E la tassa di successione?

Pare si sia quasi dimenticata – salvo un accenno fatto da Berlusconi – la discussione sulla proposta di Letta relativa a una imposizione fiscale sulle successioni. Non era la prima opinione e forse non sarà l’ultima.
MARIA LUISA SEMI
Condividi
PDF

Pare si sia quasi dimenticata – salvo un accenno fatto da Berlusconi – la discussione sulla proposta di Letta relativa a una imposizione fiscale sulle successioni. Non era la prima opinione e forse non sarà l’ultima. Tuttavia evidentemente non si riferiva al tassare comunque i patrimoni di modesta o media entità che eredi – si suppone legittimi – avessero ottenuto alla morte di congiunti. La proposta, o meglio l’opinione, si riferiva a patrimoni di notevole entità che persone o istituzioni avrebbero potuto ottenere alla morte di un congiunto o anche di un estraneo. Non pare sia una rapina: l’erede avrebbe a ogni modo fatto propri, senza muovere un dito, somme o immobili di proprietà del defunto.

Vi erano notevoli lamentele o meglio proteste, quasi che tale tassa si assommasse a quanto legittimamente veniva e viene versato sui propri redditi. Pareva fosse un furto relativo a un patrimonio che non era mai appartenuto agli eredi, ma che era “piovuto dal cielo” e che soprattutto non derivava da una attività o da un lavoro.

Se ad esempio una persona, con l’attività di una vita, avesse prodotto beni notevoli, questi erano di sua proprietà e non degli eredi. Si faccia il caso – ed è purtroppo frequente – che eredi legittimi attendessero la morte di un congiunto, per poi (ripeto… poi) godere di un benessere immeritato. Letta, ancora, mai aveva ritenuto di poter imporre una imposta a patrimoni di grande entità; bensì a notevoli beni che, pur tassati, non avrebbero inciso sul vivere degli eredi. Nel nostro paese infine, le imposte di successione sono infinitamente inferiori a quelle dovute, anche in paesi vicini.

La Francia, ad esempio, dove le suddette imposte non soltanto sono progressive ma – relativamente agli immobili – fanno riferimento (come d’altronde per le compravendite) al valore commerciale del bene. In Italia invece il riferimento è a quanto risulta dal Catasto, che, come si sa, porta valori molto inferiori ai commerciali. Si parla da anni di una sua riforma, ma finora nulla si è visto. Non convince invece lo scopo di quel che potrebbe derivare da tale tassa o imposta che sia. Sembra un po’ demagogica l’opinione dell’usare il ricavato a favore dei giovani. Devolverlo al mantenimento, al pagare ai ragazzi tutte le spese per lo studio? Forse un esempio potrebbe essere quanto viene fatto in Svezia o anche in altri paesi nordici: offrire ai maggiorenni un alloggio, il cui costo di locazione potrebbe essere rimborsato, ratealmente nei periodi nei quali i giovani avessero la possibilità di lavorare. Sarebbe un modo di evitare il nostro “mammismo” responsabilizzando i ragazzi.

E, dato che siamo in tema di successione, una opinione. Sappiamo che prima o poi si muore: inevitabile, una delle poche certezze assolute. Sappiamo pure che la mentalità corrente non si occupa del futuro personale. Quasi sempre le persone rivolgono le proprie previsioni a figli, se ci sono, al coniuge e a eventuali parenti o amici. E spesso si fanno sacrifici o risparmi per poter beneficiare chi ci succederà, senza pensare anche al proprio benessere.

Tuttavia non si capisce perché sia vietato diseredare i cosiddetti legittimari – figli o coniuge.

Ovvio che in assenza di testamento i figli o il coniuge superstite dovrebbero avere diritti sui beni del de cuius. In quote diverse, ma comunque ex lege. Esiste tuttavia la possibilità di comporre un testamento, col quale è possibile favorire, limitatamente, uno o più figli. Eliminarne uno, tuttavia… no.

Si faccia l’esempio di due figli, uno dei quali emigrato all’estero si limiti ad augurare il Buon Natale ai genitori e che, col proprio lavoro, abbia ottenuto un certo benessere; l’altro, non soltanto in condizioni di bisogno, sia sempre stato vicino a padre e madre. Non sembrerebbe equo ritenere entrambi i figli nella medesima posizione. L’esempio di cui sopra si riferisce naturalmente a una situazione umanamente tranquilla, ma non sempre è così.

Succede invece che al decesso di una persona, non soltanto figli o coniuge si accapiglino, ritenendo di avere più o meno diritti; succede pure che persone in perfetto accordo si trovino in comproprietà, ovviamente di immobili, e quindi chi vuol vendere, accampando esistenti o non esistenti stati di bisogno, chi invece, talvolta per motivi sentimentali, preferisce la locazione. Nascono frizioni che portano spesso a dissapori umani che si protraggono nel tempo.

Ma, indipendentemente da una successione ex lege, perché mai una persona che, partendo dal nulla, lavorando tutta una vita, sia riuscita a comporre un proprio patrimonio, non potrebbe decidere – con un semplice testamento – di devolvere il tutto a chi ritiene degno di essere beneficiato?

In alcuni paesi – soprattutto anglosassoni – si ritiene che il titolare di un patrimonio abbia il pieno diritto di devolverlo a chi ne abbia bisogno o comunque a chi ritiene opportuno.

Figli indegni o comunque non in stato di bisogno, anche perché in origine supportati dal lavoro dei genitori, coniuge che fin dall’origine era in buone condizioni sia per motivi di proprio lavoro, sia per una originaria successione.

In ogni caso si potrebbe ritenere che una persona abbia il pieno diritto di disporre a suo piacimento di quel che è suo.

Un semplice testamento, una disposizione a favore di chi si ritiene degno, sia per affetto che per bisogno, sarebbe forse la soluzione più logica e anche più equa.

In definitiva nel nostro paese vige sempre – e non soltanto in questa circostanza – il familismo. Abbia una logica, una equità, un senso?

E la tassa di successione? ultima modifica: 2021-06-28T18:41:39+02:00 da MARIA LUISA SEMI

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento