Venezia, un po’ come Genova

Cronaca e immagini di un noto fotoreporter sulla giornata di scontri di sabato scorso nella città del G20 dell'Economia.
scritto da ANDREA MEROLA
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Sabato 10 luglio è stato il giorno della protesta più attesa contro il G20 dell’Economia e Finanza. Inutile negarlo, il ricordo di quanto avvenne a Genova serpeggiava inquietante. No, i tempi son cambiati, i black block non saranno così scemi da ingabbiarsi in laguna: e dopotutto al G20 non ci sono i grandi, quelli erano in Cornovaglia, e lì non è successo niente. I contestatori nostrani son più buoni, qualcuno ha già dichiarato alla stampa che sarà una protesta a prova di bambino; vedrete, basteranno due foto all’inizio e poi facciamo in tempo anche per la conferenza stampa di Franco e Visco all’Arsenale. E poi c’è una calura da inferno, quanto potranno resistere sotto il sole alle Zattere?

Ma verso l’ora di pranzo circola un messaggino su whatsapp, è la risposta di uno dei leader della protesta alla domanda secca di un collega: ”verso le sei ci muoviamo in corteo, non autorizzato. Ci saranno scontri.” Testuale.

Ahio, ecco, la protesta è servita: ora ci tocca restare alle Zattere fino all’ora del destino, ma sarà poi quella? O partiranno di sorpresa? Nell’incertezza alle 14:30 io e tutti gli altri massmediali siamo puntualmente alle Zattere, che già sono un calderone bollente: una donna sviene accanto alla fontanella sulla riva. Per fortuna i veneziani del Morion hanno organizzato alla bell’e meglio dei gazebo ristoro, per avere un po’ di riparo dal sole e trovarci acqua o bibite fresche, addirittura le angurie. Sembra di essere al Festival dell’Unità, mi dice un amico fotografo, e in effetti ci assomiglia: tendoni, panche, bandiere falce e martello mischiate a NoGrandiNavi, striscioni sindacati di base, musica ribelle e ogni tanto un comizietto dall’impianto stereo del gazebo centrale. Ma il caldo non dà tregua, in molti si rifugiano sotto i due portichetti della fondamenta, vedo anche superstiti dei movimenti del ’77 dirigersi alla Gelateria Da Nico per refrigerarsi col gianduiotto gelato.

Gira voce che il corteo non autorizzato partirà almeno un’ora prima, fino alle sei non si resiste sotto il sole: pazienza, non resta che aspettare altre due ore. Nell’attesa facciamo qualche ipotesi su come andrà a finire: è solo un bau bau, faranno una catena umana sulla riva; no, vedrai che qualche schiaffetto con la polizia ci sarà; ma intanto siamo bloccati qua, stretti nel sottoportego, mal celando inquietudine. Vada come vada, non vedo l’ora che finisca questa attesa al caldo. Finché finalmente alle 17 uno speaker dà il segnale: siamo pronti, ora si va all’Arsenale, chi ci ama ci segua, gli altri possono restare o andarsene, grazie a tutti per essere venuti.

Rapidamente la testa del corteo si forma ai piedi del ponte Longo: prima sbocciano decine di ombrelli color arcobaleno, poi sbucano tre enormi scudi, alti circa due metri e larghi cinque l’uno: pannelli in lamierato di plastica, profondi dieci centimetri, usati in edilizia per foderare i sottotetti, leggeri e robusti; sul davanti lo stesso slogan spruzzato in rosa: “Against G20 climate and social justice now!“, in inglese, che il mondo ci guarda. Accostati formano una diga di almeno quindici metri alta due: saranno l’ariete per sfondare lo sbarramento di polizia. Intanto un efficiente servizio d’ordine, con tanto di gilet catarifrangente giallo e caschetto, allontana bruscamente fotografi, cameramen e iphonisti che come mosche sul miele si accalcano davanti, rallentando la marcia del corteo.

