Il bus? Non esageriamo

Attenti anche a non gettare la croce addosso ai nostri campioni, in quest'orgia autolesionista che sta inducendo importanti giornali e fior di commentatori a sparare a palle incatenate contro i ragazzi di Mancini, rei di aver voluto regalare un attimo di gioia ai propri tifosi.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Si sarebbe potuto e dovuto gestire meglio l’intera vicenda, su questo non c’è alcun dubbio. Come non c’è alcun dubbio che lo Stato, se è convinto delle sue buone ragioni, non possa e non debba cedere di fronte ad alcun gruppo di interesse, tanto più se si tratta di persone mediaticamente ed economicamente potenti e in grado di influenzare l’opinione pubblica, pena la perdita di ogni autorevolezza da parte dello Stato stesso. Ciò premesso, tuttavia, starei attento anche a non gettare la croce addosso ai nostri campioni, in quest’orgia autolesionista che sta inducendo importanti giornali e fior di commentatori a sparare a palle incatenate contro i ragazzi di Mancini, rei di aver voluto regalare un attimo di gioia ai propri tifosi.

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Ora, parliamoci chiaro: il tratto di via del Corso attraversato dal pullman scoperto della Nazionale è di poche centinaia di metri, piazza Venezia ha al centro un’enorme aiuola non calpestabile, il pullman era grandissimo e in mezzo c’erano pure dei blindati della polizia, il che rendeva l’assembramento leggermente meno fitto. Mi spiace per medici, virologi e colleghi vari, ma il dramma del virus, tuttora presente e da affrontare con la massima prudenza, non può diventare l’alibi dietro cui trincerarsi per impedire a una Nazione già scossa e lacerata dalla sofferenza di tornare lentamente a vivere.

Non credo, infatti, che un momento di felicità, per giunta in piena estate e in una regione in cui il piano vaccinale procede spedito, possa provocare sconquassi, almeno non più di quanti ne abbiano già provocati e ne provocheranno in seguito molti altri comportamenti sconsiderati, come le vacanze all’estero in paesi assai meno attenti e rispettosi delle regole di noi e gli assembramenti selvaggi in tutti i luoghi della cosiddetta “movida”. Essere felici per una vittoria che non ottenevamo da cinquantatré anni, peraltro dopo la mancata qualificazione ai Mondiali del 2018 e dopo una tragedia che ha portato via circa centotrentamila persone, è più che comprensibile, direi quasi doveroso. E dà sinceramente fastidio che in questo dannato Paese non si possa più essere felici e basta, che si debba scavare nella vita di chiunque, da Berrettini agli Azzurri, polemizzando su tutto, con una certa stampa sempre pronta ad attaccare e a gettare fango addosso a chicchessia, per il puro gusto di dipingere un’Italia in versione Gomorra, dalle tinte talmente fosche che diventano quasi irreali.

Certo, basta così. Altri festeggiamenti è bene evitarli perché il Covid non va in ferie e perseverare sarebbe un crimine, ma che una notte si sia fatta un po’ di baldoria, che ci sia stata qualche scena festosa, magari persino esagerata, e che qualcuno si sia abbassato la mascherina, anche se tutti sappiamo che non avrebbe dovuto farlo, è qualcosa di naturale, considerando anche che il rischio zero non esiste e che la depressione collettiva costituisce un rischio non meno pericoloso di quelli legati alla pandemia.

Un tempo, nell’antica Grecia, durante le Olimpiadi si fermavano addirittura le guerre. Ebbene, alle nostre latitudini, almeno una volta ogni quattro anni, sarebbe opportuno fermarsi a fare il tifo per la parte migliore di noi, compresi i nostri registi impegnati a Cannes e i nostri atleti che ci faranno sognare a Tokyo. Poi torniamo pure a dividerci, ma poi. La guerra civile senza requie, a suon di fesserie, ululati e retroscena da bar di Caracas, evidenzia il dilagare di un’altra pandemia alquanto preoccupante: la stupidità, che mescolata con l’invidia genera mostri. 

Il bus? Non esageriamo ultima modifica: 2021-07-15T18:24:39+02:00 da ROBERTO BERTONI

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