India. I fermenti nelle campagne

Quattro rivolte contadine che hanno marcato la storia moderna del gigante asiatico. Dai Faraizi, in alcune regioni orientali del Bengala nella prima metà dell'Ottocento, alle recenti proteste contro le liberalizzazioni in agricoltura, che hanno avuto grande copertura sui media internazionali.
SAURO MEZZETTI
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La parola chiave del prossimo numero della rivista Arel è “rivolta”. Se la pandemia ci aveva colti all’improvviso, svuotando le piazze che nel 2019 erano tornate a riempirsi e a esprimere la voglia forte di partecipazione, ora che ha allentato la presa i fermenti, le proteste, quando non le vere e proprie manifestazioni di ribellione, hanno riacquisito cittadinanza un po’ ovunque. E allora, rivolta sia.
Da lunedì 28 il numero web è in vendita sul sito di Arel e tra una decina di giorni la versione cartacea nelle principali librerie Feltrinelli di Roma e Milano e attraverso il sito stesso.
Proponiamo qui di seguito uno degli articoli del numero.
Ringraziamo la direzione e la redazione di Arel per la gradita cortesia, che rinnova l’ormai consolidata collaborazione tra le due riviste.

Nonostante abbia conosciuto una forte urbanizzazione negli ultimi decenni, l’India rimane comunque un paese essenzialmente di villaggi; il 60 per cento della forza lavoro dipende dall’agricoltura e ciò era stato ancora più forte in passato. È naturale quindi che la terra abbia spesso rappresentato aspirazioni, tensioni ideali e conflitti.

Ci sono state molte rivolte contadine nell’India moderna, nel XIX e XX secolo, soprattutto nel periodo coloniale e negli anni di transizione verso l’indipendenza. Alcune di queste rivolte avevano un carattere escatologico, altre di protesta non violenta contro i piantatori europei, altre ancora sono state ispirate da un’ideologia marxista. Un elemento comune era quello di avere un carattere locale, ristretto a una regione limitata, ma di riuscire a creare in quell’ambito – anche se per un breve periodo di tempo – delle forme alternative alle istituzioni governative. Ne esamineremo tre in particolare, per concludere poi con le recenti proteste contro le liberalizzazioni in agricoltura che hanno avuto grande copertura sui media internazionali.


La terra è di Dio

Nell’India premoderna non c’era una proprietà fondiaria definita, ma piuttosto una stratificazione di diritti sulla terra, dal coltivatore, alla comunanza di villaggio, ai collettori dell’imposta fondiaria in natura – la cosiddetta “quota del re” – fino ai livelli superiori dell’aristocrazia in cui ciascuna componente tratteneva una parte del raccolto.

Quando la Compagnia delle Indie assunse il controllo politico e divenne il potere egemone nel paese introdusse riforme fondiarie che stabilivano la proprietà privata della terra e un principio monetario nella tassazione. L’imposta fondiaria rappresentava la principale forma di entrata erariale nel sistema amministrativo della Compagnia, non potendo elevare imposte doganali che avrebbero danneggiato le esportazioni britanniche.

Gli amministratori della Compagnia attuarono diverse riforme del regime fondiario. In una prima fase, soprattutto nelle regioni a Nord-est del paese identificarono come proprietario il tradizionale mediatore e collettore delle imposte, chiamato Zamindar, e i coltivatori divennero di fatto dei fittavoli. L’idea era quella di creare un’elite rurale che avrebbe investito nello sviluppo e produttività dei terreni generando condizioni favorevoli per un miglioramento sociale ed economico. I risultati però furono il contrario, perché la tassazione era elevata e poco flessibile. Molti contadini persero gli appezzamenti che coltivavano di fronte all’impossibilità di corrispondere alle richieste degli Zamindar e anche gli Zamindar stessi persero talvolta le loro proprietà di fronte alle difficolta di rispondere alla pressione fiscale. Si calcola che nella prima metà del XIX secolo il quaranta per cento dei terreni sotto questo sistema abbiano cambiato proprietà (1).

