Legge Zan. Parla Vendola

"L’omofobia è un fondamento della cultura generale delle nostre società. È purtroppo anche uno dei fondamenti delle confessioni religiose. Quindi, sconfiggere l'omofobia, renderla non un'opinione ma un crimine è un passaggio veramente rilevante", dice l'ex leader di Sel, da sempre in prima linea nelle battaglie per i diritti delle persone Lgbt.
MATTEO ANGELI
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Il ddl Zan “è già il punto di arrivo di un lavoro molto faticoso, che ha visto tutta la destra schierata in maniera compatta sul fronte clerico-fascista”. Per Nichi Vendola, il disegno di legge va votato così com’è, perché chi invoca adesso la mediazione “sta immaginando un’altra operazione politica”, finalizzata ad affossare la proposta o a rimettersi al centro della scena pubblica. L’ex presidente della Regione Puglia e leader di Sel mette in guardia dal rischio di una legge antidiscriminatoria che protegge “quasi tutti”, perché “o proteggi tutti o con quel ‘quasi’ si replica un copione di discriminazione”.

Nichi Vendola, dopo mesi di ostruzionismo, il ddl Zan è finalmente arrivato in Senato. Ieri la conferenza dei capigruppo ha rifiutato di riportare il testo in commissione giustizia e le pregiudiziali di costituzionalità sono state respinte con voto palese. Esiste in Senato una maggioranza a favore dell’attuale proposta di legge? 
Sulla carta sì: è la stessa maggioranza che ha consentito al ddl Zan di essere approvato alla Camera. È la coalizione che sosteneva il governo Conte II. Se non ci saranno giochetti opachi, se non vincerà la logica delle trame di palazzo, questa maggioranza dovrebbe essere in grado di portare a compimento il percorso legislativo e dare all’Italia il segno di maturità e di civiltà di cui c’è bisogno. 

Non teme che ci siano defezioni in questa maggioranza, per esempio nell’ala cattolica del Pd e tra alcuni dei Cinque stelle? 
Mi auguro di no. Non c’è alcuna ragione di merito per fuggire, magari nell’anonimato del voto segreto, di fronte a una responsabilità che riguarda la qualità della civiltà del nostro paese. In ogni passaggio legislativo ci possono essere delle perplessità, dei punti di vista con delle sfumature, ma per quanto riguarda il ddl Zan vi è una storia lunga di discussione, di approfondimento e di mediazione. Il ddl Zan non è un punto di partenza. È il punto di arrivo di un lavoro molto faticoso, che ha visto tutta la destra – come sempre nelle battaglie per i diritti civili – schierata in maniera compatta sul fronte che potremmo definire clerico-fascista e, dall’altra parte, un impegno a trovare punti importanti di mediazione. Quelli sono stati già trovati. Chi oggi invoca la mediazione in realtà sta immaginando un’altra operazione politica, che per qualcuno può portare direttamente all’affossamento del ddl Zan e per qualcun altro è un trampolino di lancio per rimettersi al centro della scena politica.

Quindi secondo lei non è possibile trovare una mediazione con alcuni elementi moderati del centrodestra, per contare su un accordo politico ampio ed evitare la polarizzazione a cui assistiamo oggi?
La polarizzazione non è un fatto dell’ultima ora. Essa appartiene alla storia politica e culturale di questo paese. Il florilegio di prese di posizione e di dichiarazioni omofobe, transfobiche di esponenti centrali e di tutta la periferia della Lega e di Fratelli d’Italia costituisce una vera e propria enciclopedia dell’intolleranza e dell’ignoranza. Forse la destra cerca l’occasione per giocare a nascondino, per depotenziare un passaggio così importante. 

L’omofobia non è l’espressione folcloristica di qualche persona sventata e non è neanche l’esercizio cattivo, venatorio, di qualche teppista. L’omofobia è un fondamento della cultura generale delle nostre società. È purtroppo anche uno dei fondamenti delle confessioni religiose. Quindi, sconfiggere l’omofobia, renderla non un’opinione ma un crimine, è un passaggio veramente rilevante. Questo passaggio non può essere sterilizzato, neutralizzato, cancellando un pezzettino dell’umanità che è preda dei crimini di odio, cioè coloro che rivendicano il diritto alla propria identità di genere. 

Io resto trasecolato perché vedo il successo e l’ammirazione che vi è per alcuni fenomeni del mondo dello spettacolo, della cultura. Penso all’ultimo festival di Sanremo e al successo di pubblico e di critica di un fenomeno come quello di Achille Lauro. Achille Lauro, se non fosse il divo del festival di Sanremo, sarebbe la preda perfetta dei cacciatori per odio nei confronti della rivendicazione della propria identità.

