La domenica che cambia tutto

Il difficile ritorno di Cuba alla normalità dopo le clamorose proteste senza precedenti che hanno scosso l'isola e spiazzato la leadership post-castrista.
JOHN JAY DEER
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Le proteste scoppiano nel giorno in cui Cuba registra un nuovo record giornaliero di contagi e decessi dovuti al coronavirus. 6.923 casi registrati (su 238.491 casi in totale) e 47 decessi in 24 ore (su 1.537 decessi in totale). Sui social si moltiplicano le richieste di aiuto con gli hashtag #SOSCuba e #SOSMatanzas (dal nome della provincia più colpita). Un gruppo di oppositori chiede la creazione di un “corridoio umanitario”. L’iniziativa è respinta dal governo. La rivolta, via social, si propaga in tutti i centri principali dell’isola. Una domenica che mette a dura prova la leadership cubana.

L’esasperazione viene da lontano. Monta, s’aggrava negli ultimi tempi, fino allo scoppio di domenica scorsa. Le sanzioni, combinate con l’assenza di turisti per via della pandemia, hanno fatto precipitare l’isola in una profonda crisi economica, generando un forte disagio sociale, con i cubani costretti a file di lunghe ore per le scorte di cibo, ogni giorno, e devono anche far fronte alla carenza di medicinali. Il calo del turismo ha privato il paese di una quota significativa di risorse. L’economia cubana è scesa dell’undici per cento nel 2020, il calo più basso in quasi trent’anni.

“Cuba non è vostra!” grida la folla radunata davanti agli uffici del Partito comunista (Pcc), l’unica formazione politica autorizzata a Cuba. “Abbiamo fame”, “Libertà”, “Abbasso la dittatura”: gli slogan scanditi. Lo sviluppo degli eventi spinge il presidente Miguel Díaz-Canel a recarsi a mezzogiorno a San Antonio de los Baños, la cittadina dove è stato segnalato il primo raduno, per poi apparire sugli schermi della televisione di stato.

Negli scontri, soprattutto all’Avana, la polizia lancia gas lacrimogeni, spara in aria con le armi e usa mazze di plastica per colpire i manifestanti. Auto della polizia sono rovesciate e danneggiate dai manifestanti arrabbiati. Numerosi gli arresti. Un ampio schieramento di polizia e di militari è dispiegato nella capitale e in diverse città di provincia. Nel complesso, secondo il sito datajournalism Inventario, domenica scorsa si è registrata una quarantina di manifestazioni, sparse sul territorio e trasmesse in diretta sui social network. L’arrivo a Cuba di Internet mobile alla fine del 2018 ha dato un forte impulso alle rivendicazioni della società civile. Da mezzogiorno di lunedì, l’accesso alla rete 3G è interrotto in gran parte del paese.

Pur riconoscendo “l’insoddisfazione” che alcuni cubani possono provare per la carenza di cibo e medicine, combinata con i tagli quotidiani di energia elettrica, Miguel Díaz-Canel accusa il nemico di sempre, Washington, di essere dietro la rivolta.

C’è un gruppo di persone, controrivoluzionari, mercenari, pagati dal governo degli Stati Uniti, indirettamente attraverso agenzie governative statunitensi, per organizzare questo tipo di proteste,

sostiene il presidente.

La reazione a caldo della leadership cubana è dunque dura e nervosa.

Colto come di sorpresa dalla rivolta, nonostante i tanti segnali che l’annunciavano, il governo si dice pronto a difendere “a ogni costo” la rivoluzione di fronte alle manifestazioni senza precedenti che scuotono la capitale e il paese.

“La rivoluzione cubana, la difenderemo a ogni costo!”, scrive su Twitter il viceministro degli esteri, Gerardo Peñalver, condividendo un video di sostenitori del governo che nel frattempo sono scesi in piazza a sostegno della rivoluzione gridando “Io sono Fidel!” mentre sventolano bandiere cubane.

Il presidente Díaz-Canel, che è anche primer Secretario del Comité Central del Partido Comunista de Cuba, dà quindi ai sostenitori della rivoluzione “l’ordine di combattere”, invitandoli a “scendere in strada dove avvengono le provocazioni, ora e nei prossimi giorni”.

Miguel Díaz-Canel

Il governo degli Stati Uniti reagisce domenica avvertendo le autorità cubane contro qualsiasi uso della violenza contro i “manifestanti pacifici”.

Gli Stati Uniti sostengono la libertà di espressione e di riunione a Cuba e condannerebbero fermamente qualsiasi atto di violenza o volto a prendere di mira manifestanti pacifici che esercitano i loro diritti universali,

afferma su Twitter il consigliere per la sicurezza degli Stati Uniti Jake Sullivan.

Lunedì è la volta del presidente degli Stati Uniti. Joe Biden invita

il regime cubano ad ascoltare il popolo e a soddisfare i loro bisogni. Stiamo con il popolo cubano e il suo vibrante appello alla libertà.