Per questi motivi l’amministrazione della Compagnia introdusse diversi sistemi fondiari in altre zone del paese. Nel Sud e nell’Ovest, infatti, fu il coltivatore a essere riconosciuto come proprietario, finché fosse stato in grado di far fronte all’imposta fondiaria. Nell’India nord-occidentale venne, infine, introdotto un terzo sistema in cui il soggetto imponibile collettivo era il capo del villaggio, anche se i singoli coltivatori mantenevano i diritti di proprietà sulla terra. Questi ultimi sistemi mitigarono solo in parte le asprezze del regime fondiario introdotto dall’amministrazione coloniale. Venne creata una piccola proprietà contadina, ma si favorì la parcellizzazione dei terreni e – anche in questi sistemi – la pressione fiscale, o l’esigenza di ricorrere a usurai nei momenti di difficoltà o di cattivo raccolto, portava, in molte circostanze, alla perdita delle proprietà.

Le reazioni più forti furono però contro il sistema Zamindari che combinava le pressioni dello Stato con quelle del proprietario terriero. Nella prima metà dell’Ottocento, in alcune regioni orientali del Bengala (nell’odierno Bangladesh) si affermò un grande movimento, quello dei Faraizi, che durò qualche decennio e abbinava elementi di revivalismo islamico assieme alla protesta contro il nuovo regime fondiario.
La conquista del controllo politico dell’India da parte della Compagnia delle Indie aveva comportato non solo un nuovo regime di proprietà della terra, ma anche la fine del potere musulmano sull’India dopo diversi secoli. Nel 1803 l’Imam di Delhi aveva emesso un editto dichiarando che l’India non era più un paese della Legge (dar al-Islam) ma territorio di combattimento (dar al-harb). Il fermento religioso islamico si accompagnava quindi al malessere per i cambiamenti sociali.

Il movimento Faraizi, che vuol dire espletare il proprio dovere verso Allah, era stato fondato da Haji Shariatullah (1781-1840) nel 1819 per sradicare nella popolazione musulmana la diffusione di pratiche non islamiche e influenze e contaminazioni hindu che erano ancora molto forti e affermare una pratica rigorosa dell’Islam. Al tempo stesso il movimento Faraizi predicava l’esproprio senza indennizzo dei proprietari terrieri, che erano in gran parte hindu. Tuttavia, nel sollevare le masse rurali contro le esazioni dei nuovi Zamindar il movimento non faceva distinzioni di fede e irrompeva egualmente nelle proprietà di hindu e musulmani. (2)

Dopo la morte di Haji Shariatullah, la guida del movimento venne presa da suo figlio Dudu Miyan (1819-1862) che gli diede un carattere ancora più fortemente agrario. Avviò una campagna missionaria fondata sull’uguaglianza umana e la rivolta contro i grandi proprietari terrieri e accentuò il carattere radicale del movimento negando che l’uomo avesse diritto di imporre tasse sulla terra che era proprietà di Dio.
Dudu Miyan creò all’interno dei distretti una struttura parallela a quella del governo britannico, guidata da locali khalifa che erano incaricati di piccole circoscrizioni formate da 300-500 famiglie che a sua volta erano subordinate a un sovrindente khalifa che coordinava un insieme di circoscrizioni più ampio. I Faraizi pagavano sottoscrizioni collettive che consentivano di finanziare battaglie legali contro i proprietari terrieri. Le dispute interne erano risolte dai khalifa e nessun membro del movimento poteva rivolgersi ai tribunali ordinari senza il loro permesso. Di fatto conducevano uno Stato nello Stato (3).

Dudu Miyan incitava anche alla rivolta fiscale e a non pagare le esazioni degli Zamindar e fu imprigionato diverse volte per questa ragione, anche se i tribunali non riuscirono mai a emettere una vera sentenza di condanna a causa della sua popolarità.

Alla morte di Dudu Miyan la guida del movimento venne presa dai suoi tre figli in successione, ma perse gradualmente di vigore in mancanza di una solida e carismatica direzione.