Il punto è quello. Non puoi chiedermi in una legge antidiscriminatoria di proteggere “quasi tutti”. O proteggi tutti o con quel “quasi” si replica un copione di discriminazione. Io non lo accetto.

Nichi Vendola è stato presidente della Regione Puglia e deputato della Repubblica. All’attività politica affianca quella di scrittore e poeta. Qui sfoglia il suo ultimo libro, Patrie, raccolta di poesie edita da Il Saggiatore.

Il riferimento al concetto di “identità di genere” provoca numerose critiche, anche a sinistra, anche tra soggetti che ci si aspetterebbe che sostenessero questa battaglia, come parte del mondo femminista. Perché invece che identità di genere non utilizzare il termine “discriminazioni fondate sull’omofobia e la transfobia”, come sostiene Italia Viva? La legge non otterrebbe comunque il suo obiettivo?
L’espressione identità di genere appartiene già alla giurisprudenza delle corti europee, a quella della corte costituzionale italiana, appartiene alla letteratura scientifica, alla sociologia internazionale già dall’inizio degli anni Settanta, definisce una varietà di tipologie di soggettivazione che vanno accolte nel momento in cui si vuole indicare un percorso di tutela e di protezione. 

Non è una disputa nominalistica quella che stiamo facendo. Essa ha a che fare con l’umanità viva. L’ideologia gender è un’invenzione di chi ha il terrore di fare i conti con la realtà di percorsi di vita che sono il gender fluid, che sono in transizione, che non si riconoscono in un modello binario di maschile e femminile. Non capisco perché tutelare le identità di genere possa togliere diritti a qualcun altro.

Una parte del mondo femminista non è d’accordo…
Si tratta di un pezzettino di femminismo. Ci confrontiamo con una molteplicità di femminismi e spero che nessun femminismo abbia la presunzione – lo dico sottovoce, essendo un uomo – di parlare a nome di tutte le donne. 

Qui non stiamo facendo un dibattito filosofico. Stiamo parlando di come si può estendere un meccanismo di protezione e di tutela a tutti coloro che rischiano di essere oggetto di campagne di odio. Tutto ciò che sfugge ai modelli di normazione produce immediatamente odio. Persino più violenta dell’omofobia è la fobia di ciò che non si riesce neppure a definire. 

Un altro elemento che solleva polemiche è l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omolesbobitransfobia nelle scuole, dove il bullismo verso chi è gay, lebisca o trans è particolarmente soffocante. Cosa risponde a chi critica l’istituzione di questa giornata?
Cosa dovrebbero fare le scuole se non educare alla conoscenza, all’accoglienza e al rispetto delle differenze? Qual è la missione educativa della scuola se non la promozione di cittadini consapevoli e responsabili nei confronti del creato e dei loro simili? Nelle scuole abbiamo visto cose agghiaccianti: l’esplosione di fenomeni di bullismo nei confronti di ragazzini con disabilità, ripresi con il cellulare da gruppi di giovani che partecipavano a questa carneficina. 

Il bullismo omofobico nelle scuole miete vittime. Bisogna rendersi conto che in un mondo così complesso e complicato – anche a causa della precocità nell’apprendimento e dell’apprendimento a volte distorto dai social – c’è bisogno di educare alla complessità e alle diversità. Sennò i rischi sono grandi. Non capisco perché questo spaventi. Come se fosse in contrasto con la missione della scuola!

In termini generali, il ddl Zan è capace di raggiungere gli obiettivi che si pone, quindi da una parte di educare la società e dall’altra di difendere coloro che sono da troppo tempo vittima di quest’odio?
Come tutte le leggi, il ddl Zan in parte è un traguardo raggiunto ma, in gran parte, è un punto di ripartenza. Le leggi sono come cartelli stradali, indicano la direzione in cui bisogna camminare. È ancora grande la fatica da compiere per disinquinare il nostro immaginario, il nostro simbolico, il nostro vocabolario da tutti quei veleni che sono il sessismo, il maschilismo, il bullismo nelle sue mille varianti. 

In un mondo dove sono cadute le grandi narrazioni e utopie, stanno tornando le suggestioni per ciò che separa e frammenta il genere umano. Le suggestioni militariste, persino neonaziste. In una società atomizzata come quella in cui viviamo, è grande il rischio che molti recuperino un proprio spazio cercandosi un capro espiatorio. Dobbiamo essere consapevoli che il codice penale è una allusione – spero non un’illusione – alla necessità di cambiare le forme di convivenza.

