La vita secondo Fran Lebowitz

Bompiani ha pubblicato una raccolta di saggi della scrittrice newyorkese, una delle autrici americane umoriste più note sia per i suoi libri sia per i suoi interventi in pubblico su argomenti di attualità.
scritto da VICTORIA SURLIUGA
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Versione inglese

Fran Lebowitz. La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire. Bompiani, 2021. Traduzione e cura di Giulio D’Antona. Prefazione di Simonetta Sciandivasci.

A maggio Bompiani ha pubblicato una raccolta di saggi di Fran Lebowitz, scrittrice americana che vive a New York, nella collana Amletica leggera, ideata da Umberto Eco nel 1967 per libri umoristici, scritti da autori quali Woody Allen, Enzo Jannacci e Charles Schulz. La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire (una citazione da p. 85) presenta una selezione di saggi tratti da due raccolte di Fran Lebowitz, Social Studies (Random House, 1981) e Metropolitan Life (Dutton, 1978), in traduzione italiana e accompagnate da un’introduzione di Simonetta Sciandivasci e due interviste: una, di James Linville e George Plimpton, dal titolo Un’umorista all’opera (Fran Lebowitz: A Humorist At Work) pubblicata nel 1993 in The Paris Review e un’altra, del 18 gennaio 2021, raccolta da Giulio D’Antona, Biden è più vecchio di me.

Fran Lebowitz è una delle autrici americane umoriste più note, sia per i suoi libri sia per i suoi interventi in pubblico su argomenti di attualità, la vita a New York, ma anche su testi letterari, presso università, musei, istituzioni quali la New York Public Library, dove ha intervistato il Premio Nobel Toni Morrison nel 2008. Lebowitz ha scritto per molti anni su diverse testate, da Vanity Fair a The New York Times e Vogue, contribuendo con interviste e articoli. Nel 1987, ad esempio, è stata autrice di un notevole intervento sugli effetti dell’AIDS sulla comunità artistica (“The Impact of AIDS on the Artistic Community”, The New York Times). Frequentatrice della mondanità newyorkese, Lebowitz è stata nominata nella lista delle persone meglio vestite, la Best-Dressed List di Vanity Fair del 2006. Ha avuto anni di visibilità come opinionista e scrittrice: i suoi tre libri hanno ottenuto recensioni, citazioni e segnalazioni soprattutto sul New York Times, e includono un libro per bambini particolarmente bello dal titolo Mr. Chas and Lisa Sue Meet The Pandas (Knopf, 1994; in Italiano, Due panda a New York, Fabbri, 2002). Lebowitz è stata recentemente molto discussa per via della serie televisiva di Martin Scorsese in sette episodi, messa in onda su Netflix nel 2021, Pretend It’s a City, che fa seguito a un primo documentario dal titolo Public Speaking dello stesso regista, uscito nel 2010.

Fran Lebowitz e Andy Warhol a un party a New York, 1977

Fran Lebowitz è una personalità di spicco nel panorama della letteratura e arte contemporanee per il lavoro da lei svolto e le frequentazioni intellettuali di rilievo che hanno avuto un grande impatto sulla sua scrittura. Intorno ai vent’anni, Lebowitz lavorava per Changes, una rivista fondata da Susan Graham Ungaro, moglie del jazzista Charles Mingus. Ha scritto per Mademoiselle e per Interview (quando si presentò negli uffici di Interview, Andy Warhol, che aveva fondato la rivista, la assunse subito), collaborando dapprima con la rubrica The Best of the Worst seguita da I Cover The Waterfront, un titolo che le è stato ispirato da Tennessee Williams. I film commentati inizialmente da Lebowitz erano quelli prodotti dall’American International Pictures (A.I.P.), i cosiddetti film di serie B di cui era appassionato Quentin Tarantino. In seguito, il contenuto si è spostato a un’analisi della società americana così che vari saggi brevi sono confluiti in Metropolitan Life e Social Studies. 

Nel corso degli anni, Lebowitz ha creato un percorso di scrittura non indifferente, a tutto tondo, che include i suoi libri e importanti interviste dettate per Vanity Fair, tra il 1997 e il 1998: Fran Lebowitz on Age, Fran Lebowitz on Race, Fran Lebowitz on Money, a partire da Fran Lebowitz on Sin per Vogue nel 1986. Fran Lebowitz è inoltre stata intervistata da Marc Balet, David Bowie, Francesco Clemente e Lisa Robinson, e anche il celebre editor André Leon Talley ha scritto un intervento su Vogue che la riguarda. Varie personalità dell’arte, della letteratura, della moda e della musica si sono dunque occupate del suo lavoro e della sua presenza pubblica.