Il colore dell’Indaco

Oltre all’oppressione fiscale del nuovo regime fondiario, un altro fattore di malessere e sfruttamento provenne dall’introduzione delle piantagioni commerciali, in particolare dell’indaco. Si tratta di una pianta ben acclimatata in India che produce un colorante blu che con l’avvento della rivoluzione industriale e lo sviluppo dell’industria tessile inglese acquisì grande domanda nei mercati internazionali. Ci fu quindi una forte espansione di questo tipo di coltivazione da parte dei piantatori europei che ne detenevano il monopolio. I coltivatori indiani furono spesso forzati a produrre indaco anziché colture alimentari

A questo scopo, ricevevano prestiti ad alti tassi d’interesse che non erano in grado ripagare. I prezzi a cui dovevano rivendere l’indaco erano molto bassi – talvolta solo il 2,5 per cento del prezzo di mercato – e gli alti margini di profitto erano incamerati dai piantatori europei. Se un contadino rifiutava di coltivare indaco era spesso soggetto ad abusi e vessazioni illegali come l’incendio o il saccheggio dei raccolti.

Una circolare del Governatore generale dell’India nel 1810 sottolineava che erano giunte all’attenzione del governo le pratiche di abusi e oppressione commesse dai piantatori europei di indaco in varie parti del paese e deprecava gli atti di violenza, detenzione illegale dei nativi o punizioni corporali (4).

Nonostante ciò non furono prese particolari misure, fino al 1860, quando sorse un grande movimento di rivolta. Alcuni coltivatori, in Bengala, rifiutarono di coltivare indaco e resistettero alle forze di polizia che erano intervenute. I piantatori europei, come risposta, aumentarono i fitti e sfrattarono i coltivatori. Ma a questo punto la protesta si allargò e si trasformò in un movimento di resistenza passiva, non violento, con uno sciopero generale – forse il prima nella storia indiana, quando anche l’industria non era ancora sviluppata. Ci fu una repressione brutale della rivolta e alcuni suoi leader furono impiccati, ma il movimento ebbe un sostegno forte di buona parte della società bengalese, sia hindu che musulmana, delle classi medie e della stampa. Nel frattempo anche il governo indiano era passato dal controllo della Compagnia a quello diretto della Corona e il clima era cambiato. Il movimento ebbe quindi un certo successo e il governo istituì una commissione che riconobbe le pratiche illegali effettuate dai piantatori europei – una dichiarazione nel rapporto conclusivo sosteneva che ogni cassa di indaco che raggiungeva l’Europa era macchiata di sangue – intimò alla polizia di non effettuare interventi a sostegno di richieste illegali dei piantatori, ma non si spinse fino al punto di creare una nuova legislazione. Dopo questo episodio l’espansione delle coltivazioni di indaco si arrestò, per poi ridursi ulteriormente con la seconda rivoluzione industriale e l’avvento dei coloranti chimici.

Quasi sessant’anni dopo, però, l’indaco fu l’occasione per l’entrata in scena di Mahatma Gandhi nella politica nazionale indiana. Fino ad allora Gandhi era conosciuto in patria soprattutto per il suo impegno per la comunità indiana in Sudafrica dove aveva soggiornato fino al 1915, ma non era ancora il leader riconosciuto del movimento per l’Indipendenza.

Nel 1917 Gandhi venne invitato da un agricoltore locale a recarsi nel distretto di Champaran, in Bihar, dove l’indaco era la coltivazione principale ed era in corso una vertenza contro i piantatori. Secondo il sistema locale i coltivatori dovevano dedicare una parte rilevante dei loro terreni alla coltivazione dell’indaco, e chiedevano una sostanziale riduzione di questa quota o la sua abolizione.

Inoltre, la riduzione dei prezzi di mercato dell’indaco naturale – per via dello sviluppo dei coloranti chimici – aveva indotto i piantatori ad aumentare gli affitti e le esazioni illegali per compensare la perdita dei margini di profitto.

