Contro il regime di Abu Mazen

L’uccisione di Nizar Banat a opera di agenti della sicurezza interna palestinese alimenta la ribellione da tempo in corso, ma ora aperta, verso una leadership corrotta e inetta, decisa a tutto pur di conservare il potere.
UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Una gerontocrazia al potere che fa di tutto per restare in vita. Anche uccidere il “Yamal Khashoggi” palestinese. La rabbia si è trasformata in rivolta. Una rivolta contro “il regime”. Una rivolta politica e generazionale che ha come obiettivo abbattere una nomenklatura che ha fatto del fallimento la sua cifra. Una nomenklatura disposta a rinviare sine die le elezioni. A frapporre mille ostacoli, e altrettante intimidazioni, a quanti, fuori dalle vecchie logiche di fazione, intendono partecipare con liste della società civile alla competizione elettorale. Una nomenklatura che reprime con la forza le proteste popolari, che arresta e uccide, come testimonia la morte di Nizar Barat. Una realtà segnata da lacerazioni interne, da lotte tra fazioni, da una corruzione endemica. Vogliono essere protagonisti del proprio futuro. Per questo si battono contro una “doppia occupazione”: quella israeliana, la più dura, e l’“occupazione” interna di ogni spazio di democrazia da parte del vecchio notabilato.

La cifra di questi atti di ribellione è la disperazione, è la frustrazione che anima migliaia di giovani costretti a sopravvivere circondati da Muri o imprigionati a Gaza,

afferma Hanan Ashrawi più volte ministra dell’Autorità nazionale palestinese, paladina dei diritti umani nei Territori, sostenitrice della protesta non violenta e della disobbedienza civile.

Quando la diplomazia internazionale rinuncia ad agire, quando viene meno ogni prospettiva di dialogo, quando a Gerusalemme Est prosegue la “pulizia etnica” della popolazione araba, allora – aggiunge Ashrawi – ciò che resta è solo un desiderio di vendetta. È tragico, ma è così.

Per i giovani di Damascus Gate, la “Piazza Tahir” palestinese, le tradizionali leadership politiche non hanno presa. Non sono modelli da seguire. E a funzionare non è neanche più il “mito” oramai sbiadito dal tempo di Yasser Arafat.

 Sono i figli del disincanto, della perdita di speranza in un futuro “normale,

riflette Sari Nusseibeh, il più autorevole intellettuale palestinese, già rettore dell’Università al Quds di Gerusalemme Est.

Di Israele hanno conosciuto solo le barriere di filo spinato, i check point che spezzano in mille frammenti la Cisgiordania. I più sono animati da un misto di rabbia e di delusione. Avrebbero bisogno di un progetto in cui credere, di segnali concreti che dicano loro che un’altra via è percorribile. Ma tutto ciò è lontano dal manifestarsi.

Secondo Khalil Shikaki, direttore del Palestinian Center for Policy and Survey Research (PCPSR), i giovani palestinesi sposano valori più liberali di quelli dei loro anziani e sono più insoddisfatti della loro leadership politica, in particolare su questioni di governo, condizioni economiche e status quo con Israele. I giovani palestinesi sono anche più propensi a sostenere la resistenza armata all’occupazione e a favorire la soluzione di uno Stato unico, poiché per loro “la richiesta di indipendenza e sovranità è meno importante della richiesta di uguali diritti”, rimarca Shikaki. In un recente sondaggio del PCPSR, i palestinesi che hanno indicato la disoccupazione e la corruzione come i problemi più seri che la società palestinese deve affrontare oggi sono più numerosi di quelli che hanno puntato il dito contro l’occupazione israeliana.

Questa realtà economica sta portando i giovani palestinesi a cercare di trasferirsi all’estero per vivere una vita dignitosa. Il sogno della fuga verso la libertà accompagna la rabbia verso un’occupazione sempre più asfissiante. Chi non ha la possibilità di espatriare, si ribella. È la rivolta di Damascus Gate. 

La madre e familiari di Nizar Banat protestano a Hebron city, nella Cisgiordania occupata, contro l’assassinio del militante a opera delle forze di sicurezza dell’ANP, chiedendo l’arresto dei responsabili dell’omicidio.