Ma alla svolta della chiesa dei Gesuati improvvisamente si ferma tutto: risbocciano gli ombrelli, da dietro gli scudi i ragazzi canterellano uno slogan anti G20, qualcuno accende dei fumogeni, un denso fumo rossastro ben presto confonde la vista. Che ci abbiano ripensato? Giù in fondo, all’inizio del rio terà Foscarini, sta schierato il reparto mobile della Polizia, pronto alla pugna. La sosta dura pochi minuti, serve ai ragazzi che sosterranno l’urto da dietro i pannelli a prepararsi allo scontro: rapidamente, indossano felpe scure, sotto le quali si intuisce una imbottitura di fortuna, indossano occhialini comprati da Decatlhon per proteggere gli occhi, guanti in cotone imbottito e i caschi da moto a proteggere il resto del corpo. Dopodiché la marcia riprende, in testa avanza lo stato maggiore dei NoGlobal veneziani, in maglietta e bermuda però: gli si fanno incontro tre dirigenti di Polizia, uno indossa la fascia tricolore, per un po’ parlottano, ma quando le telecamere curiose si avvicinano ecco che uno dei leader antagonisti alza le braccia e urla qualcosa tipo “non è questo il modo, non ci fermeremo” e col busto sospinge indietro il poliziotto in fascia tricolore. Fine, non c’è altro da dirsi, i tre agenti in borghese tornano dai celerini, mentre gli avversari avanzano a passo lento al riparo dei tre scudoni.

Il segnale d’inizio è il lancio di una bottiglietta di birra vuota che s’infrange a terra a metà strada: immediatamente due capisquadra della Celere partono di corsa, soli, senza scudo, impugnano il manganello, prendono lo slancio e saltano nel mezzo degli enormi scudi tenuti dai contestatori, evidentemente tentano di atterrarli di botto, ma il tentativo va a vuoto, ci scivolano sopra, e allora parte alla carica l’intero reparto mobile della celere. Scoppia una battaglia all’antica, cozzo tra scudi, spingi spingi da entrambi i fronti, davanti gli opliti dietro i fanti a sorreggere le spalle dei comites, vincerà chi per primo irromperà tra gli scudi avversari, intanto sopra le teste mulinellano ombrelli contro manganelli, gli agenti mirano soprattutto contro i tre pannelloni, sono di plastica, prima o poi cederanno sotto i colpi, finché finalmente ci riescono. Quello alla destra dello schieramento NoG20 s’accartoccia, i ragazzi restano intrappolati sotto, chiusi alle spalle dal muro di un edificio, riescono a sgattaiolare via nonostante le legnate, ma è fatta, i celerini irrompono dal varco tra i manifestanti, che abbandonano i due pannelloni superstiti al loro destino e si disimpegnano allontanandosi senza però dare le spalle agli agenti che avanzano, rispondendo a ombrellate alle manganellate, finché il comandante vice questore vicario ordina l’alt: intanto un ragazzo viene ammanettato a terra, non gli è riuscito di raggiungere i compagni, che stanno ricompattandosi in campo Sant’Agnese.

Che sia finita? Osservo i No G20 mentre serrano i ranghi: a vederli così, casco in testa, quasi tutti vestiti di scuro, stretti sottobraccio l’uno all’altro mettono una certa inquietudine perché davvero ricordano i black block visti a Genova: sono molto giovani, non ne riconosco nessuno e improvvisamente penso che Venezia è per davvero una città per vecchi, perché pure i NoGlobal antagonisti nostrani non hanno ricambio generazionale, li ho conosciuti giovanissimi ma ora superano la quarantina, hanno messo su pancetta, qualcuno ha moglie e figli, ora stanno in retrovia e la prima linea hanno dovuto lasciarla a giovani venuti da fuori città.

Intanto ricompaiono gli steward del servizio d’ordine, avvisano giornalisti e cameramen di spostarsi ai lati del vialetto, lasciare libero il centro, via da davanti: che hanno in mente, non vorranno caricare la Celere a mani nude? “Ombrelli, aprite gli ombrelli”, viene ordinato, ma ne sono rimasti pochi, la maggior parte sta fracassata sul selciato, stecche e manici all’insù, sembrano aironi con le zampe spezzate. Ed ecco la sorpresa, da sotto due ombrelloni arcobaleno spunta il gruppo di fuoco, due tipetti in dark look e passamontagna impugnano una specie di scatole di legno che sparano una piedigrotta di bengala e focherelli ad alzo zero contro i poliziotti, che si riparano con gli scudi, con botto finale, come ai foghi del Redentore, a chiudere lo spettacolo, stavolta senza applausi.

Venezia, un po’ come Genova ultima modifica: 2021-07-12T16:58:46+02:00 da ANDREA MEROLA

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