Cento anni del partito. Xi-Mao minaccia fuoco e fiamme

Il discorso muscolare del numero uno cinese, leader di un paese isolato, un paese che teme inesistenti congiure dei “colonialisti”, un paese insicuro e aggressivo a dispetto dei suoi successi economici.
BENIAMINO NATALE
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Vestito alla Mao Zedong, sempre più somigliante, anche fisicamente, a Mao Zedong, il presidente della Repubblica Popolare Cinese, capo delle forze armate e segretario del Partito comunista cinese Xi Jinping ha parlato il 30 giugno a una folla di decine di migliaia di persone in occasione del centenario – 1921-2021- della fondazione del partito.

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E come Mao Zedong ha parlato: la Cina “non subirà le prepotenze di nessuno, non tollererà attacchi alla sua integrità territoriale”; solo il “socialismo con caratteristiche cinesi” (cioè la dittatura del Partito comunista) “può portare alla crescita della Cina”. 

Molti commentatori continuano, erroneamente, a definire Xi Jinping “il leader cinese più potente dopo Mao”, perché ha accentrato il potere nelle sue mani. In realtà Deng Xiaoping, il leader che ha demolito la cosiddetta “banda dei quattro” – i veri successori di Mao – aprendo il paese agli investimenti stranieri e innescando il miracolo economico cinese, aveva sicuramente un consenso più vasto e più solido di quello di cui gode Xi. Vero è che Xi ha sbaragliato i suoi oppositori interni più in vista e ha creato all’interno del partito un regime di terrore che non permette al dissenso di emergere. Eppure è molto probabile che nel Pcc i riformisti siano ancora numerosi e che abbiano un vasto consenso tra i cittadini, anche se nessuno ha il coraggio di contrastare gli agenti di Xi che inondano i social di messaggi ultra-nazionalisti e la buffonata della “wolf-diplomacy”, la diplomazia super-aggressiva portata avanti da burocratelli azzimati più adatti alle cene nei ristoranti di lusso con i finanzieri di Wall Street che alla guerra di guerriglia. Non per niente la “wolf-diplomacy” è stata un fallimento su tutta la linea e oggi Xi/Mao non è il più potente, ma il più isolato dei leader comunisti cinesi degli ultimi decenni.

A parte Beppe Grillo, Viktor Orbán e pochi altri osservatori accecati dall’anti-americanismo o dalla nostalgia del comunismo reale, nessuno più sembra disposto a sostenere le fantasie dei dirigenti del Pcc.

La prima cosa che la comunità internazionale dovrebbe fare – e in parte sta facendo – è quella di riaffermare una serie di verità storiche che spesso sfuggono agli osservatori superficiali. Oggi nessuno vuole attaccare e strappare territorio alla Cina. Chi sarebbero questi stranieri minacciosi costantemente citati da Xi Jinping? La Turchia che vuole prendersi lo Xinjinag? L’India che vuole prendersi il Tibet? Chi minaccia di “sovvertire” Hong Kong, una volta fiore all’occhiello della Cina delle riforme? 

Al contrario, è la Cina che rivendica un intero Stato dell’India – l’Arnunachal Pradesh – e tutto il Mar della Cina meridionale, prevaricando i diritti di tutti gli altri paesi rivieraschi. Taiwan, che Xi e gli altri dirigenti comunisti cinesi considerano “parte integrante” del territorio della “patria” e minacciano fuoco e fiamme contro chiunque affermi il contrario, è un paese democratico, ricco e di fatto indipendente nel quale la maggioranza della popolazione non ha alcuna intenzione di finire sotto la dittatura di Pechino. In altre parole, gli unici che vogliono sottrarre Taiwan alla “sacra patria” sono i taiwanesi!

Il possesso di Taiwan e di tutto – o quasi – il Mar Cinese Meridionale è stato rivendicato dai nazionalisti del Kuomintang prima che dai comunisti, che da quelli ha ereditato queste rivendicazioni. Sono il frutto di un nazionalismo ottocentesco che non ha basi nel mondo di oggi ma che ancora ispira il gruppo dirigente cinese.

Quanto a Hong Kong, è Pechino, e nessun altro, a essere venuta meno agli accordi internazionali soffocando tutte le libertà civili e rinnegando la Basic Law, la Costituzione del territorio, che la Cina ha sottoscritto e che indica come “obiettivo finale” l’elezione del “chief executive”, carica equivalente a quella di primo ministro, attraverso il “suffragio universale” – vale a dire l’istituzione di un sistema pienamente democratico.

A parte un paese in bancarotta come il Pakistan (che si proclama difensore dei diritti di tutti i musulmani del mondo ma che rifiuta di pronunciarsi a favore dei musulmani uighuri perseguitati da Pechino), la Cambogia (governata da quattro decenni da un dittatore incompetente) e la sempre di più orwelliana Corea del Nord, tutti gli altri vicini gli si sono rivolti contro, se lasciamo da parte i vaneggiamenti del presidente filippino Rodrigo Duterte, che ha dovuto fare marcia indietro dalla sua svolta filocinese quando si è reso conto che l’unica minaccia all’“integrita’ territoriale” delle Filippine viene proprio da Pechino.

Oltre al Giappone, il nemico “storico” che in realtà oggi dovrebbe essere un alleato se prendiamo in considerazione l’integrazione tra le economie dei due paesi, vale la pena di citare i casi dell’Australia, che ha spalancato le porte a Pechino e poi s’è accorta che Pechino non dava nulla in cambio, e del Vietnam, un altro paese comunista che la Cina ha attaccato senza successo nel 1979 e che ha subito una guerra assurda e inutile da parte degli USA (per la paranoia anticomunista che dominava negli anni Sessanta e Settanta del secolo passato il mondo politico statunitense). Oggi, la Cina è considerata il rivale strategico degli USA e il Vietnam è un loro alleato e uno dei pochi paesi in grado di contenere, anche dal punto di vista militare, l’aggressività di Pechino. Come ha scritto recentemente il giornalista e autore George Packer sulla rivista The Atlantic, Robert McNamara, il principale fautore della guerra in Indocina, è stato probabilmente il peggiore segretario di stato americano di tutti i tempi, preceduto solo dal profeta della disastrosa guerra in Iraq, Donald Rumsfeld, ma questo è un altro discorso.

La Cina oggi è un paese isolato, un paese che teme inesistenti congiure dei “colonialisti”, un paese insicuro e aggressivo a dispetto dei suoi successi economici che – vale la pena di ricordarlo – sono venuti quando Deng ha dato più – e non meno, come invece fanno Xi e i suoi collaboratori – libertà alla popolazione e ha aperto le porte agli stranieri. C’è solo da sperare che qualcuno fermi Xi Jinping e le sue mire aggressive prima che queste portino a conseguenze disastrose per la Cina e per il resto del mondo.

Cento anni del partito. Xi-Mao minaccia fuoco e fiamme ultima modifica: 2021-07-01T19:22:53+02:00 da BENIAMINO NATALE

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