L’arcinemico storico di Cuba, il democratico Bob Menendez, il principale responsabile politico nel senato degli Usa dell’accerchiamento delle sanzioni che soffoca l’isola, tuona:

La dittatura deve capire che non tollereremo l’uso della forza bruta per mettere a tacere le aspirazioni del popolo cubano.

Anche l’Unione Europea commenta le vicende in corso, esprimendo il suo sostegno al “diritto dei popoli di esprimersi”.

Chiediamo alle autorità di autorizzare queste manifestazioni e di ascoltare l’insoddisfazione dei manifestanti,

dichiara il capo della diplomazia europea Josep Borrell, dopo un incontro dei ministri degli esteri europei a Bruxelles.

La leadership cubana cerca l’indomani di prendere l’iniziativa nello scontro in corso, che è anche sul piano della comunicazione e della propaganda.

Difendiamo la pace e non la violenza. Non vogliamo alimentare una guerra civile, come certi hanno voluto metterla sui titoli dei giornali. Quello a cui teniamo, è la volontà e la convinzione e il dovere legittimo di difendere l’opera rivoluzionaria contro coloro che cercano di minarla seguendo un piano di annessione, seguendo un piano di vandalismo, violenza e aggressione, anche incitando all’omicidio di persone,

afferma Miguel Díaz-Canel, accusando gli Stati Uniti di volere accendere un focolaio sociale e chiedendo la fine dell’embargo imposto nel 1962.

In piazza con il governo

In un’apparizione televisiva, insieme ai membri del governo, il presidente ricorda che nel 2019, con l’intensificarsi del blocco statunitense con l’amministrazione Trump, fu spiegato alla popolazione che si sarebbe entrati in un periodo di difficoltà. Il numero uno cubano ringrazia per la loro solidarietà i presidenti del Messico, Andrés Manuel López Obrador, del Venezuela, Nicolás Maduro, e il leader brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

Sottolinea poi che da più di un anno e mezzo non si registrano blackout, a eccezione di quelli recenti causati da guasti nei sistemi di distribuzione. Il ministro dell’Energia e delle Miniere, Liván Arronte, aggiunge che presto si assisterà a una diminuzione dei tagli alla corrente elettrica.

Nel corso della trasmissione, durata quattro ore, Rogelio Polanco, della segreteria centrale del Partito Comunista di Cuba, sostiene di aver assistito ad azioni da manuale di lotta non convenzionale in Venezuela, dove sono state provocate sommosse, mobilitazioni che hanno cercato di

generare disordini di piazza nelle strade, prendendo possesso d’installazioni, provocando episodi gravi, per ottenere quella che chiamavano un’esplosione sociale.

Aggiunge Díaz-Canel:

Nelle ultime settimane la campagna sui social network contro la rivoluzione cubana s’è intensificata, puntando su una serie di problemi e carenze che stiamo vivendo. È così che si monta, cercando di creare instabilità e insoddisfazione che porta alle proteste manipolando le emozioni e i sentimenti nelle reti sociali su problemi che vive la popolazione.

Un dato demografico aiuta a spiegare quanto accade a Cuba in questi giorni di rivolta. L’età media degli undici milioni di cubani è di 42 anni, il che significa che molti non erano ancora nati all’epoca della rivoluzione e quando Fidel Castro prendeva il potere all’Avana, nel 1959, con il rovesciamento del dittatore Fulgencio Batista. Sicché una parte cospicua della popolazione ha conosciuto una vita di scarsità e difficoltà dovute all’embargo contro Cuba, el bloqueo commerciale, economico e finanziario imposto dagli Usa all’indomani della rivoluzione, dando nel contempo per scontate le conquiste della rivoluzione, specie in rapporto alle condizioni prerivoluzionarie e in rapporto alle pessime condizioni di vita per gran parte dei popoli dei paesi latino americani. O nel caso della popolazione di colore, in rapporto alla situazione degli African American dei ghetti americani.

A questo s’aggiunge la trasformazione culturale, all’insegna dell’antiautoritarismo e della richiesta di pieno riconoscimento dei diritti, che caratterizza anche a Cuba – come in gran parte delle rivolte che investono molti paesi in questi ultimi anni – la gioventù dell’epoca digitale. È il cambiamento che maggiormente mette alla prova i dirigenti dell’era post-Castro, peraltro abbastanza diversi dai loro predecessori protagonisti della Rivoluzione e da essa forgiati. Va ricordato che fu proprio Miguel Díaz-Canel a lanciare il movimento rock dell’isola di Cuba con la creazione del centro di El Mehunche, inizialmente osteggiato dal regime, e che ha sostenuto con forza i diritti della comunità LGTB nell’isola. E che si è fatto promotore di una copertura più critica degli eventi nei media gestiti dallo Stato e un più ampio accesso a Internet per la popolazione.

La domenica che cambia tutto ultima modifica: 2021-07-13T21:11:11+02:00 da JOHN JAY DEER

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