Eurosorprese in stile ’76 e ’92

Giunti ai Quarti di finale, possiamo dire che è una competizione strana, particolare. Ricorda da vicino due tornei di un passato ormai remoto: gli Europei jugoslavi del '76 e gli Europei svedesi del '92.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Se n’è andato il Novecento, son finite le grandi ideologie, sono scomparsi, quasi ovunque nel mondo, i grandi partiti e anche dove resistono hanno comunque una fisionomia assai diversa rispetto al passato. Eppure, quando un pallone comincia a rotolare su un prato verde, ecco che la ciclicità degli eventi di vichiana memoria riemerge e ci regala attimi di intensa passione come, ad esempio, quelli che stiamo vivendo in questi Europei. Giunti ai Quarti di finale, possiamo dire che è una competizione strana, particolare. Ricorda da vicino due tornei di un passato ormai remoto: gli Europei jugoslavi del ’76, decisi a favore della Cecoslovacchia da un cucchiaio di Antonin Panenka*, sul quale gravava la responsabilità di dover per forza segnare contro la Germania Ovest, icona del blocco occidentale, e gli Europei svedesi del ’92, con i tedeschi, non più divisi dal Muro, costretti stavolta ad arrendersi al cospetto della bellissima Danimarca, rivelazione assoluta del torneo.

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Perché se la Cecoslovacchia degli eredi di Masopust era comunque una potenza del calcio mondiale, i danesi non avrebbero dovuto nemmeno prender parte a quella competizione, salvo vedersi costretti a subentrare alla Jugoslavia in preda alla barbarie, esclusa per via di una risoluzione dell’ONU, riuscendo incredibilmente a salire sul tetto del Vecchio Continente. Nacque così la generazione di fenomeni che avrebbe illuminato gli anni Novanta, a cominciare da Peter Schmeichel, il cui figlio Kasper è oggi l’estremo difensore della Nazionale, oltre a essere uno dei punti di riferimento del Leicester.

Romelu Lukaku

E che dire dei Laudrup e di un’altra serie di campioni che illuminarono le notti di quasi trent’anni fa e i cui eredi dovranno vedersela proprio con la Repubblica Ceca di Schick e soci? L’abbiamo colpevolmente sottovalutata all’inizio della manifestazione, specie dopo il sonoro 4 a 0 inflittole dall’Italia, e invece i cechi sono stati capaci di qualificarsi con pieno merito agli Ottavi e di superare di slancio la deludente Olanda. Senza contare l’Ucraina di Sheva e Tassotti, che vorrebbe tanto togliersi la soddisfazione di mortificare gli inglesi sul prato dell’Olimpico di Roma per lanciarsi verso un sogno più grande di ogni loro pensiero e aspettativa. Fin dalla prima partita, persa 3 a 2 contro l’Olanda, era parso evidente che i ragazzi di Shevchenko non fossero per nulla intenzionati a recitare il ruolo di comparse, in un contesto in cui si erano trovati subito a loro agio, probabilmente persino più degli incostanti olandesi. E farebbe bene, la cara vecchia Spagna, a non commettere contro la Svizzera lo stesso tragico errore dei presuntuosi francesi, convinti di potersi mangiare i vicini di casa in un sol boccone e costretti, al contrario, a subire dapprima una rimonta ai limiti del clamoroso, da 3 a 1 a 3 a 3, e poi l’eliminazione ai rigori per via di un errore di Kylian Mbappé, ossia della stella più attesa del torneo che, ahinoi, ha tristemente fallito il suo secondo appuntamento con la gloria.

Infine ci saremmo noi, considerati una buona compagine ma non certo favorita per la vittoria finale, che ci siamo guadagnati sul campo stima e applausi e che adesso incutiamo un certo timore al fortissimo Belgio di Lukaku e soci, primo nel ranking FIFA ma ancora incompiuto in fatto di vittorie importanti. È un Europeo strano, itinerante, assurdo, costretto a fare i conti con molte questioni esterne, dal Black Lives Matter al Covid, e proprio per questo assai simile a due dei precedenti più politicizzati in assoluto, in cui si esaltarono le compagini che dovevano ribadire la potenza dell’Est di fronte all’arroganza dell’Ovest o far dimenticare le faide balcaniche e mostrare la gioia bambina di ragazzi che trionfarono per caso, forse senza nemmeno rendersi conto fino in fondo di ciò che avevano fatto. Ormai siamo arrivati al dunque. Nessuno può più permettersi di sbagliare. 

*Immagine d’apertura: Nel 1976, a Belgrado, per la prima volta un grande torneo si conclude ai calci di rigore. Germania Ovest e Cecoslovacchia hanno chiuso infatti i supplementari sul 2-2. L’ultimo rigorista cecoslovacco è Antonin Panenka. La palombella è perfetta e il portiere tedesco, da terra, può solo restare a guardare un pallone lento e beffardo infilarsi in porta. [da Albaeruopei]

Eurosorprese in stile ’76 e ’92 ultima modifica: 2021-07-02T16:52:14+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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