Azzurro

Il destino dell'Italia, in una domenica d’inizio luglio che non dimenticheremo mai, si compie a pochi chilometri di distanza, fra Wimbledon e Wembley, in due templi dello sport e della cultura popolare fra i più importanti e famosi al mondo.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Il destino dell’Italia, in una domenica d’inizio luglio che non dimenticheremo mai, si compie a pochi chilometri di distanza, fra Wimbledon e Wembley, in due templi dello sport e della cultura popolare fra i più importanti e famosi al mondo. Nel pomeriggio, sul centrale di Wimbledon, Matteo Berrettini, il primo tennista italiano in grado di approdare in finale in centoquarantaquattro anni di storia del torneo londinese, è costretto ad arrendersi al cospetto di sua maestà Novak Đoković, il numero uno del ranking da oltre trecento settimane. Non poteva giocarsela meglio, non poteva fare di più. Il 3 a 1 finale rispecchia i valori in campo ma dice poco in merito alla fatica, al sacrificio e alla straordinaria passione con cui ha lottato Berrettini, riuscendo persino a strappare un set al drago serbo, salvo poi doversi arrendere a una forza soverchiante, capace di imporsi senza difficoltà nel secondo set e di estendere il proprio dominio nel terzo e nel quarto, fino a ottenere la vittoria.

Impossibile fare di più, dunque chapeau e ottime sensazioni per un futuro che per il tennis italiano si preannuncia più che roseo. In serata, invece, a vincere contro i tracotanti inglesi sono stati i ragazzi di Mancini. Mancio, chiamato a ricostruire sulle macerie della mancata qualificazione ai Mondiali, il primo a credere nella forza del gruppo e a dire espressamente che avremmo raggiunto grandi traguardi quando ancora molti di noi guardavano alla Nazionale con scetticismo e diffidenza.

Il Mancio, insieme a Vialli, che nel frattempo sta combattendo contro un tumore piuttosto aggressivo, ha forgiato un gruppo perfetto: coeso, impenetrabile, fortissimo, con tante ottime individualità e la forza del collettivo superiore a tutto, in grado di affrontare ogni avversità, di imporsi sulla paura, di soffrire, rimontare e mantenere la lucidità necessaria per trionfare ai rigori, da sempre più croce che delizia per il nostro calcio. Non solo: ha vinto assai poco all’italiana, puntando sul bel gioco, riadattando alle nostre caratteristiche la magia del calcio spagnolo, palleggiando a centrocampo grazie ai piedi buoni di Jorginho e Verratti, difendendosi strenuamente per merito di Bonucci e Chiellini, tuttora la coppia di centrali più forte in assoluto, e affilando le armi del contropiede quando c’era bisogno di ricordare a tutti che siamo pur sempre l’Italia. Senza contare la favola di Pessina, più volte decisivo anche se neppure avrebbe dovuto eseerci, e il tormento di Spinazzola, magnifico discesista di fascia fino a quando il destino non ha deciso di voltargli le spalle, punendo la sua eccessiva generosità. E poi Donnarumma, il ribelle Gigio, l’assistito di Raiola, il ragazzo che ha detto addio al club che lo ha lanciato preferendo il PSG.

C’è tutto questo nella sua storia, ma c’è anche il ruolo di miglior giocatore degli Europei, di portiere para-tutto, di fenomeno che ormai non fa neanche più notizia. Speriamo che voglia tornare un giorno a giocare in Serie A, ma intanto godiamocelo in azzurro. Festeggiamo la bellezza estetica e morale di questi ragazzi, la loro limpidezza, la loro sincerità, una forza d’animo che ricorda da vicino quella dei gruppi vincenti dell’82 e del 2006, con la non piccola differenza che quelle compagini erano all’apice, destinate a sfiorire dopo aver conquistato il massimo trofeo possibile; quest’Italia, invece, è solo all’inizio di un percorso che potrebbe condurla chissà dove. E ora, dopo quasi centotrentamila morti e infinito dolore, festeggiamo insieme, pur rispettando tutte le regole e le prescrizioni. Però festeggiamo, a lungo, con l’orgoglio ritrovato di essere italiani e la fierezza di chi non ha mai mollato e non mollerà mai. Novembre 2017: era appena quattro anni fa ma sembra passata una vita. 

Azzurro ultima modifica: 2021-07-12T16:02:25+02:00 da ROBERTO BERTONI

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