L’inesauribile maschera di Antonio Salines

Scompare l’attore e regista che visse il teatro con passione e ironia, due virtù che non sono mai venute meno nelle tantissime stagioni vissute dal suo Teatro Belli e dai suoi compagni di “scena”.
FRANCO MIRACCO
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Per quanto io ne sappia Antonio Salines, attore, ma anche inesauribile e polimorfo uomo di teatro avendo interpretato in quel pianeta diversi ruoli, ha trascorso gran parte della sua vita a Roma, Trastevere. Lo conobbi tra piazza Trilussa e piazza Sant’Apollonia, quando ancora per quei vicoli si sentivano le grida degli ultimi venditori deambulanti di telline, mentre delle Anziane Millemestieri si allargavano su sedie di paglia appoggiate agli stipiti di bottegaccie di strada e contrabbando.

Antonio era nato a La Spezia il primo luglio del 1936 per diplomarsi, a poco più di vent’anni, all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Da vecchio aveva saputo conservare il suo impeccabile sguardo recitante che, nel corso degli anni, era passato dal mostrarsi più che cortese per il desiderio di farti ascoltare la sua inconfondibile voce da gran palcoscenico, allo sguardo di chi, intuitivamente, sa già la battuta che verrà. Nei casi migliori passione e ironia stanno bene assieme e sono certo che, con leggerezza, passione e ironia abbiano arricchito di molto l’arte e la vita di Antonio.

Era il 1961 quando più di qualcuno leggeva Il Contemporaneo (dalla grafica rigorosa e non postmoderna di Albe Steiner), una rivista di politica e cultura diretta da Antonello Trombadori. In quell’anno un editoriale, non firmato ma quasi certamente di Trombadori, in attesa che l’arte si ricongiungesse al realismo, non si negava spaventose cecità culturali come questa:

Il Ventesimo secolo aspetta ancora i suoi Balzac e Tolstoi, i suoi Delacroix e Cézanne, i suoi Leopardi e Baudelaire e Rimbaud. E li aspetterà ancora invano.

Ma per fortuna, in quel giro d’anni, erano cresciuti coloro che rileggevano i classici ricreandoli col raschiare via il vecchiume, l’ammuffito guardarobato, sbucciandone i testi con provocatorie storicizzazioni. Tra di loro Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Antonio Salines, che debutta nel Caligola di Camus e che nel 1960 prende parte all’Adelchi di Manzoni, all’Orestiade di Eschilo, a Un marziano a Roma di Flaiano. Ed è la qualità della sua passione che per tutti gli anni Sessanta lo porterà a recitare nei più importanti teatri italiani (gli Stabili di Torino, Bolzano, Venezia, il Piccolo di Milano), o negli studi dei mitici sceneggiati Rai, passando da Pirandello a Goldoni, a Ruzante, a Shakespeare, a Beckett, eccetera. Tra i suoi registi quelli che portarono milioni di spettatori a teatro, oltre a Gassman e a Bene, De Bosio, Chereau, Fersen, Costa, Quaglio, Bosetti, Bolchi, Castellani. Amò moltissimo gli autori russi, sprofondando in Dostoevskij, Tolstoi, Cechov, con sempre appresso più di qualcosa di Bulgakov. E dopo venne Roma, vennero Trastevere e il suo Teatro Belli.

Antonio Salines e Paola Bacci nello sceneggiato Un ultimo sacrificio (1963)

Così dal 1971 fino a pochi giorni fa. Piero Grazioli, amico dall’ottima memoria, piemontese della Valsesia e gran sindacalista, che si trasteverinizzò di mente e di cuore, ricorda che il Belli inizia a nascere esattamente il 29 aprile 1971, nel momento in cui l’intera sezione del Pci di Vicolo del Cinque numero 50 andò ad aiutare Antonio e Magda Mercatali nello sgombrare rovinacci d’ogni genere pur di liberare al più presto gli spazi che sarebbero diventati il Teatro Belli di Piazza Sant’Apollonia. Sì Magda, attrice intensa, felicissima doppiatrice, politicamente e culturalmente sempre dalla stessa parte, e che di recente ha voluto, creato, diretto uno straordinario spettacolo al Belli messo su con alcuni migranti anche poco alfabetizzati, protagonisti di un successo intriso di ironia e senso civico.

Ancora passione e ironia, due virtù che non sono mai venute meno nelle tantissime stagioni teatrali vissute dal Teatro di Salines e dei suoi compagni di “scena”, tra i primi Roberto Lerici. Ed è il suo “stare al gioco”, il prendersi e prendere in giro, il divertirsi con gli sberleffi propri della maschera, che ha portato Salines al cinema, quello di Tinto Brass, di Festa Campanile o di Sam Mendes, che se lo immaginò addirittura alla guida di una Fiat negli incredibili inseguimenti nella Roma di Bond, ovvero di Daniel Craig. In realtà, se tantissimo fu il teatro, nient’affatto trascurabili i suoi molti contributi televisivi e cinematografici. Fu premiato più volte e appena due anni fa ricevette la Maschera d’oro del Teatro italiano come migliore interprete protagonista. Il fatto è che Antonio aveva una sua particolare vena artistica da cui probabilmente otteneva il meglio di sé, la stessa vena cui si sono sempre rivolti Woody Allen e Mordecai Richler. Tanto è vero che si fece confezionare su misura l’indimenticabile Io e Annie di cui fu regista e attore. E quante volte portò in scena La versione di Barney di Richler tra le sue più “naturali” e convenienti interpretazioni? Tra l’altro, forse sghignazzando con garbo dopo aver letto questa pagina:

Comunque non era il primo conclave di famiglia da quando avevamo saputo che Barney soffriva di Alzheimer. All’epoca, Saul ci aveva subito convocato per ricordarci che ne aveva sofferto anche la nonna, e quindi eravamo tutti a rischio. Tanto per cominciare, ci aveva detto Saul, non dovevamo usare deodoranti a base di zinco, né cucinare in pentole di alluminio, che sono pericolose. Poi, da bravo abbonato a Lancet e al New England Journal of Medicine, ci aveva messo a parte della notizia che la nicotina è uno stimolante del cervello, e quindi i fumatori contraggono più difficilmente la malattia. ‘Solo perché muoiono prima di cancro ai polmoni’ aveva detto Kate.

Antonio Salines ha vissuto il teatro nella sua totalità: testi, autori, registi, costumi, scene, i camerini, i pubblici, i viaggi da una città all’altra, gli attori e le attrici, gli alberghi e i ristoranti, ma soprattutto le recensioni dei critici, aspettando che aprissero le edicole. Ha vissuto di teatro fino all’ultimo, fino a qualche giorno fa, il 22 giugno, e si può ben dire che sia morto in teatro, nel suo Teatro Belli, per davvero e per sempre nel cuore di Trastevere.

L’inesauribile maschera di Antonio Salines ultima modifica: 2021-06-27T10:06:05+02:00 da FRANCO MIRACCO

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