termini di redditi familiari e di lotta alla povertà).

D’altronde demografia e democrazia camminano in parallelo se sono date risposte concrete e tempestive ai bisogni di solidarietà, di inclusione, di maggiore eguaglianza delle possibilità. L’avere oggi in Italia una demografia estrema, dalle conseguenze inquietanti e problematiche, è il risultato di un lungo “liberismo demografico” fatto di un welfare pubblico assolutamente insufficiente e di un welfare familiare (e soprattutto familistico) ritenuto illimitato e in grado di autoregolarsi in modo ottimale. I numeri dicono però che non è assolutamente così.

Demografia. L’eccezionalismo italiano ultima modifica: 2021-06-26T16:10:07+02:00 da VITTORIO FILIPPI

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