Lebowitz ha spesso menzionato di non scrivere abbastanza e di avere un blocco dello scrittore, ma la sua bibliografia e i suoi interventi pubblici rivelano comunque una notevole frequentazione con l’arte di gestire le parole e la comunicazione. Nell’intervista tratta da The Paris Review, Lebowitz spiega di essere interessata alle abitudini degli scrittori, come ad esempio quante parole al giorno scrivono. Riferisce quando, in una visita a Sotheby’s, avesse spiegato a chi le aveva fatto vedere un manoscritto di Mark Twain che i numerini indicati sulle pagine corrispondevano al numero di parole scritte quel giorno, come se anche lo scrittore volesse capire come procedeva il suo lavoro.

Nell’antologia pubblicata da Bompiani, che raccoglie brani dai due libri più significativi, poi confluiti nel 1994 in The Fran Lebowitz Reader per Vintage Books, il tono secco e determinato della sua scrittura in inglese viene per fortuna mantenuto. La voce narrante traspare nella scelta dei testi, guidata in parte dalla traducibilità degli scritti. Il talento di Lebowitz consiste nel suo tono insieme newyorchese e universale. In inglese, il dettato ha un preciso ritmo verbale che riproduce la voce narrante della scrivente. Entrambi i libri sono da considerarsi manuali di stile, dove la questione delle buone maniere in democrazia è analizzata fin dai primi testi:

Un ‘comportamento accettabile’ […] richiede, per esempio, che la gente si astenga dall’inaugurare nuovi trend, dal superare le proprie inibizioni o dal coltivare talenti nascosti (p. 17).

Ne consegue che

Il vero talento artistico è una dote che hanno in pochissimi. Di conseguenza, sforzarsi peggiorando la situazione è tanto disdicevole quanto inutile. Se sentite l’urgenza cocente di scrivere o dipingere, limitatevi semplicemente a mangiare qualcosa di dolce: vedrete che la sensazione svanirà. La storia della vostra vita non è materiale per un buon libro. Non ci provate nemmeno (p. 21).

In poche parole, Lebowitz ha tracciato il ritratto di una buona parte degli scriventi assidui, perché come aveva commentato nell’intervista a Toni Morrison riportata in Pretend It’s a City, il “common reader”, ovvero il lettore tipico, è stato sostituito dal “common writer”, dove il termine “common” contiene un gioco di parole tra comune o banale.

Molti episodi del libro di Fran Lebowitz sono degni di nota, a partire dalle considerazioni sugli sportivi, con i quali l’autrice sostiene di non condividere nulla:

Gli sport non mi interessano granché. In generale mi sembrano attività pericolose e faticose, praticate da persone con le quali non ho niente in comune, se si esclude il diritto a un equo processo (p. 34).

E aggiunge:

Cionondimeno ci sono competizioni alle quali prendo parte e, devo aggiungere, non senza sfoggiare una certa competenza. […] 1. ordinare la colazione a domicilio; 2. ritirare la posta; 3. uscire a comprare le sigarette; 4. vedersi per un drink [sono] competizioni alle quali [lei] prende parte, non senza sfoggiare una certa competenza. […]. Come potrete notare si tratta di attività decisamente legate alla città, e in quanto tali tendono a godere di ben poco rispetto da parte dei fanatici di sport. Eppure richiedono tutte abilità, energia e coraggio. E ognuna comporta i suoi premi e le sue penalità (pp. 34-35). 

Al centro di questi scritti stanno le massime ironiche dell’autrice sulle abitudini della vita cittadina. Si legge, ad esempio:

La gente cucina e mangia da migliaia di anni, quindi dev’esserci un motivo se nessuno prima di voi ha pensato di aggiungere succo di lime fresco alle patate gratinate (p. 91).

La raccolta offre anche considerazioni sul cinema, ad esempio riguardo a Roma e Fellini:

È una città folle, sotto tutti i punti di vista. Basta passarci un’ora o due per rendersi conto che Fellini gira documentari (p. 56).

Ma subito dopo arriva la battuta: se il cinema fosse veramente

un’importante forma d’arte [e se i film] fossero di natura tanto alta e seria, come potreste sopportare anche solo lontamente l’idea che vengano proiettati in posti dove si vendono aranciata e caramelle gommose? (p. 166).

Martin Scorsese e Fran Lebowitz in Una vita a New York

Fran Lebowitz è una figura singolare, capace di aver creato una base di fan senza averlo mai voluto, capace di interessare cineasti ed editori importanti anche se non è una personalità mediatica attiva e da quasi trent’anni pubblica solo articoli che non ha ancora raccolto in volume. Il suo unico mestiere sembra non tanto quello di fare il critico ma proprio quello di criticare tutto quello che si può e più che si può, ma anche questa sarebbe una visione limitante (anche se è quella che emerge di più nella serie diretta da Scorsese). In realtà ha cose serie da dire su argomenti seri, ma per coglierle bisogna saper passare la barriera della sua rigorosa ironia. Questo libro è la prima occasione che ha il lettore italiano per avvicinarsi al suo brillante umorismo.

La vita secondo Fran Lebowitz ultima modifica: 2021-07-02T20:35:34+02:00 da VICTORIA SURLIUGA

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