All’arrivo a Champaran, Gandhi subì un immediato ordine di espulsione dal distretto pena l’arresto, ma la mobilitazione degli agricoltori costrinse il tribunale a ritirare il provvedimento. Gandhi trascorse diversi mesi in Bihar, visitando villaggi e incontrando personalmente 8000 coltivatori e sottomise un rapporto al governo dopo aver partecipato a vari raduni che di volta in volta avevano visto la presenza tra 10.000 e 30.000 persone. Per Gandhi fu l’occasione di applicare per la prima volta in India, con successo, le tecniche di persuasione non violenta che aveva attuato in Sudafrica. Non si trattava solo di attuare forme di resistenza passiva ma anche di conseguire un innalzamento delle condizioni morali dei coltivatori e ottenere un risultato tramite un cambiamento di attitudine dell’amministrazione governativa. Gandhi si adoperò per migliorare la coscienza di sé dei coltivatori, superare le barriere dell’ignoranza e della paura che, secondo lui, erano una delle principali ragioni che li rendeva deboli presso i piantatori, cercò di inculcare coscienza dei loro diritti e dare strumenti legali per proteggerli, aprì scuole e lanciò campagne per migliorare l’igiene. Il governo locale alla fine concordò con Gandhi la costituzione di una commissione pubblica che indagasse le condizioni dei coltivatori, di cui anch’egli fece ufficialmente parte. Il governo regionale approvò infine un decreto agrario per Champaran che riduceva sostanzialmente i fitti dei terreni e consentiva la coltivazione dell’indaco solo su base volontaria e non coatta.

L’episodio di Champaran, al di là delle valenze locali, ha avuto un grande impatto perché pose in luce la figura di Gandhi e dei suoi metodi non violenti all’attenzione del paese ed è ricordata come un punto importante nella storia indiana, un momento iconico, perché rappresentò l’inizio della sua ascesa come guida del movimento nazionalista.


Soviet in Telengana

Negli anni Quaranta del XX secolo – al crespucolo della dominazione coloniale in India – ci fu un proliferare di sommovimenti contadini, anche sotto l’influenza crescente del Partito comunista. Il più noto di questi avvenne nella regione del Telengana, nel Sud dell’India, tra il 1946 e il 1951, durante la transizione verso il nuovo Stato indipendente.

Il Partito Comunista aveva un certo radicamento nella realtà indiana. Contrariamente al Congresso durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale appoggiò lo sforzo bellico del governo britannico dopo che era entrato in alleanza con l’Unione Sovietica e quindi si astenne dal creare difficoltà al governo o alimentare agitazioni sociali. Però con la fine del conflitto e le prime tensioni della Guerra Fredda assunse iniziative sempre più radicali.

Il Telengana era una ragione che faceva parte dello Stato di Hyderabad che non era sotto il dominio diretto della Corona, ma era governato da un Nizam, un sovrano locale. Infatti esistevano in India diversi principati locali che non erano stati incorporati nelle province britanniche, ma godevano di una sorta di semiautonomia, soprattutto nella politica interna.

Diverse parti dello Stato di Hyderabad, tra cui il Telengana, erano sottoposte a un regime feudale, caratterizzato da grandi latifondi, molto gravoso per i coltivatori. Le tassazioni erano alte, il controllo delle colture commerciali era nelle mani dei ceti elevati, non esisteva piccola proprietà contadina, i lavoratori della terra potevano essere sostanzialmente solo mezzadri, fittavoli o braccianti.

In più esisteva anche un sistema di lavoro coatto, chiamato Vetti, in base al quale gli strati subalterni
avevano l’obbligo di assegnare un membro della loro famiglia all’esecuzione di vari lavori di servizio.

Con la fine della dominazione coloniale, nel 1947, i principati locali dovettero scegliere se accedere all’India o al Pakistan, ma lo Stato di Hyderabad, che era governato da un sovrano musulmano anche se la popolazione era in grande maggioranza hindu, tentò di mantenere la propria indipendenza, come del resto il Kashmir.

Il sovrano di Hyderabad incorraggiò anche la costituzione e le attività di una milizia, i Razakars, per resistere all’inglobamento nell’Unione Indiana, che agì in maniera brutale e violenta. La milizia era composta prevalentemente da musulmani, ma vi era anche una piccola minoranza di elementi hindu che proteggeva i grandi interessi agrari legati al Nizam. Nella regione del Telengana si formò un movimento contadino di resistenza con l’appoggio del Partito Comunista, anche con la fornitura di armi. Il Partito Comunista era attivo in Telengana sin dal 1934 e intensificò la sua propaganda nel 1946 in coincidenza con una grave carestia. Nel 1948 l’esercito e la polizia indiana occuparono lo Stato di Hyderabad annettendolo all’India, dopo aver superato una breve resistenza dei Razakars. Nel frattempo, nella regione del Telangana si era costituita un’amministrazione parallela che coinvolse tremila villaggi e tre milioni di abitanti su una regione di oltre 40.000 chilometri quadrati.