A raccontare questa rivolta repressa con la forza è la giornalista israeliana che meglio conosce la realtà palestinese: Amira Hass. 

Un gruppo di agenti in borghese – scrive Hass su Haaretz – è apparso improvvisamente dal nulla e ha iniziato a caricare i manifestanti che marciavano lungo Radio Street nel centro di Ramallah cantando: “Il popolo vuole abbattere il regime” e “Disgrazia e vergogna – la P sta uccidendo i rivoluzionari”. La protesta riguardava l’uccisione, il 24 giugno scorso, dell’attivista politico Nizar Banat, picchiato a morte dopo il suo arresto da parte di agenti della sicurezza palestinese. Molti degli uomini che hanno caricato i manifestanti avevani manganelli, uno aveva un asse in mano. Erano membri delle forze di sicurezza palestinesi in borghese, o membri di Fatah, o entrambi. È lo stesso modus operandi che il mondo ha visto durante le proteste contro Hosni Mubarak in Egitto dieci anni fa: funzionari della sicurezza dall’aspetto di teppisti sono invati a reprimere le proteste. Un annuncio di Fatah poche ore dopo, e le dichiarazioni successive di alti funzionari alla radio ufficiale, Voice of Palestine, ne hanno dato la spiegazione: “Gli aggressori sono stati inviati per dimostrare che le forze di sicurezza palestinesi non sono sole aopporsi a coloro che calunniano il governo”.
L’efficiente repressione delle proteste dimostra che le forze di sicurezza hanno coordinato le loro operazioni, dividendosi i compiti. I palestinesi sono soliti lamentarsi della mancanza di pianificazione o di una pianificazione inadeguata quando l’Autorità Palestinese è impegnata in operazioni civili o nell’opposizione all’occupazione israeliana. Ma qui le istituzioni dell’ANP hanno dimostrato la loro capacità di pensare a tutto in anticipo. Hanno disperso i manifestanti con violenza, attaccato i giornalisti, sequestrato i cellulari dei manifestanti e preso il controllo di piazza Al-Manara mentrenel frattempo organizzavano una manifestazione a sostegno del presidente dell’AP Mahmoud Abbas.

A chi non lo sapesse già, Fatah ha così inteso inviare un messaggio preciso: Fatah e le forze di sicurezza dell’ANP sono due facce della stessa medaglia. Le forze di sicurezza e l’ANP sono unite. Solo loro rappresentano la lotta palestinese. Sono la lotta palestinese e la lotta palestinese è loro. Chiunque cerchi di danneggiarle, danneggia la lotta e la nazione.

Il giornalista Alaa al-Rimawi, arrestato dalle forze din sciurezza dell’ANP, è in sciopero della fame. È accusato di aver pronunciato un elogio funebre di Nizar Banat in una moschea senza l’autorizzazione dell’ANP e per aver insultato i dirigenti palestinesi.

Siamo alla resa dei conti. 

A darne conto è anche Abdalhadi Alijla in un documentato report su Open Democracy:

Un recente sondaggio del Palestinian Centre for Policy and Survey Research condotto il 15 giugno, poco prima della morte di Banat, mostra che la divisione politica, l’occupazione e la povertà sono meno importanti della fine dell’assedio e dell’occupazione nell’AP. Gli intervistati hanno identificato i principali problemi da affrontare come la fine del blocco di Gaza (24 per cento), la diffusione della corruzione (21 per cento), la disoccupazione e la povertà (20 per cento), la continuazione dell’occupazione (17 per cento), la divisione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza (14 per cento), e solo il 3 per cento sostiene che è la debolezza del sistema giudiziario e l’assenza di libertà, responsabilità e democrazia.

I dati mostrano che le priorità dei palestinesi sono cambiate, e la liberazione nazionale è diventata meno cruciale. Lo stesso sondaggio mostra che una maggioranza del 61 per cento crede che la soluzione dei due stati non sia pratica o fattibile, mentre il 33 per cento crede che la soluzione resti possibile. Questo è un colpo per il programma di Abbas di una soluzione a due stati e del processo di pace. Il sondaggio rivela dati che mettono in dubbio la legittimità del presidente de facto. Circa il 65 per cento si oppone alla decisione di Abbas di rinviare le elezioni legislative e presidenziali, mentre due terzi credono che Abbas abbia rinviato le elezioni perché preoccupato dei risultati. Nel frattempo, il 43 per cento pensa che non ha senso protestare contro la decisione.

