“Non sapendo fare forte il giusto, i popoli chiamano giusto il forte”

Un’infamante accusa di infanticidio fa da filo conduttore a “Il rogo della Repubblica” (Sellerio), dove Andrea Molesini ci porta nella Venezia pavida del 1480, quando un’ipocrita ragion di stato si sostituisce alla giustizia.
ROBERTO ELLERO
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Volendo parafrasare, in battuta, un precedente titolo dell’autore, se non tutti i bastardi sono di Vienna qualcuno ce ne sarà (stato) anche a Venezia: pur tra guerre e pestilenze, la città ancora trionfante di fine Quattrocento, dove Andrea Molesini ambienta Il rogo della Repubblica (Sellerio). Ad accompagnarci in città, nel corso del 1480, è un personaggio di assoluta invenzione, Boris da Candia, mentre molti dei fatti narrati sono purtroppo veri e già riferiti nelle sedi storiografiche. A riprova che fra tanta gloria qualche pagina sporca neanche Venezia se l’è fatta mancare, con buona pace dei gonfi di ciance.

Istinto volentieri lupesco nel difendersi ed attaccare, in linea con il nome stesso che porta (fra le cui accezioni c’è per l’appunto “lupo”), Boris è un uomo d’azione di mezza età, nativo di Creta e passato avventurosamente per le capitali di mezzo Oriente mediterraneo, al servizio della Serenissima come “esploratore”, agente dei servizi si direbbe oggi, spia e all’occorrenza anche sicario. Uno che a menar calci e pugnalate non si tira indietro. E tuttavia, è anche un colto umanista, appassionato di Tacito e dei classici, amico degli stampatori che proprio in quegli anni si apprestano a far grande l’editoria veneziana. Libero pensiero e, se proprio necessario, delitti su ordinazione, un tipetto decisamente originale. Che si trova, suo malgrado, implicato in una di quelle canee antiebraiche che stanno ammorbando l’Europa ed anche, purtroppo, i territori della Serenissima. 

Succede a Portobuffolè, entroterra trevigiano, ai bordi del Livenza, dove la locale comunità ebraica si trova accusata di infanticidio, il sangue di un bimbo di strada utilizzato per gli impasti delle focaccine di Pasqua, già motivo di persecuzione a Trento qualche anno prima. E se in quel caso le autorità della Serenissima avevano preso le dovute distanze da accuse tanto infamanti e sentenze conseguentemente abominevoli, ora laicità e giustizia vacillano, anche per le parole di fuoco con cui un frate feltrino, il francescano Bernardino, va infiammando gli animi delle plebi soprattutto di provincia. Odia i giudei, non smette per un attimo di imputarli di ogni nefandezza ma di mezzo, guarda caso, c’è anche l’avanzare dei cristiani Monti di Pietà contro i consueti banchi dei pegni gestiti dagli israeliti, certamente cari alla Serenissima, che nulla farebbe di suo per inimicarseli o indebolirli. Sterco del diavolo, il denaro, se a prestarlo sono gli ebrei, usurai per principio; strumento del buon Dio se a praticare il prestito sono le confraternite cristiane. Sono cose contro ogni logica e buon senso, che mandano in bestia il nostro Boris.

Contro l’archisinagogo Servadio ed altri due ebrei di Portobuffolè le prove paiono schiaccianti, sebbene soltanto testimonianze di decine di persone che giurano d’aver visto il bambino arrivare nel borgo, entrare in un certo posto e mai più uscire, sparito senza che nessuno ne reclami davvero la scomparsa, forse finito nel forno delle focaccine. Testimonianze così perfettamente aderenti ad un’unica ricostruzione dei fatti da apparire oltremodo sospette, tanto più che collimano perfettamente con le confessioni sotto tortura estorte agli accusati e poi ritrattate. Per le autorità di Portobuffolè la condanna è fuori discussione; a quelle veneziane, dopo la ritrattazione, il compito di confermare e dare esecuzione al massimo della pena: il rogo tra le colonne di Todaro e Marco. Tutto già scritto, praticamente, mentre Bernardino continua imperterrito a concionare tra una piazza e l’altra, aizzando le folle.

E il nostro Boris? Non se la beve di certo, contatta il collegio di difesa, un gruppo di avvocati padovani, e cerca di trovare qualche crepa nel troppo solido e in realtà fragile impianto accusatorio. Ha modo, in particolare, di conoscere in carcere Servadio, apprezzandone le qualità morali e culturali. Ha molto da imparare e l’avventuriero che è in lui va diradando la presa mentre il bisogno di verità si fa largo ben oltre il consueto cinismo. E persino nei risvolti più strettamente personali la vita di Boris va cambiando: dopo essersi preso cura di un ragazzino di strada incontrato a Portobuffolè, portandolo con sé a Venezia, incontra una maga che “vende futuri” a Rialto. Mette su famiglia, insomma, e con loro il giovane figlio di lei e una domestica, Veronica, bigotta ma dal cuore buono. E poi lo stampatore tedesco Peter, l’amico di famiglia, volentieri precettore dei due ragazzini, tutt’altro che sciocchi o sprovveduti (anche se uno si fingeva sordomuto). 

Il romanzo procede lungo il tracciato di una impossibile difesa, giacché se tutti, anche a Palazzo ed in patriarcato, sanno bene quanto sia improbabile il reato ascritto agli accusati, mandarli assolti significherebbe sconfessare le autorità di Portobuffolè, nobili veneziani compresi, e rinviare a giudizio i falsi testimoni, dovendo magari mettere le mani su chi ha ordito e alimentato con tanta precisione la macchina persecutoria. Almeno un tentativo di correggere il furore antisemita del frate indiavolato a Boris è concesso, ma senza troppo costrutto, e allora per i pavidi detentori del potere dogale, variamente togati, meglio assecondare le masse e mandare a morte qualche innocente. Mentre anche Boris, a causa di certe sue affermazioni, comincia a rischiare.

Il rogo della Repubblica, titolo che funziona nello specifico dei fatti narrati ma anche come immagine di un potere che si mostra incapace di governare con il dovuto senso di giustizia, finisce per essere un piccolo significativo spaccato di storia veneziana tutt’altro che esemplare, in una città viva ma già un poco malsana (come certi odori che vengono dalle acque dei suoi canali), sicuramente meno bigotta dei territori di terraferma su cui ha esteso i suoi poteri ma essa stessa incline ad assecondare i sentimenti e i propositi più retrivi delle masse in cerca di capri espiatori. E chi, in prima istanza, se non gli ebrei, che si portano appresso l’uccisione di Nostro Signore? “I popoli, non sapendo fare forte il giusto, chiamano giusto il forte”. Parlando di ieri si finisce sempre per pensare all’oggi. E quella piazza di Treviso, dove il frate lancia le sue invettive, tra la folla osannante che farebbe follie per un pezzo di stoffa del suo “santo” saio, mette i brividi oggi per ieri.

Bravo Molesini a rovistare fra le immondizie, con la sua consueta abilità narrativa. Non era tutto oro, lo sapevamo già, ma fa sempre un certo effetto tornarci sopra. Anzi, dentro.

“Non sapendo fare forte il giusto, i popoli chiamano giusto il forte” ultima modifica: 2021-06-27T20:13:57+02:00 da ROBERTO ELLERO

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