Per 18 mesi l’amministrazione fu gestita da comitati contadini e repubbliche di villaggio, gli sfratti e i lavori coatti vennero aboliti, circa 400.000 ettari di terre furono redistribuiti e fu organizzata una milizia di 10.000 persone e una squadra di guerriglia di oltre duemila elementi. L’esercito indiano e la polizia dello stato di Hyderabad dispiegarono 50.000 uomini per sopprimere la rivolta. Secondo fonti non ufficiali il governo indiano ha speso per riprendere il controllo della regione più di quanto abbia speso nel conflitto col Pakistan per il controllo del Kashmir5. Di fronte all’azione militare il movimento perse gradualmente coordinazione, alcune frange continuarono la lotta armata, mentre altre accettarono gli appelli alla pacificazione. Anche la dirigenza del Partito Comunista era divisa tra chi propugnava la continuazione della lotta armata e chi riteneva fosse un tentativo velleitario. Infine, dopo alcuni gesti di conciliazione da parte del Congresso la rivolta venne ufficialmente revocata nell’ottobre del 1951. L’insurrezione ebbe anche un’eco internazionale e una delegazione del Partito Comunista incontrò pure Stalin e i vertici del PCUS per discutere la strategia e le prospettive della situazione indiana. La rivolta mise in luce anche le contraddizioni interne al Partito Comunista, tra un’ala destra che riteneva che si dovesse passare prima per una fase democratico- borghese e un’ala sinistra che riteneva che si dovesse seguire una via rivoluzionaria diretta secondo l’esempio cinese, molto più simile a quello indiano. È significativo che tale divisione sarebbe durata per quindici anni fino a una scissione nel 1964 da cui nacquero due partiti, uno “revisionista”, filosovietico e più incline alla collaborazione col Congresso, e l’altro filocinese e più radicale. La scissione perdura tutt’oggi, anche se le differenze ideologiche sono attenuate e i due partiti comunisti concorrono alleati nelle competizioni elettorali.

Il Partito Comunista beneficiò molto da questo episodio in Telengana e da altre agitazioni in Kerala e in Bengala e alle prime elezioni politiche del 1952 risultò il principale partito di opposizione.

Il Congresso, da parte sua, non si limitò soltanto alla risposta repressiva, ma mise in campo uno stretto collaboratore di Gandhi, Vinobha Bhave (1895-1982) che, nell’aprile del 1951, lanciò il cosiddetto movimento Bhoodan – in una zona in cui era forte l’influenza comunista – che si proponeva di incoraggiare la donazione volontaria di terre da parte dei grandi proprietari. Diversi latifondisti aderirono all’iniziativa, con parziali donazioni, e il movimento si estese anche ad altre parti dell’India. Nel giro di sei anni furono raccolte donazioni per quasi due milioni di ettari (6) e venne emanata una legislazione per la loro gestione, tramite un ente fondiario e la distribuzione in concessione agli strati più deboli del mondo rurale, con il diritto di uso ma senza il diritto di vendita.

Tra le conseguenze importanti della rivolta in Telengana ci fu l’accelerazione delle riforme fondiarie, rispetto alle quali c’erano diverse esitazioni all’interno del Congresso, che portarono a una legislazione che abolì ogni forma di intermediazione tra il coltivatore e lo Stato, sopprimendo il sistema Zamindar e altri sistemi feudali analoghi, e mise un limite all’ammontare del possesso individuale di terre eliminando i grandi latifondi.


La liberalizzazione del mercato agricolo

Per quasi duecento anni l’India ha conosciuto frequenti carestie e crisi alimentari, l’ultima delle quali avvenne nel 1965. Dopo di allora nel giro di pochi anni, grazie all’adozione delle tecnologie agricole e di nuove varietà più produttive introdotte dalla Rivoluzione Verde, l’India ha conseguito l’autosufficienza alimentare, in particolare nel settore cerealicolo. Ciò ha portato anche prosperità nelle campagne di alcune regioni del paese, come il Punjab, dove vi si registrano tra i più alti redditi pro-capite. Alla Rivoluzione Verde è seguita poi la Rivoluzione Bianca, che ha portato l’India ad essere il primo produttore mondiale di latte, e altre rivoluzioni nel settore avicolo, che hanno reso l’India un grande produttore di uova e pollame. Lo sviluppo agricolo è però ineguale, diversificato tra regione e regione, e dipendente da un forte sostegno statale, associativo e cooperativo.