Se le elezioni si fossero tenute a giugno, solo il 27 per cento avrebbe votato per Abbas contro il 59 per cento per il leader di Hamas Ismail Haniyeh. Se Haniyeh dovesse correre contro l’esponente di Fatah in carcere, Marwan Barghouti, otterrebbe il 42 per cento dei voti mentre quest’ultimo otterrebbe il 51 per cento.

Abbas sapeva che tenere elezioni legittime, con Fatah divissa, avrebbe dato ad Hamas il sopravvento. Annullare le elezioni (o rimandarle) è stato un modo per evitare un risultato catastrofico che avrebbe messo fine all’era di Fatah e allo stesso Abbas. Secondo il sondaggio, il 41 per cento delle persone che parteciperebbero al voto voterebbero per Hamas, e il 30 per cento per Fatah, mentre il 12 per cento voterebbe per altri partiti, e il 17 per cento è indeciso.

Questi risultati hanno gravi implicazioni per la legittimità di Abbas e la sua dottrina di adottare il processo di pace come unica strategia. La risposta di Abbas all’opposizione è la violenza contro chiunque si opponga a lui e al suo apparato di sicurezza o condanni le loro azioni illegali.

È chiaro a tutti sul terreno che il sogno di uno stato palestinese è fallito, e Israele ha trasformato l’Autorità Palestinese, un tempo ritenuta il seme di uno stato palestinese indipendente, in un custode dell’occupazione israeliana e un oppressore del suo stesso popolo.

La madre e familiari di Nizar Banat protestano a Hebron city, nella Cisgiordania occupata, contro l’assassinio del militante a opera delle forze di sicurezza dell’ANP, chiedendo l’arresto dei responsabili dell’omicidio.

A Gaza non si combatte più. Ma di elezioni, non se ne parla. E così in Cisgiordania. Meglio combattere, fare una tregua, l’ennesima, che sottoporsi al giudizio popolare. In questo c’è un’oggettiva convergenza d’interessi tra Hamas e Fatah. Ma in Palestina esiste una società civile che si ribella a questa situazione. Protesta, s’organizza, s’espone. Tremila palestinesi hanno firmato una petizione online, diventata virale, che chiede ad Abbas di dimettersi dalla sua triplice posizione di capo del movimento Fatah, capo dell’Olp e presidente dell’Autorità Palestinese. Nel testo si cita Abbas stesso per aver detto che gli accordi di Oslo “ci porteranno a uno Stato o a un disastro”. I firmatari avertono: “È nostro diritto fermarci e chiedere qual è il risultato e cosa ha ottenuto il presidente per il suo popolo, e quali diritti ha ottenuto?”

Gli autori della petizione sottolineano che gli accordi hanno portato a un’ulteriore regressione dei diritti dei palestinesi e della loro lotta politica. Questa regressione riguarda in particolare il cambiamento dello statuto dell’Olp, l’erosione del diritto al ritorno, la spaccatura interna palestinese, l’espansione degli insediamenti e il processo di ebraicizzazione di Gerusalemme. In breve, un disastro.

Inoltre, nei tre decenni di Oslo, l’ANP è diventata “un’istituzione dittatoriale controllata da una persona che, senza supervisione o responsabilità, emette a suo piacimento editti presidenziali chiamati leggi”. La cancellazione delle elezioni generali e la persistenza di un regime privo di legittimità – sia delle urne che della lotta contro l’occupante – si aggiungono alla lista delle responsabilità di Abbas.

Tra le espressioni negative del suo governo ci sono, secondo la petizione, ‘l’impegno insano’ nei negoziati e le illusioni e i deliri che hanno alimentato e la mancanza di impegno nel chiudere la frattura politica (tra Gaza e la Cisgiordania).

Il sogno della pace a “due Stati” si è spezzato. E la responsabilità non è solo dell’”occupante” israeliano. 

Contro il regime di Abu Mazen ultima modifica: 2021-07-10T18:51:45+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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