Secondo Lei, sull’omolesbobitransfobia, la società italiana è spaccata quanto lo è la nostra classe politica? 
No. Il successo di alcuni protagonisti della scena artistica e musicale dice qualcosa sul mutamento dei costumi. L’Italia politica guardava all’ombelico di Raffaella Carrà come a qualcosa di scandaloso e invocava la censura, l’Italia reale ballava il tuca tuca. 

Impegnato fin da giovane nel Partito comunista, Vendola portava già allora con orgoglio il suo orecchino, segno distintivo, simbolo alternativo. Qui in uno scatto all’inizio degli anni Novanta, quando lascia il Pci dopo la svolta della Bolognina. Sarebbe a breve diventato uno dei dirigenti più in vista di Rifondazione comunista, partito per il quale è eletto per la prima volta nel 1992 alla Camera dei deputati

L’accettazione e l’emancipazione passano anche dalla visibilità sulla scena pubblica delle persone gay, lesbiche e trans. Lei, in quanto uno dei primi politici italiani dichiaratamente gay, ha contribuito all’emancipazione della comunità Lgbt, dando coraggio a molti. Cosa direbbe oggi a tutti coloro che si sentono ancora costretti a nascondersi?
Io ho vissuto un’epoca in cui si pagavano prezzi salati a dire di sé stessi alla luce del sole, senza nascondersi. Ho fatto il mio coming out più di quarant’anni fa in un paesino del Sud. Sono stato protagonista scandaloso della scena pubblica italiana. Sono stato il primo gay dichiarato a entrare in parlamento. Certo, ci sono stati momenti di sofferenza e di solitudine, però ne è valsa la pena. Perché ho vissuto in libertà, senza sentirmi ricattabile. Oggi considero incredibile che si possa ancora aver paura. Mi guardo attorno e vedo tanti adolescenti che fanno coming out in famiglia. Ci sono anche tante storie belle di famiglie che sono capaci di confrontarsi, di accogliere e di mettersi in discussione. I miei genitori, da ultraottantenni, hanno accolto quello che è diventato mio marito con un amore incredibile. Bisogna avere un po’ di coraggio, ma ne vale la pena, perché se uno invece si seppellisce nell’ipocrisia, nella clandestinità, in una doppia vita, vive male e può inciampare malamente. Senza voler essere dissacrante, mi viene da usare un’espressione di papa Wojtyla: non abbiate paura di accogliere voi stessi e di liberare quel sé che ha sentimenti e codici d’amore propri.

Oggi più che mai il tema dei diritti delle minoranze sessuali è in cima all’agenda politica, in Italia, in Europa, nel mondo e questo provoca una pericolosa polarizzazione, che rischia di nuocere ai diretti interessati. Come spegnere questo conflitto sui diritti Lgbt, compiendo al contempo i progressi che sono ancora necessari e attesi? 
Una caratteristica della destra contemporanea è il suo radicalismo. Negli ultimi anni si è visto il ruolo dell’estremismo confessionale nel diventare braccio armato del trumpismo. Si è visto che cosa è la deriva autoritaria delle destre al governo in Ungheria come in Polonia. Per questo è un po’ imbarazzante giocare con Salvini o con le destre italiane, che di giorno firmano la carta dei valori dell’Europa di Orbán e di notte pensano di fare la figata di apparire anti-discriminatori con qualche giochino parlamentare. 

Queste cose vanno combattute alla luce del sole. Siamo a cent’anni dall’inizio di una vicenda terribile che è partita dall’Italia e ha sconvolto tutta l’Europa. Siamo nel centenario della nascita del fascismo e i fascismi sono ancora un problema che noi dobbiamo affrontare. 

Oggi è ancora rivoluzionario affermare l’inviolabilità, sempre e comunque, della vita, delle persone, della loro libertà. La memoria non è soltanto un album di ricordi ma è anche bussola per il presente e discernimento per il futuro. Per questo, dobbiamo ricordarci di tutti coloro – ciascuno nel nome della propria diversità – che finirono la propria vita nei campi di sterminio nazisti. Era incredibile la capacità del nazismo di dare non solo un codice burocratico ma anche una rappresentazione iconografica, persino cromatica, a ciascuna diversità. Dal triangolo rosa degli omosessuali alla stella gialla di David per gli ebrei. La libertà non può che essere la liberazione di tutte queste geometrie e di tutta questa ricchezza cromatica. Altrimenti non siamo in grado di fare tesoro delle lezioni del passato. 

Legge Zan. Parla Vendola ultima modifica: 2021-07-14T19:42:35+02:00 da MATTEO ANGELI

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