Data la grande diffusione di una piccola proprietà contadina, la distribuzione sul mercato interno è assai frammentata, con grandi sprechi e costi per il consumatore o per la trasformazione industriale. Il mercato interno poi è strettamente regolamentato per alcuni prodotti strategici come i cereali che possono essere trattati all’ingrosso solo tramite agenzie e canali stipulati dal governo.

Nel settembre 2020 il governo ha approvato un pacchetto di riforme per liberalizzare la commercializzazione dei prodotti agricoli, che prevedono la possibilità per un coltivatore di vendere i propri prodotti non solo nei mercati all’ingrosso stabiliti dal governo, ma anche a operatori privati, e di poter effettuare contract farming stabilendo in anticipo i prezzi con i grandi acquirenti privati. Sulla carta è un’iniziativa che dovrebbe favorire un sistema distributivo efficiente e meno costoso e al tempo stesso concedere l’opportunitàai coltivatori di vendere al migliore offerente. In realtà ha provocato grandi proteste – soprattutto da parte dei coltivatori del Punjab – che hanno catturato l’attenzione del paese e dei media internazionali, bloccando giornalmente, per quattro mesi, le vie di accesso a Delhi con decine di migliaia di dimostranti e creando una delle più serie difficoltà al governo di Narendra Modi da quando è in carica. Il principale punto di critica è che il piccolo coltivatore sarebbe in questo modo alla mercé degli operatori della grande distribuzione, rispetto ai quali ha una minore capacità contrattuale. Al momento i coltivatori offrono i loro prodotti sui mercati all’ingrosso del governo, chiamati Mandi, dove possono collocarli a un prezzo minimo garantito. Il timore però è che questa riforma provochi il loro fallimento rispetto alla concorrenza privata o preluda a un loro smantellamento, lasciando il coltivatore alla trattativa coi privati senza il supporto del prezzo minimo.

Di fronte alle proteste il governo ha avviato un tavolo negoziale e offerto una sospensiva per 18 mesi delle riforme in attesa di discutere il provvedimento e garanzie sulla continuazione dei meccanismi di supporto e assistenza. Le organizzazioni contadine però hanno opposto un rifiuto radicale, continuando le proteste a oltranza finché il provvedimento non sarà ritirato. Qualche commentatore ha paragonato questa vertenza con i coltivatori al confronto che Margareth Thatcher ebbe nel 1984-85 con lo sciopero a oltranza dei minatori nel Regno Unito, sostenendo che le riforme proposte siano analoghe come portata alle riforme economiche del 1991 che hanno portato a una maggiore liberalizzazione dell’economia e siano un passo necessario per modernizzare il paese e il settore agroalimentare. Al momento, però, la sfida è interrotta, la seconda ondata del Covid ha colpito tragicamente il paese, soprattutto al Nord, tutto è stato messo in secondo piano.


Note
1 Barrington Moore Jr., Social Origins of Dictatorship and Democracy. Lord and Peasant in the Making of the Modern World, Penguin University Books 1966.
2 Z.H. Faruqi, The Deoband School and the Demand for Pakistan, Asia Publishing House New Delhi 1963 p. 18.
3 Francis Robinson (ed) The Islamic World in the Age of Western Dominance Volume 5 in The New Cambridge History of Islam, Cambridge University Press 2011 p. 218.
4 A.R. Desai, Peasant Struggles in India, Bombay Oxford University Press pp. 148-149.
5 P. Sundarayya, Telangana People’s Armed Struggle, 1946- 1951. Part One: Historical Setting in «Social Scientist», Vol. 1, Numero 7, febbraio 1973.
6 https://www.downtoearth.org.in/blog/wheres-bhoodan-land-34263>.

India. I fermenti nelle campagne ultima modifica: 2021-06-29T18:32:48+02:00 da SAURO MEZZETTI
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